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Capezzone, un libro-verità su Trump e Musk: “Donald non piacerebbe a sinistra neanche se appoggiasse Schlein”

«Donald Trump non piacerebbe a sinistra nemmeno se scrivesse “Vota e fai votare Elly Schlein” sul suo profilo X». A dirlo non è un alto funzionario della Casa Bianca in via confidenziale, ma un volto noto del giornalismo e della politica italiana, Daniele Capezzone, oggi direttore di Libero e autore del libro «Trumpisti o Muskisti, comunque fascisti»: in un’intervista al Secolo d’Italia parla del modo in cui la sinistra tende a demonizzare il “nemico”, dipingendolo sempre e comunque come anti-democratico o “fascista”. Capezzone è un amante della politica,  non disdegna, anzi, ama il confronto anche duro e sincero, del resto si è laureato alla Libera Università della polemica “Marco Pannella”. Ed è anche per questo motivo che, talvolta, rimane infastidito da certi atteggiamenti pregiudiziali.

«La divisione tra destra e sinistra è il nostro onore e il nostro orgoglio, ma tutt’altra cosa è ritenere che un’altra parte non sia legittimata per principio, o che addirittura sia ontologicamente incostituzionale». Per questo Capezzone si dice «colpito, ma non sorpreso» dalle reazioni di chi sul web ha festeggiato per l’omicidio di Charlie Kirk, attivista conservatore americano e fondatore di Turning point. Questo perché in molti «l’hanno presentato come un estremista anche se credeva nel meccanismo del dialogo. L’hanno perfino descritto come un omofobo, anche se non lo era, anzi era esattamente il contrario». Poi riflette sul modo in cui la sinistra contemporanea definisce la destra di ogni estrazione. Secondo Capezzone, «per loro sei comunque fascista. Se il metodo è quello di dare del fascista a qualunque avversario, poi non c’è da sorprendersi se qualcuno – magari più fanatico degli altri – decide di passare ai fatti e all’ ‘eliminazione’».

“Trumpisti o Muskisti”: perché l’estrema sinistra li detesta a priori?

«Quel che colpisce è la meccanicità e la banalità dello schema con cui la sinistra bolla qualunque avversario. Sulla copertina del mio libro ci sono 4 leader molti diversi: Donald Trump, Elon Musk, Javier Milei e Benjamin Netanyahu. Nel volume si parla molto anche di Giorgia Meloni. Ma il riflesso condizionato della sinistra, nonostante le differenze di questi politici, è quello della “fascistizzazione” del nemico. Sei di destra sociale? Fascista! Sei un liberale di destra? Fascista! Sei per una destra di falchi o colombe in politica estera? Per loro sei comunque fascista. Se il metodo è quello di dare del fascista a qualunque avversario, poi non c’è da sorprendersi se qualcuno – magari più fanatico degli altri – decide di passare ai fatti e all’ ‘eliminazione’».

L’odio antifascista rischia di travolgere l’Occidente?

«Diciamo che a Teheran e altrove hanno un motivo di divertimento nel constatare che l’Occidente è diviso al proprio interno. E non si tratta delle divisioni fisiologiche per ogni democrazia. La divisione tra destra e sinistra è il nostro onore e il nostro orgoglio, ma tutt’altra cosa è ritenere che un’altra parte non sia legittimata per principio, o che addirittura sia ontologicamente “incostituzionale”. Questa è l’assurda visione che la sinistra ha della destra e questo oggettivamente apre una frattura in Occidente che fa sorridere certe autocrazie, rendendole soddisfatte della lacerazione. Il 6 novembre 1980, L’unità – che all’epoca era l’organo di stampa del Pci – se ne uscì con il titolo “Inquietudine del mondo per l’elezione di Reagan”. Eppure loro stavano abbracciati a Leonid Breznev, che all’epoca era segretario del Partito comunista sovietico. Per la sinistra ogni volta che un repubblicano vince le elezioni è una canaglia: ma si può avere un atteggiamento così infantile? Ma come si fa…»

Che cosa pensa lei di Charlie Kirk?

«Mi colpisce, ma non mi sorprende, la spietatezza con cui alcuni alcuni hanno festeggiato la morte di Charlie Kirk sui social. Mentre invece mi addolora, ma anche qui non mi sorprende, il modo in cui alcuni intellettuali o presunti tali abbiano cominciato a dare le pagelle ai morti. Mentirei se dicessi di esserne rimasto sbalordito, perché mi aspettavo questo veleno. Ciò che mi ha addolorato particolarmente, e che mi ha anche sorpreso, è la modalità con cui è stata stravolta la personalità del fondatore di Turning point. L’hanno presentato come un estremista anche se credeva nel meccanismo del dialogo. L’hanno perfino descritto come un omofobo,  anche se non lo era, anzi era esattamente il contrario. La distorsione della figura di Kirk è un metodo tipicamente terroristico, per cui la vittima va spersonalizzata. In questo caso non conta che tipo di persona fosse, ma soltanto il simbolo da colpire e il bersaglio da abbattere. Se non fosse morto, secondo me, tra dieci anni sarebbe stato candidato alla presidenza degli Usa e probabilmente sarebbe stato anche un presidente fantastico. Era uno che incarnava, anche dal punto di vista culturale, la rara capacità di tenere insieme mondi diversi che esistono nella destra occidentale. Kirk era a favore dell’economica e del mercato, ma al tempo stesso aveva compreso come il movimento Maga cercasse una “protezione sociale”. Peraltro era molto cristiano, eppure riusciva ad essere laico nei comportamenti».

Nel libro cita Leopardi e Freddie Mercury: oggi sarebbero considerati “fascisti” anche loro?

«Mettiamola così: la grandezza di Freddy Mercury non sta solo nella sua arte, ma anche nel fatto che lui è stato liberamente sé stesso, senza dare lezioni di inclusione e diversità. Si è sempre tenuto alla larga da prese di posizione politiche, dalle tendenze che sono tipiche dell’Europa continentale, che vedono l’artista come una forza militante per chissà quale causa. Era libero e pienamente realizzato. Quanto a Giacomo Leopardi, gli dedico il capitolo conclusivo perché desidero ribellarmi al modo in cui è stato presentato agli italiani per generazioni. Veniva descritto alla stregua di un caso umano e come un giovane sofferente, ma nel suo caso siamo davanti a un pensatore altissimo. “La ginestra” è una grande poesia, ma è anche una feroce critica alle illusioni positiviste e progressiste nel senso filosofico. Il suo è un umanesimo conservatore e una lezione di realismo».

Trump cerca la pace a Gaza, ma la sinistra, anche quella italiana, non se ne fa una ragione: perché?

«Giochiamo un po’: se anche Donald Trump domani mattina impazzisse e scrivesse un tweet come “Vota e fai votare Elly Schlein”, gli darebbero comunque del fascista. È sistematico, qualsiasi cosa lui faccia si verifica una crisi isterica o uno scatto di nervi. Ci hanno parlato per anni dell’esigenza di pace e dalla chiusura dei conflitti in corso, almeno diamo atto a Trump del tentativo meno lontano dal traguardo. Vale per il Medio Oriente e anche per l’Ucraina. Ovviamente l’obiettivo non è stato ancora centrato, ma nei tre anni precedenti, quando c’erano “quelli bravi” come Joe Biden e Emmanuel Macron, si è forse arrivati vicini al bersaglio? Eppure viene rigettata qualsiasi cosa faccia The Donald, a prescindere. Giorgia Meloni, invece, si sforza sempre di tenere più vicine le due sponde dell’Oceano Atlantico».

Che cosa pensa delle blacklist per gli “Antifa” negli Usa e in Ungheria?

«La regola generale non è colpire qualcuno per le proprie idee, per quanto sbagliate e aberranti, ma punirlo se quei pensieri si traducono in comportamenti violenti. Adesso gli “Antifa” non devono fare le mammolette, perché loro non sono dediti alle conferenze teoriche: molto spesso fanno parte di organizzazioni che si caratterizzano per azioni violente. Quindi non facciano finta di non sapere di cosa si sta parlando. E non dovrebbero fare le vittime nemmeno quelli che, attraverso il woke e il politicamente corretto, hanno redatto liste di proscrizione. Perché ora, alcuni di loro, stanno facendo lezioni di liberalismo. Comunque sia, il centrodestra culturale e politico non deve usare uno “specchio” simile al woke, ma punire semplicemente i comportamenti sbagliati che compromettono la sicurezza».

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