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Tensione ai colloqui di Sharm: le rivendicazioni di Hamas e le celebrazioni sul 7 ottobre irrigidiscono Israele

Le trattative per un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ospitate in Egitto con la mediazione dell’Egitto e la partecipazione di Stati Uniti e Qatar, si sono fatte più tese dopo le ultime dichiarazioni del movimento jihadista. Durante il primo round di colloqui, Hamas ha chiesto a Israele di ritirare le proprie truppe dai quartieri residenziali di Gaza come condizione preliminare per l’avvio dello scambio di ostaggi. Una richiesta che, secondo fonti dei mediatori, ha provocato un immediato irrigidimento della delegazione israeliana, già restia a considerare concessioni unilaterali prima della liberazione degli ostaggi.

Secondo Sky News Arabia, Hamas ha posto il ritiro militare come prerequisito imprescindibile, insistendo inoltre per l’inclusione di sei detenuti condannati all’ergastolo nella lista dei prigionieri da scambiare. Due punti giudicati “irricevibili” da Israele e che, secondo fonti del Mossad, rischiano di far naufragare la prima fase dell’intesa delineata dagli Stati Uniti. Il premier Benjamin Netanyahu ha inviato al tavolo del Cairo una squadra di medio livello, segnale della cautela con cui Israele guarda al negoziato. La delegazione comprende il vicedirettore del Mossad, il vice capo dello Shin Bet, il coordinatore per gli ostaggi Gal Hirsch, il generale Nitzan Alon, il consigliere molto vicino al primo ministro Ophir Falk, il capo del COGAT (l’autorità militare per i Territori) Rassan Alian e diversi ufficiali delle Forze di Difesa Israeliane.
Per la parte di Hamas, invece, non è chiaro se il capo negoziatore Khalil al-Hayya – visto lunedì mattina al Cairo – abbia già raggiunto la località turistica di Sharm el-Sheikh, dove si tengono gli incontri.

Il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, ha confermato che l’obiettivo immediato dei colloqui è un cessate il fuoco stabile e il rilascio simultaneo di ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi. Le delegazioni, ha spiegato, stanno discutendo delle mappe delle aree da cui le forze israeliane dovrebbero ritirarsi nella fase iniziale, comprendente anche la consegna “completa e incondizionata” di aiuti umanitari a Gaza sotto il coordinamento delle Nazioni Unite. Washington, che entrerà ufficialmente nel tavolo domani, punta invece a creare un “meccanismo di sicurezza multilivello” che garantisca il ritiro graduale delle truppe israeliane in cambio di controlli effettivi sul disarmo di Hamas. Ma la tensione è esplosa dopo che Hamas, nel giorno dell’anniversario del 7 ottobre 2023, ha diffuso una dichiarazione in cui definisce quell’attacco – costato la vita a oltre 1.200 israeliani – «un glorioso giorno di successo per il popolo palestinese». Il testo, rilanciato dal Times of Israel, commemora i leader del gruppo uccisi – Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar, Saleh al-Arouri e Mohammed Deif – accusando Israele di portare avanti «una guerra di sterminio e di fame» con la complicità del «silenzio arabo e internazionale».

Le parole, percepite a Gerusalemme come una provocazione deliberata, hanno inasprito ulteriormente la posizione israeliana. «Non si può parlare di pace mentre si glorifica un massacro», ha dichiarato a Channel 12 un alto funzionario del governo israeliano. «Se Hamas considera il 7 ottobre un successo, significa che non ha mai avuto intenzione di negoziare seriamente. Qualsiasi ritiro totale dalla Striscia sarebbe un suicidio politico e militare per Israele». Dal Cairo, una fonte diplomatica egiziana citata da Al Ahram ha ammesso la delicatezza del momento: «Il clima al tavolo è teso. I mediatori stanno cercando di evitare che le posizioni si irrigidiscano ulteriormente, ma la retorica di Hamas e la risposta israeliana rendono difficile qualsiasi passo avanti concreto». Un alto funzionario egiziano, citato dai media locali, ha comunque confermato che nei colloqui indiretti le parti hanno raggiunto intese preliminari sulla prima fase dell’accordo voluto dal presidente statunitense Donald Trump: rilascio parziale degli ostaggi, cessate il fuoco temporaneo e ingresso controllato degli aiuti umanitari. Restano tuttavia irrisolte le questioni politiche più delicate, in particolare la proposta di Hamas di consegnare le armi a un comitato egiziano-palestinese, rifiutando qualsiasi amministrazione internazionale della Striscia e la nomina dell’ex premier britannico Tony Blair scelto personalmente da Donald Trump come governatore di transizione.

Dall’Europa, la commissaria Dubravka Suica ha ribadito che l’Unione europea sosterrà la ricostruzione di Gaza solo in presenza di “smilitarizzazione, riforma dell’Autorità palestinese e pieno rispetto del diritto internazionale”. L’Unione Europea, ha aggiunto, intende svolgere “un ruolo centrale nei meccanismi di ricostruzione attraverso il gruppo dei donatori per la Palestina”. Intanto Hezbollah, in un messaggio diffuso tramite Al Manar, ha esortato i Paesi arabi a “serrare i ranghi contro Israele”, definendo lo Stato ebraico “un cancro da estirpare dal cuore del Medio Oriente”. Un linguaggio che, secondo analisti egiziani, rischia di compromettere il fragile equilibrio del negoziato di Sharm e di spingere Gerusalemme a un’ulteriore chiusura. Il Cairo, che finora ha mantenuto una difficile neutralità, tenta di salvare il tavolo diplomatico. Ma l’impressione, condivisa da più osservatori internazionali, è che le celebrazioni di Hamas per il 7 ottobre e la pretesa di un ritiro militare immediato abbiano spostato l’asse del confronto su un terreno politico e simbolico, rendendo più remoto ogni passo concreto verso la tregua. Infine, mentre scriviamo, si apprende che Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno annunciato che il Capo di Stato Maggiore, il generale Eyal Zamir, ha ordinato di innalzare lo stato di allerta dell’esercito al livello più alto durante la festività di Sukkot. La decisione è arrivata dopo una valutazione della sicurezza svolta in giornata con i comandanti senior dell’IDF, alla luce delle crescenti preoccupazioni per possibili escalation su più fronti. Secondo quanto riferito dall’esercito, Zamir ha disposto che le operazioni di difesa abbiano la priorità fino alla fine del periodo festivo. «Siamo pienamente pronti — sia in difesa che in attacco — su ogni fronte», ha dichiarato Zamir in un comunicato. «Il nostro obiettivo è garantire che ogni israeliano possa celebrare Sukkot in sicurezza e in pace».

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