L’assassino di Lidia Peschechera si è diplomato nel carcere di Bollate
Pavia. La notte del 12 febbraio 2021 uccise la sua fidanzata, Lidia Peschechera, di 49 anni, nell’abitazione di lei in via Depretis, al Ticinello. La strangolò e poi rimase quattro giorni in casa con il cadavere, prima di essere scoperto in un albergo a Milano. Per questo delitto Alessio Nigro, 32 anni, sta scontando 20 anni di reclusione in carcere a Bollate: qui, tra le mura della cella dove trascorrerà ancora molti anni, ha da poco preso il diploma e quest’anno si iscriverà alla facoltà universitaria di Psicologia. A Bollate, carcere modello per il reinserimento dei detenuti, il percorso scolastico è scelto da molti reclusi, insieme alla possibilità di svolgere attività lavorative, all’interno o all’esterno della struttura. Nigro ha scelto la strada dello studio per fare i conti con il crimine commesso. Secondo il suo avvocato, Giovanni Caly, «da quando è in carcere sta provando a trovare un senso alla sua esistenza, leggendo molto».
Nigro aveva ucciso la fidanzata al culmine di un litigio: Lidia Peschechera, conosciuta a Pavia per il suo impegno nelle associazioni animaliste e femministe, voleva rompere la relazione con il fidanzato, che non voleva farsi curare dal suo alcolismo cronico. Una dipendenza che lo aveva fatto entrare e uscire da diverse comunità.
Il giorno del delitto Nigro aveva promesso alla fidanzata che sarebbe andato al Serd a Bergamo, dove aveva appuntamento, ma sul treno si era addormentato ed era tornato a Pavia. Era stata proprio questa circostanza a far esplodere il litigio in casa della vittima, al Ticinello.
Nigro al termine del processo di primo grado era stato ritenuto seminfermo di mente: i giudici della Corte di Assise di Pavia avevano condiviso le conclusioni a cui era arrivato il perito della difesa, Cristiano Barbieri, che aveva sottolineato il ruolo del disturbo borderline di personalità di Nigro, disturbo che aggiunto all’alcol bevuto prima del delitto gli aveva impedito di controllare gli impulsi e la sua aggressività.
La pena era rimasta la stessa anche in secondo grado, ma i giudici della Corte di Assise di appello avevano dato un minor ruolo alla condizione psichica dell’imputato, ritenendo invece Nigro lucido quando agì. Nonostante la condanna Nigro non ha risarcito i familiari della vittima, perché nullatenente. I parenti di Lidia Peschechera hanno ottenuto soltanto l’indennizzo previsto dallo Stato per le vittime di reati violenti.