Ex assessore leghista accusato di omicidio volontario, il giudice ammette le nuove testimonianze
Voghera. Una perizia psicologica, il suo interrogatorio, le testimonianze di alcuni amici e il parere di un commissario di polizia sull’arma da cui era partito il colpo. Sono i documenti prodotti da Massimo Adriatici, 50 anni, l’ex assessore leghista di Voghera accusato di omicidio volontario per la morte del 39enne Younes El Boussettaoui, ucciso con un colpo di pistola la sera del 20 luglio 2021 in piazza Meardi, a Voghera. I documenti sono stati tutti accolti giovedì 23 ottobre dal giudice Luigi Riganti, nella seconda tappa dell’udienza preliminare a carico di Adriatici. Anche la procura, nel corso dell’udienza, ha prodotto documenti, anche questi ammessi: per esempio il verbale del consiglio in cui si decise a marzo del 2021 di istituire tavolo per la sicurezza. Il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha prodotto anche gli atti del procedimento disciplinare a carico dell’avvocato Adriatici.
La procura, attraverso il procuratore Fabio Napoleone e l’aggiunto Stefano Civardi, ha chiesto il rinvio a giudizio: alla precedente udienza si era opposta alla produzione dei documenti depositati dalla difesa, non ritenendola legittima perché presentata in maniera tardiva, molto oltre la conclusione delle indagini. Sul punto hanno detto la loro anche gli avvocati di parte civile, Debora Piazza e Marco Romagnoli, che rappresentano i parenti della vittima, genitori, fratelli e sorelle. La difesa di Adriatici, sostenuta dagli avvocati Carlo Alleva e Luca Gastini, ha chiesto il rito abbreviato. La richiesta è stata accolta dal giudice: si proseguirà quindi il 26 novembre con la requisitoria del pm. A fare la relazione conclusiva sarà direttamente il procuratore capo Fabio Napoleone, una scelta non frequente. Il 16 dicembre toccherà invece alla difesa di Adriatici, mentre la sentenza dovrebbe arrivare nell’udienza del 30 gennaio, già fissata.
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La documentazione
La difesa di Adriatici alla precedente udienza aveva depositato diversi documenti a suo favore: il parere di un commissario di polizia sull’arma detenuta da Adriatici per difesa personale e usata quella sera, una Beretta calibro 22, e sul modo di portarla, e le testimonianze di alcuni amici.
Tra i documenti anche il profilo psicologico dell’imputato, in relazione ai fatti di quella sera di luglio, secondo cui l’imputato avrebbe avuto un blackout della mente, al momento dell’esplosione del colpo, a causa della caduta provocata dal pugno a mano aperta sferrato dalla vittima.
Adriatici, accusato di omicidio volontario, attraverso i suoi legali, aveva anche fatto un’offerta di risarcimento ai familiari della vittima, presentando assegni per 220mila euro. Offerta che era stata tentata già due volte e che i familiari hanno ancora rifiutato.
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Il cambio di imputazione
Adriatici era stato già giudicato, ma con un processo pubblico e per un’altra contestazione, quella di eccesso colposo di legittima difesa.
Il processo di primo grado, durato da aprile a novembre dello scorso anno, non si era però chiuso con una sentenza (il pm Roberto Valli aveva chiesto una condanna a 3 anni e mezzo), ma con l’ordinanza della giudice Valentina Nevoso che aveva mandato gli atti alla Procura chiedendo ai pm di modificare il capo di imputazione in omicidio volontario.
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Con questa nuova accusa Adriatici rischia, in caso di condanna, una pena elevata. E per questo la difesa sceglie la strada del rito abbreviato, che consentirebbe di arrivare dalla pena prevista dei 21 anni di carcere fino ai 14 anni, per scendere ancora fino a 9 anni e 9 mesi in caso di riconoscimento delle attenuanti. Sulla richiesta si deciderà nelle prossime udienze.
«Una ronda armata»
L’abbreviato è consentito dal codice perché ad Adriatici non sono contestate aggravanti, anche se i pm nel capo di imputazione indicano alcune circostanze particolari. Secondo i magistrati, infatti, quel proiettile, che colpì Younes tra il torace e l’addome e provocò una emorragìa, fu esploso «in violazione dei doveri del suo ufficio di assessore».
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Adriatici, secondo i pm, svolgeva «indebitamente un servizio di ronda armata» e di «pedinamento» della vittima, «un cittadino molesto, già soggetto a segnalazioni», e «dopo avergli mostrato la propria pistola ed essere stato colpito da lui con una manata al volto che ne determinava la caduta a terra, la perdita degli occhiali indossati e contusioni al volto refertate in due giorni, esplodeva un colpo d’arma da fuoco». La pistola aveva inoltre il colpo in canna ed era caricata con proiettili a punta cava, «utilizzabili in poligono e non per difesa personale».
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