“Di cielo, di nuvole e di vento” di Monia Gaita: una voce che chiede ascolto
Ci sono libri che arrivano come dichiarazioni. Altri, invece, si avvicinano in silenzio, senza ostentazione, ma sanno restare. Di cielo, di nuvole e di vento di Monia Gaita, pubblicato da IRIDE – Rubbettino (2024), è così: un’opera che non ha fretta, che accompagna il lettore dentro un paesaggio fatto di aria, silenzi e parole scelte con cura:
“La luce con gli umori caldi / cola dagli occhi del cielo“.
Leggendo questa raccolta, si ha la sensazione di entrare in un’atmosfera sospesa. Non si cammina, si galleggia. Eppure, sotto questa levità c’è una profondità consapevole. È come se Gaita avesse spogliato la sua scrittura da ogni ornamento superfluo per arrivare a qualcosa di più essenziale, più autentico. La sua poesia, qui, non vuole spiegare: vuole far respirare:
“Scelgo di rimanere accanto alle cose, / al vento, al piatto, all’uovo, alla tazzina, /
nell’energia carica e calma della materia. / Sono presenze umane, mi fanno compagnia“.
Chi conosce i suoi lavori precedenti, da Rimandi e Ferroluna, fino a Chiave di volta, Puntasecca, Falsomagro o Moniaspina, noterà subito un’evoluzione chiara: la scrittura, inizialmente più ancorata al quotidiano, alla materia, al corpo, si è via via trasformata. C’era già, nei primi testi, una tensione riflessiva, ma ora l’attenzione si è spostata verso una dimensione più rarefatta, più interiore.
Già in Madre terra, e ancor più in Non ho mai finto, la voce poetica si era fatta più intima, più orientata verso i chiaroscuri dell’esistenza. Con Di cielo, di nuvole e di vento siamo ormai nel territorio del non detto, del percepito. È come se l’autrice avesse deciso di affidarsi agli elementi – cielo, nuvole, vento – non solo come immagini, ma come vere e proprie sostanze poetiche.
Questi tre elementi non servono a decorare il testo: sono i protagonisti. Il vento non è un fenomeno atmosferico, ma una forza che agita interiormente. Le nuvole non oscurano, ma proteggono. Il cielo non è sfondo, è interrogazione.
Colpisce il tono: misurato, essenziale, mai enfatico. Non c’è la ricerca dell’effetto o della commozione a tutti i costi. È una voce che non chiede applausi, ma ascolto. Una voce quasi sciamanica, che parla a chi ha il tempo – e il desiderio – di fermarsi, di accogliere.
Rispetto alle raccolte precedenti, emerge un allontanamento dall’io centrale e dichiarato, per fare spazio a una soggettività più sfumata. In Non ho mai finto, l’autrice parlava ancora con una certa urgenza personale, con coraggio espressivo. Qui, invece, l’io si ritrae. Si fa osservatore, suggerisce più che dichiarare, evoca senza imporsi.
E tuttavia, non ci si perde. C’è un filo che tiene tutto insieme: forse è la fiducia nella parola poetica, nella sua capacità di dire l’indicibile, di rendere visibile ciò che resta ai margini:
“Abbiamo guardato i sogni maturare / simili a grappoli d’uva, / il nostro essere imperfetto / sbattere con violenza contro le murate“.
Una cosa è certa: Di cielo, di nuvole e di vento è una raccolta da leggere con lentezza. Magari più volte. Non per comprendere, ma per entrare in sintonia. È poesia che non si consuma, ma resta. Matura dentro, come certe domande che non smettono di tornare.
E in fondo, non è forse proprio questa la qualità più alta della poesia?
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