Popillia japonica, il docente universitario: «Le trappole sono rischiose e non risolutive»
IVREA. Alberto Alma, entomologo, docente universitario, fa parte del tavolo tecnico nazionale che si occupa dell’emergenza fitosanitarie dedicato alla popilia japonica. Il tavolo prende in considerazione tutte le mappature e la distribuzione dell’insetto e studia le tecniche gestionali. Un tema, questo, assolutamente non semplice, come spiega lo stesso Alma, proprio per le caratteristiche dell’insetto, ma sono in corso studi e sperimentazioni.
Che insetto è la popillia japonica?
«La popillia japonica è un esempio delle cosiddette specia anche indicate con il termine specie aliene. Il termine corretto è specie alloctona o esotica, cioè non natìa del luogo. Il nome stesso rende facile comprendere da dove arrivi. Si tratta di un maggiolino proveniente dal Giappone che ha caratteristiche che rendono problematica la sua presenza perché è una specie invasiva e con comportamento gregario».
Che significa?
«Significa che dove si trova un individuo, questo poi rilasci dei segnali che fanno parte del linguaggio degli insetti e che ne richiamano altri. Quindi, in poco tempo ci troviamo di fronte a centinaia, migliaia di individui in una o due piante. Questo, tra l’altro, è un elemento che grava la percezione che noi abbiamo di questo insetto».
E non è tutto, vero?
«No. È un insetto molto vorace che ha dalla sua un’elevata polifagia, in grado, nella sua fase adulta in cui si sposta, di nutrirsi di svariate piante. Però, a differenza dei maggiolini tipici che abbiamo sempre avuto nel nostro paese, la popillia japonica è in grado di mangiare anche fiori e frutti. Tra le piante coltivate delle quali si nutre la popillia japonica ci sono la vite, il nocciolo e le drupacee (ad esempio pesco, albicocco, ciliegio, susino, ndr); in particolare i susini sono attrattivi per la specie».
Com’è il ciclo di vita dell’insetto?
«Le femmine depongono le uova nel terreno, nascono le larve che si nutrono delle radici delle piante erbacee. Le larve erodono le radici dei tappeti erbosi e quindi inducono le piante a un distaccamento rapido. I danni sono aggravati anche per il fatto che in queste aree si concentrano poi altri animali che cercano e si nutrono di queste larve ad esempio corvi e anche i cinghiali».
Quest’anno ci sono state tante segnalazioni anche nella nostra zona. Perché?
«Perché questa è un’area di espansione. L’insetto si è mosso a livello mondiale. Nel 1916 è stato trovato per la prima volta negli Stati uniti e circa 100 anni dopo, nel 2014, è stato segnalato per la prima volta in Italia come Paese europeo, nell’area di confine tra Piemonte e Lombardia, lungo il Ticino. Sono stati rilevati i primi adulti e, da lì, è iniziato un tentativo di contenimento. Va detto che quando si rileva una specie, è presente già da qualche anno. Il contenimento c’è stato, ma piano piano, la specie allarga la sua distribuzione. L’espansione è di circa 10-15 km l’anno».
In cosa consiste il contenimento?
«Le azioni riguardano l’utilizzo di nemici naturali per contenere le larve nel terreno, in modo particolare sono stati sperimentati nei nematodi, che sono degli invertebrati entomofagi. Si tratta di nematodi che vanno messi nel terreno. Sono in corso anche studi per nematodi indigeni che si stanno adattando e si stanno facendo prove e sperimentazioni in questo ambito».
In giro si vedono molte trappole. Sono efficaci?
«Sono un elemento rischioso e non risolutivo. Mi spiego: la trappola, di per sé, è un attrattivo quindi non un elemento di lotta. È un elemento di conoscenza e monitoraggio, ma se non gestita, quando si installa, proprio per il comportamento gregario della popillia japonica, rischia di richiamare tutti gli insetti delle aree circostanti. Le trappole si riempiono facilmente e altri insetti si diffondono nell’ambiente circostante».
Quindi che fare?
«Chi ha una protezione con le reti antigrandine, mette reti laterali, come una sorta di superzanzariera. Altra cosa da sapere è che le femmine che depongono nel suolo prediligono i terreni freschi e ricchi di umidità e quindi, laddove è possibile, sarebbe auspicabile lasciare andare i terreni in stress idrico. In questo momento la ricerca sta realizzando a livello sperimentale delle trappole attract and kill, attrai e uccidi (la Regione ne ha installate 1200, ndr). Come? Immaginate di avere la struttura come di un ombrello, ma senza il telo. Invece del telo viene messa una rete con un insetticida che agisce contro gli esemplari adulti. Si posiziona al centro di questa specie di ombrello un attrattivo, cioè una normale trappola: l’insetto arriva, viene a contatto con l’insetticida che agisce immediatamente sul suo sistema nervoso e lo uccide. Questo sistema agisce in modo selettivo, solo sulla popillia japonica. Altri studi stanno individuando nemici naturali della popillia japonica presente nella patria d’origine, dove c’è stata una coevoluzione. Si cerca di capire quali sono gli antagonisti in grado di contenere la specie fino ad arrivare a un equilibrio».