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Scuola, tra retorica del passato e tagli: divari Nord-Sud e sfide irrisolte per studenti e insegnanti italiani

di Dario Spagnuolo

Ogni anno, solitamente entro la metà di settembre, tutte le scuole italiane riprendono a funzionare. A Napoli, per inaugurare il nuovo anno scolastico ci sarà il Presidente della Repubblica, forse l’unico rappresentante delle istituzioni ancora in grado di parlare ai più giovani.

Sempre a Napoli, giungerà anche Giuseppe Valditara, ministro dell’istruzione e del merito.

La presenza a Napoli dei vertici delle istituzioni potrebbe esprimere una rinnovata attenzione, in qualche caso una vera e propria preoccupazione, per il mondo giovanile e adolescenziale.

Il problema, tuttavia, è come si guarda a scuola e giovani, e in che misura un approccio ideologico sia divenuto azione politica.

Nel mondo prevalgono i governi di destra. L’ideologia MAGA (in Italia sarebbe MIGA) tuttavia è fondata su un presupposto errato. Il problema è in AGAIN (Make America Great Again) che si riferisce ad un passato mitizzato. L’analisi storica non consente di individuare né nel passato degli USA, né in quello dell’Italia nessuna presunta “età dell’oro” alla quale ispirarsi.

Nel caso della scuola, anzi, il problema non è il ritorno al passato. Nel corso degli anni, infatti, si è assistito ad un progressivo miglioramento. L’obbligo scolastico nato all’indomani dell’unità d’Italia e di soli 5, è stato prima elevato ad 8 e poi, con la L. 53/2003, a 10 anni. L’evasione scolastica è stata sensibilmente ridotta, grazie anche all’anagrafe degli studenti, mentre la scolarizzazione è aumentata enormemente. Basti pensare che nel 1951 frequentavano la scuola secondaria poco più del 10% della platea totale, mentre attualmente siamo abbondantemente sopra al 90%.

Anche il tempo scuola è stato aumentato, sia anticipando a settembre l’inizio dell’anno scolastico con la L. 517/1977, sia con l’introduzione del tempo pieno (L. 820/1971).

Nel 1998/99, poi, il nuovo esame di Stato (riforma Berlinguer) ha porta a 3 le prove scritte e ha introdotto  il colloquio su tutte le materie, migliorando il precedente esame “di maturità” che prevedeva due prove scritte e due solo materie per il colloquio.

Questa sommaria analisi diacronica trova conferma nel fatto che in Italia il ventre molle è rappresentato dagli adulti, che hanno bassi titoli di studio e un tasso di analfabetismo funzionale altissimo.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’analisi preferita dai governi è stata quella comparativa, rispetto agli altri paesi dell’OCSE, con a supporto i dati dell’INVALSI.

I dati INVALSI e PISA OCSE sono stati utilizzati per affermare che la scuola italiana è inefficiente e inefficace e produce alunni impreparati, soprattutto nel Mezzogiorno. Di conseguenza, la scuola è stata punita con consistenti tagli di bilancio e un’impostazione aziendalista che nulla ha a che vedere con la pedagogia. Tra i tagli più importanti sicuramente bisogna ricordare quelli del Ministro Gelmini, con la reintroduzione del maestro unico alla scuola primaria, la drastica riduzione dell’alternanza scuola lavoro e la revisione al ribasso del monte orario delle scuole superiori.

Si è inoltre spinto sui “percorsi quadriennali”, ovvero la possibilità di abbreviare la permanenza tra i banchi della scuola superiore, e su un’infinità di altri provvedimenti che hanno tolto risorse alla scuola. Tra le ultime, l’aumento a 961 alunni, su scala media regionale, per poter costituire un’istituzione scolastica autonoma. Un provvedimento che riduce soprattutto i collaboratori scolastici, indispensabili alla vigilanza e alle pulizie, nonostante le strutture vetuste e i comportamenti degli scolari richiedano un’attenzione straordinaria.

E’ bene dire, però, che l’interpretazione dei dati OCSE da parte degli ultimi governi è quanto meno parziale. L’OCSE, infatti, produce diversi report sul sistema di istruzione dei paesi sviluppati.

L’indagine OCSE PISA mostra che gli alunni italiani hanno competenze di lettoscrittura mediamente simili a quelle dei loro coetanei degli altri paesi, vanno un po’ meglio in matematica e peggio nella comprensione di un testo. Sono però presenti significativi divari di genere e territoriali.

L’indagine OCSE PIAAC, sulle competenze degli adulti, è decisamente preoccupante. Circa il 33% degli italiani tra 16 e 65 anni, quota che raggiunge il 50% nel Mezzogiorno, non comprende un testo scritto e non ha competenze matematiche tali da risolvere un semplice problema.

Il rapporto “Education at a glance”, infine, analizza il sistema di istruzione. Ne risulta che i docenti italiani sono anziani e sottopagati, mentre l’investimento in istruzione è tra i più bassi tra tutti i paesi sviluppati.

I tre rapporti, insomma, confermano l’analisi diacronica: se stanno peggio gli adulti vuol dire che in passato la scuola era peggiore. Rivelano anche cosa si dovrebbe fare in termini di investimenti.

I divari territoriali, ad esempio, sembrano direttamente riconducibili alla scarsità di risorse.  Per quanto riguarda le palestre, ad esempio, solo il 46,4% delle scuole italiane ne ha una. Il dato precipita nel Mezzogiorno (indagine di Save the Children, 2024). Nella metropoli di Napoli, ad esempio, solo il 19% degli edifici scolastici ha una palestra, non sempre in condizioni di agibilità (dati Openpolis).

Quanto al tempo pieno, nell’Italia centro settentrionale i dati sono: Milano 97%, Firenze 80%, Torino 78%, Roma 78%. A livello regionale, in tutta l’Italia centro settentrionale le classi a tempo pieno sono oltre la metà del totale. Nel Sud invece il tempo scuola è ridotto all’osso. A Napoli, ad esempio, sono a tempo pieno il 21,5% delle classi. Il divario in termini di tempo scuola è spaventoso: 1320 ore di scuola all’anno per un alunno che frequenta il tempo pieno, 891 ore mediamente per uno che non può usufruirne.

In 5 anni di scuola primaria si tratta di circa 2 anni e mezzo di scuola in meno.

Nessuno dei governi recenti ha assunto la soluzione di tali problematiche nei propri programmi. Le azioni sembrano piuttosto inseguire un elettorato invecchiato e impaurito, che vagheggia il ritorno al passato rifiutando di confrontarsi con un mondo complesso. 

L’ultima trovata è il ritorno all’esame di maturità con solo quattro materie orali e l’obbligo di sostenere il colloquio. Una rivisitazione del vecchio esame che i nostalgici rimpiangono. Se si entra nel merito, la dicitura “maturità” indica il raggiungimento di un pieno sviluppo fisico, psicologico e morale che tanti non conseguono mai. D’altronde, si può essere un eccellente critico d’arte, un brillante stilista o un affermato leader politico perseverando in intemperanze verbali e comportamentali tipiche di un adolescente.

La scelta delle 4 materie, poi, induce al disimpegno per le altre ed è contraria ad un approccio olistico al sapere, ritenuto indispensabile per essere open minded. L’unico vantaggio è il risparmio per l’erario derivante dalla riduzione del numero di commissari d’esame.

L’obbligo di sostenere il colloquio, infine, non incide minimamente sul nocciolo della questione: un sistema di crediti, punteggi e punticini che umilia la valutazione del “profilo in uscita”, pure stabilito dalla riforma Gelmini e ancora vigente.

Per il nuovo anno scolastico, insomma, si resta in attesa di un rinnovato impegno a partire dal Sud.

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