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Gaza, dopo dieci ore di riunione via libera di Israele al piano di Netanyahu per la conquista

Dopo oltre dieci ore di riunione, concluse nelle prime ore di venerdì, il Gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato il piano del primo ministro Benjamin Netanyahu per la presa della Striscia di Gaza. La strategia, definita dall’ufficio del premier come un progetto per «sconfiggere definitivamente Hamas», prevede che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) assumano il controllo di Gaza City, garantendo al contempo la distribuzione di aiuti umanitari alla popolazione civile residente al di fuori delle zone di combattimento.Poco prima dell’inizio della riunione, Netanyahu, intervistato da Fox News, aveva chiarito le intenzioni del governo: «Israele vuole liberare Gaza da Hamas, non governarla. Il nostro obiettivo è creare un perimetro di sicurezza e consegnare l’amministrazione a forze arabe che sappiano gestirla in modo corretto».

Secondo quanto riportato da Channel 12 News, la fase iniziale del piano consisterà nella conquista militare di Gaza City, seguita da un’operazione logistica di vasta portata per realizzare infrastrutture civili nella zona centrale della Striscia. L’attuazione prevede l’evacuazione preventiva di circa un milione di persone – metà della popolazione – per consentire l’allestimento di ospedali da campo e centri per sfollati. Parallelamente, si punta a espandere le aree di distribuzione degli aiuti umanitari, attualmente limitate dalla presenza e dal controllo di Hamas. Durante la stessa riunione, il Consiglio dei ministri ha approvato a maggioranza cinque principi destinati a guidare la fine del conflitto:

  1. Disarmo totale di Hamas.
  2. Restituzione di tutti gli ostaggi, vivi o deceduti.
  3. Demilitarizzazione della Striscia di Gaza.
  4. Mantenimento del controllo di sicurezza israeliano sull’area.
  5. Istituzione di un’amministrazione civile alternativa, diversa sia da Hamas che dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Il documento ufficiale sottolinea che la netta maggioranza dei ministri ritiene inefficace il piano alternativo finora discusso, giudicandolo incapace di neutralizzare Hamas o di garantire il ritorno degli ostaggi.Non sono mancati contrasti interni. Il capo di stato maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha espresso forti riserve: «Se procediamo con la conquista di Gaza, la vita degli ostaggi sarà in pericolo. Non c’è alcuna garanzia che non subiscano danni». Zamir ha anche elencato i possibili costi: perdite significative tra i soldati, logoramento delle forze armate, esaurimento delle scorte militari e gravi problemi umanitari. Alcuni ministri hanno replicato che l’operazione «Gideon’s Chariots» (Carri di Gedeone), non ha centrato gli obiettivi prefissati. Zamir ha difeso il lavoro svolto, sostenendo che «sono state create le condizioni per il ritorno degli ostaggi». Aryeh Deri, leader del partito Shas, pur non ricoprendo incarichi ministeriali, ha avvertito che la guerra sta causando danni politici di lungo periodo e che gli ostaggi restano in grave pericolo, invitando a dare ascolto ai vertici militari. Netanyahu ha ribadito che «l’operazione non è irreversibile» e che il governo potrebbe valutare una sospensione «qualora Hamas accetti le condizioni imposte da Israele». Di parere opposto il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che ha sollecitato un’azione totale: «Dobbiamo andare fino in fondo». Dal fronte opposto, Hamas ha definito il piano «un palese colpo di stato» contro il processo negoziale, accusando Netanyahu di voler sacrificare gli ostaggi per i propri obiettivi politici. L’organizzazione ha inoltre avvertito che considererà come «forza occupante legata a Israele» qualsiasi entità istituita per governare la Striscia di Gaza. Hamas ha accusato il primo ministro israeliano di voler sacrificare gli ostaggi per fini politici personali, dopo le sue dichiarazioni sull’intenzione di Israele di assumere il controllo dell’intera Striscia di Gaza: «Le parole del premier svelano i reali motivi del suo ritiro dall’ultimo round di negoziati, nonostante si fosse vicini a un accordo ma l’espansione dell’aggressione contro il nostro popolo avrà un prezzo elevato». Abu Mazen (Mahmud Abbas), presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ha definito la decisione del governo Netanyahu di occupare la Striscia di Gaza «un crimine a pieno titolo in violazione del diritto internazionale» destinato a provocare «una catastrofe umanitaria senza precedenti». In una nota ufficiale, il leader palestinese accusa Israele di portare avanti una politica di «genocidio e carestia» e ribadisce «il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese» all’interno di uno Stato «con Gerusalemme Est come capitale».

Mercoledì, a New York, alti funzionari degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite hanno incontrato il presidente della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), organizzazione sostenuta da Israele e Stati Uniti. Si è trattato del primo faccia a faccia da quando la GHF ha iniziato a operare nella Striscia di Gaza alla fine di maggio, riferisce il sito di notizie Axios. L’incontro, mediato da Washington, aveva l’obiettivo di incoraggiare le organizzazioni a collaborare per alleviare la grave crisi umanitaria in corso. Fino a oggi, l’ONU aveva rifiutato qualsiasi cooperazione con la GHF, accusandola di essere uno strumento per promuovere gli obiettivi militari israeliani piuttosto che un ente neutrale di soccorso. Le Nazioni Unite sostengono inoltre che la fondazione metta a rischio la popolazione, costringendola a percorrere lunghe distanze attraverso le linee dell’IDF per ritirare le scatole di cibo distribuite. «Abbiamo già un piano fondato su principi umanitari consolidati: neutralità, imparzialità, indipendenza e umanità. Questo significa che interveniamo dove i bisogni sono più urgenti, rispondendo ai civili in difficoltà e non alle parti in conflitto. A Gaza abbiamo le persone, le reti e la fiducia necessarie per portare avanti il nostro impegno; abbiamo solo bisogno di poterlo fare», ha dichiarato giovedì scorso il portavoce dell’ONU, Farhan Haq. All’incontro di mercoledì erano presenti, oltre al presidente della GHF Johnnie Moore e al funzionario statunitense Morgan Ortagus, rappresentanti del Programma alimentare mondiale, dell’UNICEF, dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari e della Croce Rossa internazionale.Il vertice non ha prodotto accordi operativi, ma i partecipanti hanno convenuto di ridurre le critiche reciproche sui media, secondo quanto riportato da Axios. Tuttavia, già il giorno successivo, la GHF ha proseguito le proprie contestazioni all’ONU attraverso post pubblicati su X.

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