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“Eliturismo e ostriche in quota, è ora di dire basta. Santanchè? Si iscriva da noi”: l’intervista al vicepresidente del Cai

Il turismo di massa nelle località più note, il crescente numero di persone impreparate nell’affrontare le insidie della montagna. Ma anche le cime che si sgretolano, dalle Dolomiti di Brenta fino alla Valle d’Aosta. E, in tutto ciò, una visione delle terre alte che appare distante dai tempi che cambiano: quella che vorrebbe la montagna come un grande parco giochi. Proprio in questi giorni il Club alpino italiano ha preso posizione contro una pratica, in questo senso, emblematica: l’eliturismo. Un lusso a portata di pochi che va dal sorvolo di pochi minuti delle vette più suggestive (al costo di 300 euro a persona) fino all’eliski, l’elibike e ai servizi di “taxi” per raggiungere malghe e rifugi.

Giacomo Benedetti, vicepresidente del Cai, che cosa vi ha spinti a criticare l’uso dell’elicottero per scopi ricreativi in montagna?
Questa dell’eliturismo ormai è diventata una mania e noi non la condividiamo. Non è il modo giusto per fruire del contesto montano. Ci riempiamo la bocca di discorsi sulla sostenibilità, sulla lotta all’inquinamento, sulla tutela delle aree incontaminate e poi permettiamo che venga svolta questa attività che contribuisce a danneggiare l’ambiente.

La vostra è una posizione ambientalista?
Non soltanto. Qui c’entra l’etica, è vero, ma c’è anche un altro discorso.

Cioè?
Si vuol far passare l’idea che l’utilizzo dell’elicottero permetta di godere della montagna a tutte le persone. Ma com’è possibile, se un volo di pochi minuti mi costa 300 euro? Si tratta di una gita di pochi minuti riservata ai ricchi, e questo non è vivere la montagna. Anzi, è uno sfregio ai principi e ai valori della montagna. Come Cai abbiamo una struttura operativa di accompagnamento solidale per le persone disabili. In questo modo sì che promuoviamo la frequentazione della montagna per tutti. L’elicottero è escludente. E poi, personalmente, trovo più gratificante vivere la natura dall’interno, da dentro, camminare nei boschi, vedere gli animali…

La ministra del Turismo, Daniela Santanchè, è una grande fautrice dell’eliturismo, tanto che un anno fa propose di portare i turisti a Cogne in elicottero. Cosa ne pensa?
La invito a iscriversi al Cai, così avrà modo di capire perché non siamo d’accordo. La verità è che si tende a mercificare tutto. Se si guarda solo ai numeri, al risultato “entro il 31/12”, come si dice, si perde di vista la visione complessiva e a lungo termine. E si perdono di vista i valori. Mi spiego meglio: per un ritorno economico immediato l’elicottero è fantastico. Ma al di là dei danni all’ambiente, cosa lascia dal punto di vista valoriale? Al contrario, promuovere un turismo sostenibile, più a misura d’uomo, che rispetta gli abitanti delle terre alte prima ancora dei turisti, ecco, questo porta risultati sul medio-lungo periodo. Come Cai, in questo senso, abbiamo avviato il marchio ‘Villaggi montani’.

Quest’estate abbiamo assistito a diverse scene ascrivibili al turismo di massa sulle Alpi. Eppure intorno ai “grandi pieni” dell’overtourism ci sono i “grandi vuoti” delle montagne meno conosciute. Dove sta la verità?
Le rispondo con un esempio. Alla fine di luglio ho fatto un trekking in Marmolada e quando sono arrivato al cospetto di funivie e seggiovie ho trovato il mondo. Il mondo, però, concentrato in una micro area. Superati quei luoghi, si camminava serenamente. Allora il punto qual è: sì, c’è overtourism, ma c’è overtourism in aree ristrette. Direi, nelle località più note.

Rispetto al passato è cambiato qualcosa?
È fuori discussione che dopo il Covid sia aumentata la voglia di montagna. In un certo senso, il fenomeno è esploso. Purtroppo troviamo tante persone impreparate, in genere nello stesso posto, che si fanno suggestionare dalle foto sui social e che mai si mettono nelle mani di guide o di esperti. Tante persone vanno in montagna alla ricerca di spritz e ostriche, e non è un bene per la montagna. Ma voglio dire una cosa.

Prego.
Non mi sento di condannare queste persone. Molto probabilmente non sanno, non hanno gli strumenti per capire come funziona il contesto in cui si trovano. Per questo il grande compito del Cai è informare e formare. Ma non soltanto i soci, dobbiamo rivolgerci a più persone possibili. E far passare il messaggio che la montagna ha dei valori intrinsechi, che va rispettata e che il suo bello è la condivisione e l’inclusività.

Come si risolvono i problemi che il turismo di massa si porta inevitabilmente dietro?
Solo con una grande operazione culturale. Bisogna dare visibilità alle aree più marginali, e non solo alla montagna griffata. Le persone dovono scegliere non solo la vista mozzafiato promossa sui social, ma comprendere l’esperienza che si può vivere in montagna, i suoi valori tra cui, come dicevo prima, l’esperienza dello stare insieme. Come Cai interagiamo con gli istituti scolastici, dalle scuole elementari fino all’università, con lo scopo di portare i ragazzi lungo i sentieri e nei rifugi.

Al di là dell’impreparazione crescente lungo i sentieri, non crede che a volte ci sia una comunicazione aggressiva nei confronti dei turisti? Tra media e canali di informazione, spesso vengono sbeffeggiati.
Sono totalmente d’accordo, ed è un errore. Purtroppo i media vanno a caccia di notizie che fanno scalpore. Prendiamo il classico esempio: il turista in infradito in quota. Perché ha quelle calzature? Perché non sa e non si è posto il problema. E qui torniamo all’operazione culturale di cui parlavo. Perché si stigmatizzano i selfie? Le persone se li possono fare, il problema non è quello. Io vorrei che si arrivasse al momento del selfie in determinate condizioni, avendo vissuto l’esperienza che va oltre la fotografia: l’obiettivo non dev’essere il selfie ma, ovviamente, ci si può fare il selfie. Stigmatizzare è sbagliato, si passa da snob e presuntuosi e non si crea empatia. Così si ottiene l’effetto contrario.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Foto Julis_Silver/Pixnio

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