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Meloni e la Nazione al centro: l’approccio (non centrista) che manda in tilt gli analisti

L’ovazione che la platea del Meeting di Rimini – mondo cattolico articolato, dotato di gran fiuto (e di addentellati) per chi sa esprimere cultura e azione di governo – ha tributato a Giorgia Meloni e alla sua agenda ha generato il solito riflesso “pigro” di molti analisti, sempre più spaesati ogniqualvolta la premier supera brillantemente una prova di consenso. La loro spiegazione, di fronte alla progressione del fenomeno Meloni anche fra le classi dirigenti dell’arcipelago di Cl, infatti, è sempre la stessa: la premier si sta spostando al centro. Attenzione: per centro costoro non intendono un posizionamento preciso nello scacchiere bensì una sorta di approdo teleguidato che, scaricate le “zavorre” (i temi qualificanti che hanno portato FdI dal 2 al 28%), spalancherebbe le porte alla normalizzazione del progetto politico della destra, ossia all’ingresso nel Ppe. Tradotto: da rivoluzione conservatrice a conservazione dello status quo.

Vi sembra un ritratto minimamente aderente all’attuale presidente del Consiglio e leader di FdI? Ovvio, assolutamente no. La verità è che la realtà, per molti commentatori, è difficile da accettare: leggevano Meloni con le lenti distorte prima – disegnandola come la punta più pericolosa del nazional-populismo europeo – continuano ad indossarle storte adesso, dato che scambiano la responsabilità, la cultura di governo, il riformismo nazionale, con il freno motore del «centrismo». L’equivoco è facile da individuare: molti di costoro, più o meno consapevolmente, hanno davvero creduto alla “leggenda nera”, alla caricatura demonizzante con cui cercavano di scongiurarne o limitarne la vittoria. Per questo, adesso, hanno bisogno di una lettura consolatoria e forzata su una destra che avrebbe bisogno di procedere nel solco dell’establishment per sistemare i guai che proprio lo stesso establishment ha lasciato. Una lettura che somiglia a un’invocazione più che a un’analisi.

L’esempio lampante sono le parole dure di Mario Draghi, ribadite dal palco del Meeting, sullo stato di salute dell’Ue: soggetto sostanzialmente incapace di poter competere, da qualsiasi punto di vista (geopolitico, militare, energetico e tecnologico), nella stagione del ritorno degli “imperi”. Non sfugge a un’analisi storica terra-terra che sulle cause di questo disastro – Bruxelles come un grande ente regolatore che ha annichilito gran parte delle eccellenze nazionali di tutti i 27 a vantaggio illusorio di pochi – Giorgia Meloni insiste da più di dieci anni. Non solo. Il fantomatico allineamento con Draghi è pura fuffa: le soluzioni, infatti, sono diametralmente opposte. Se l’ex premier – la cui relazione è sventolata come il Vangelo dai suoi sostenitori centristi – auspica una maggiore integrazione nell’Ue e un abbandono totale nelle braccia della tecnocrazia, Meloni sostiene l’esatto opposto: indica nel ritorno allo spirito originario, confederale e collaborativo della Comunità dei popoli europei la chiave per dotare il Vecchio Continente della potenza frutto della sintesi fra il meglio delle sue Nazioni.

Altro grande abbaglio dei centristi senza baricentro è il rapporto del governo con le realtà e i protagonisti che non provengono dai percorsi canonici della destra. Anche qui ogni acquisizione è letta, da certi osservatori, come uno spostamento al centro. È davvero così? È vero l’esatto contrario. Prendiamo la corrispondenza d’amorosi sensi con la Cisl, grande sindacato di matrice cattolica. L’intesa è sbocciata con la storica approvazione della legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’impresa. Non si è trattato di certo di uno spostamento al “centro”: ciò si innesta, al contrario, nel solco del mutualismo del sindacalismo nazionale che, come ha spiegato la stessa Meloni al Meeting, «è storica battaglia della destra». Non a caso il primo atto simbolico dei parlamentari dell’allora Msi, a ogni inizio legislatura, riguardava proprio la proposta per la piena applicazione dell’articolo 46 della Costituzione, alla voce “partecipazione”.

Veniamo ai conti pubblici e al rapporto con la società. Sempre i soliti “esperti” leggono nella serietà – riconosciuta anche da loro – con cui il governo ha garantito la tenuta finanziaria dell’Italia la prova dei sogni sovranisti riposti nel cassetto e un «passo» di Meloni & co verso l’età adulta del «centrismo». Non si sa quale programma elettorale abbiano letto. In realtà, come ha spiegato più volte la premier, si è trattato dell’approccio oculato che ha tutelato l’Italia dalle mire del vincolo esterno (esattamente quello che rischia in queste ore la Francia “neocentrista” di Macron…) e che ha permesso, allo stesso tempo, di garantire importanti risorse per l’Italia sofferente alle prese con l’inflazione, il caro energia generati dalla tempesta perfetta (Covid, guerre e Green deal).

Adesso, al giro di boa che inaugura gli ultimi due anni di governo, è arrivato il momento di investire sul ceto medio. E qui la premier, proprio davanti a una platea sensibile sull’argomento, ha rilanciato un approccio e una proposta: la sussidiarietà. E con questa il piano casa dedicato alle giovani famiglie. Nostalgia della Dc? Decisamente no. Sono tutti concetti (il solidarismo comunitario e la responsabilità al posto della logica del sussidio e del vincolo statalista) fondanti di quella Dottrina sociale della Chiesa che con l’enciclica Rerum novarum rappresenta da sempre uno degli architravi della proposta della destra.

Insomma, sovranità “nazionale” europea, comunità del lavoro, protagonismo dei corpi intermedi, ruolo della famiglia. Senza dimenticare le radici profonde, senza le quali l’Europa continuerà ad essere preda dei venti. Sono queste le proposte e le risposte che la destra di governo porta in dote all’Italia. Sono le idee-guida di una premier che ha al “centro” del proprio agire l’interesse delle Nazione e non quello della fazione. Sono i «mattoni nuovi» che hanno entusiasmato il popolo del Meeting. Necessari per ricostruire sulle macerie causate proprio dai centristi e dai centrismi di ieri e di oggi.

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