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Sfollare i palestinesi in Libia: la proposta indecente che per il ministro israeliano è “l’ideale”. Perché coinvolge l’Italia

L’ipotesi torna a galla in maniera carsica. Lo ha fatto di nuovo negli ultimi giorni. In un’intervista rilasciata martedì alla tv i24news, Benjamin Netanyahu ha spiegato che Israele è in contatto con “diversi Paesi” per reinsediare i palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. Ieri poi l’emittente Channel 12 ha specificato che Tel Aviv sta trattando con cinque Stati: Indonesia, Somaliland, Sud Sudan, Uganda e Libia. Sì, lo “scatolone di sabbia” ridotto dall’Italia a colonia all’inizio del ‘900 e che dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 è spaccato in due tra il governo filo-occidentale che regge la Tripolitania a ovest e la Cirenaica che a est vive sotto il giogo del generale Khalifa Haftar.

A maggio la voce era arrivata dagli Stati Uniti, a parlarne era stata la tv americana Nbc. Tre fonti avevano riferito all’emittente che “in cambio del reinsediamento dei palestinesi” Washington avrebbe potuto “accordare alla Libia miliardi di dollari di fondi che gli Stati Uniti hanno congelato più di un decennio fa” e Israele era stato “tenuto informato” della discussione con la leadership libica. Il Dipartimento di Stato aveva subito smentito perché “la situazione sul campo è insostenibile per un piano del genere”, ma il 18 luglio a tornare sulla presunta trattativa era stato il sito Axios, secondo cui quella settimana il capo del Mossad David Barnea era stato a Washington e aveva riferito all’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff che Tel Aviv stava trattando il ricollocamento dei gazawi con l’Etiopia, l’Indonesia e, appunto, la Libia.

Sabato scorso, 9 agosto, la questione è riaffiorata. Agenzia Nova, solitamente ben informata sui fatti libici, ha riferito che in un’intervista al quotidiano Maariv il ministro dell’Agricoltura israeliano, Avi Dichter, ha definito la Libia “la destinazione ideale” per un piano di reinsediamento di circa 1,5 milioni di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza, sostenendo che il trasferimento richiederebbe “solo pochi miliardi” e che “i rifugiati palestinesi potrebbero contribuire allo sviluppo della Libia”. Nova ha aggiunto anche che il 29 maggio una “fonte” aveva riferito all’agenzia che una parte del progetto sarebbe stata sostenuta dagli Stati Uniti, con la mediazione della Turchia e dell’Arabia Saudita e avrebbe compreso il trasferimento di un milione di gazawi. Secondo la stessa fonte, “Haftar avrebbe offerto di concedere la cittadinanza ai palestinesi deportati, ottenendo in cambio maggiore libertà di gestione delle risorse petrolifere e di influenzare il potere”. Il 12 agosto un portavoce di Haftar ha smentito Nova affermando che l’agenzia era stata “usata in modo strumentale sul reinsediamento dei palestinesi” e parlando di un “tentativo di distogliere l’attenzione dai risultati ottenuti dall’Esercito nazionale nella difesa della patria e della sicurezza nazionale”.

In Libia la questione dei rapporti con Israele è molto delicata. A fine agosto 2023, il ministro degli Esteri del governo di unità nazionale Najla Al-Mangoush aveva incontrato a Roma l’allora omologo israeliano Eli Cohen nel primo confronto pubblico tra funzionari libici e israeliani da decenni. Al-Mangoush aveva dichiarato che l’incontro era stato “casuale” (anche se era durato più di due ore), ma nel paese erano scoppiate violente rivolte in diverse città della Tripolitania mentre nella capitale una folla aveva assaltato il ministero degli Esteri e tentato di appiccare il fuoco alla residenza del premier Abdul Hamid Dbeibah. Secondo una legge del 1957, infatti, trattare con lo Stato ebraico è un reato che prevede fino a 9 anni di carcere e Al-Mangoush era stata sospesa dall’incarico.

A gennaio 2025, poi, la diplomatica è tornata a parlare di quell’incontro. In un’intervista al podcast “Atheer” di Al Jazeera, la donna ha affermato che si era trattato di un incontro “segreto” incentrato sul tema della sicurezza e approvato da Dbeibah, contraddicendo così il premier che aveva avallato la natura casuale del faccia a faccia. Dopo la messa in onda, nuove proteste sono scoppiate in diverse città tra cui Tripoli, Misurata e Zawiya, con dimostranti che hanno chiesto le dimissioni del primo ministro. E le manifestazioni si sono intensificate quando il governo ad interim della Libia orientale, guidato da Osama Hamad, ha condannato l’incontro definendolo “moralmente e legalmente sbagliato“, prima che la situazione tornasse alla normalità.

Nelle ultime ore l’ipotesi del displacement dei palestinesi in Libia è emersa nuovamente. E non può lasciare indifferente l’Italia, che nel febbraio 2017 firmò anche a nome dell’Unione europea il memorandum con cui accorda a Tripoli fondi e mezzi in cambio dell’impegno a bloccare la partenza dei barconi carichi di migranti diretti lungo la rotta del Mediterraneo centrale verso le coste siciliane. Se davvero un milione di gazawi dovesse essere sfollato nell’inferno libico, dove verrebbe collocato? In quale tipo di quadro giuridico l’eventuale milione di profughi potrebbe essere sistemato in un paese dilaniato dalla guerra civile e in cui sorgono centri di detenzione finanziati anche da Roma in cui sono già rinchiusi centinaia di migliaia di profughi provenienti dal sub-Sahara in violazione dei più elementari diritti umani? E chi dovrebbe occuparsi della loro gestione? Si spera non le milizie armate che si spartiscono i fondi di Italia e Ue e sui cui capi – vedi Njeem Osama Almasri – pendono ordini di arresto della Corte Penale Internazionale che li accusa di omicidi, torture e stupri e che invece vengono trattati dal governo Meloni come capi di Stato e riaccompagnati a casa su un aereo dei servizi segreti. L’ipotesi è remota, ma la totale libertà di manovra accordata dagli Stati Uniti al governo Netanyahu, nel silenzio delle democrazie occidentali, non lascia presagire nulla di buono.

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