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Francia, la disastro sociale di Macron: tra pensioni, crisi e violenza

Nel 2023, a meno di un anno dalla rielezione di Emmanuel Macron alla presidenza della République française, nel parlamento di Parigi arrivava la riforma delle pensioni e, con essa, la tempesta che ancora oggi continua a scuotere la politica d’Oltralpe, minando quel patto sociale che ha tenuto insieme una sempre più rabberciata Quinta Repubblica, nonostante molteplici crisi partitiche ed economiche, e al netto di fenomeni di protesta come i Gilet gialli e della violenza cieca del terrorismo islamico: mesi di accesi dibattiti in Parlamento, scioperi di massa e violente proteste di piazza, mentre il contestato disegno di legge veniva approvato ricorrendo a un meccanismo costituzionale noto come 49:3 (un cavillo che permette di fare passare le leggi di bilancio senza chiedere la fiducia).

Riforma pensionistica congelata fino al 2027

Adesso, però, proprio in nome della stabilità politica, il progetto di riforma pensionistica – che innalza gradualmente l’età pensionabile da 62 a 64 anni – viene provvisoriamente parcheggiato «fino alle presidenziali», ovvero sino al 2027 (teoricamente).
L’Eliseo, infatti, dopo l’ennesima crisi al buio, ha dovuto ingoiare il rifiuto di una larga maggioranza del Parlamento (e, per estensione, del Paese) a proseguire in quella direzione, per impedire che Sébastien Lecornu – rinominato primo ministro dopo appena quattro giorni dalle sue dimissioni – rimettesse nuovamente il mandato nelle mani del presidente e costringesse Macron a indire elezioni anticipate.
Cosa che – questa la giustificazione – un Paese come la Francia, membro permanente dell’Onu e unica potenza nucleare dell’Ue, non può permettersi in una fase storica delicata e pericolosa come quella presente, stretta tra minacce di guerra dal fronte orientale e crisi economica all’orizzonte. In nome della stabilità, o meglio della governabilità, dunque, l’Esagono prova a ripartire da dove aveva lasciato.

Lecornu cerca ossigeno politico

Lecornu è già il terzo primo ministro francese nominato da Macron in un solo anno e, se vuole durare più dell’ultima volta, necessita del sostegno dei deputati socialisti in Parlamento per garantire la sopravvivenza del suo governo.
Per questo ha messo da parte l’odiata riforma che, se anche dovesse sopravvivere, richiederebbe di far approvare al parlamento un bilancio che riduca il deficit, che quest’anno raggiungerà la preoccupante quota del 5,4% del Pil.
Senza contare che nel 2025 il debito pubblico francese è letteralmente esploso e ammonta già a 3.400 miliardi di euro, pari a quasi il 114% del Pil, qualificandosi come il terzo più alto dell’eurozona, dopo Grecia e Italia.

Il rischio: consegnare la Francia agli “indesiderati”

In queste condizioni, c’è il rischio concreto di consegnare la Francia ai partiti «indesiderati»:
a destra il Rassemblement National di Marine Le Pen, che già pregustava l’idea di far cadere il governo e di vincere le elezioni anticipate con Jordan Bardella al posto di Lecornu (lei è ineleggibile perché condannata per appropriazione indebita); sul fronte opposto Jean-Luc Mélenchon, che nel 2016 ha fondato La France Insoumise («La Francia indomita») con l’obiettivo di ridare voce alla sinistra popolare, concentrandosi su lavoro, diritti e redistribuzione.

La deriva radicale di Mélenchon e Rima Hassan

Ma oggi quel movimento di “indomiti” si è trasformato in un partito ideologico, schierato apertamente nel conflitto israelo-palestinese, con venature antisemite e sempre più vicino alla linea del Qatar, storico sponsor di Hamas e regista della diplomazia araba nella crisi di Gaza.
A incarnare questa metamorfosi è Rima Hassan, avvocata franco-palestinese eletta al Parlamento europeo nelle liste di Lfi e oggi considerata la nuova icona della sinistra radicale.
La sua militanza pro-Gaza, i toni intransigenti e il linguaggio incendiario hanno contribuito a trasformare il movimento in una piattaforma politica che, dietro la difesa dei diritti umani, ripete la retorica ambigua dell’emirato.

L’influenza del Qatar e la narrazione ambigua

Nella primavera del 2025, Mélenchon stesso ha incontrato l’emiro Tamim al-Thani a Doha. Da allora, il discorso politico della sinistra radicale e dei suoi deputati ha assunto toni sempre più pericolosi: usano parole come «resistenza palestinese» ma negano gli atti di terrorismo, e definiscono gli attacchi del 7 ottobre «offensiva armata», in pratica giustificandoli.
Nei suoi discorsi pubblici, Israele è «potenza occupante» e Hamas invece «una componente del popolo palestinese». È la stessa costruzione narrativa che Doha diffonde in Europa attraverso media, fondazioni e relazioni culturali.

Tra ambiguità diplomatica e violenza urbana

La France Insoumise oggi parla la lingua della condanna selettiva, della diplomazia ambigua e della giustificazione politica della violenza. Mélenchon sostiene di difendere la pace, ma le sue dichiarazioni coincidono con la propaganda del Qatar, che finanzia Hamas (anche se ora siede al tavolo delle trattative di pace).
Soprattutto, offre la scusa a quanti odiano l’Occidente e gli ebrei di creare il caos nelle città francesi, spesso senza conseguenze.
Dentro Lfi, le posizioni filo-qatarine hanno consolidato la leadership ideologica di Hassan, oggi linea ufficiale del partito. Le sue parole, tuttavia, hanno provocato polemiche e indagini giudiziarie in Francia, dove la procura ha aperto fascicoli per «apologia del terrorismo» contro esponenti di Lfi che avevano definito Hamas «movimento di resistenza».

Crimine e insicurezza in crescita

Tutto ciò non fa che rinfocolare le tensioni sociali e acuire un senso d’insicurezza generale. Non è solo una percezione:
la Francia oggi ha un tasso di omicidi pro capite più alto rispetto all’Italia e ad altri Paesi europei (1,15 per 100 mila abitanti rispetto alla media europea di 0,85); le aggressioni intenzionali sono decuplicate (384 mila in Francia contro le 65 mila in Italia nel 2023), con Marsiglia, Parigi e Lione sul triste podio.
Così anche l’indice di criminalità, valutato tra 58 e 62 su 100 (più elevato che in Grecia e Bulgaria), e l’aumento di violenza urbana e vandalismo.

La minaccia jihadista e la bomba sociale

La Francia, inoltre, è da anni il Paese più colpito dalla minaccia jihadista in Occidente: oltre 70 attacchi dal 2014 a oggi.
Quasi duemila francesi hanno combattuto per lo Stato islamico in Siria e Iraq.
Cresce la propaganda online e si moltiplicano le minacce alla comunità ebraica, non solo a Parigi ma anche a Marsiglia e Lione.

Povertà in aumento e rischio esplosione sociale

Come ha spiegato al quotidiano Le Monde Philippe Aurain, a capo degli studi economici della Banque Postale, sebbene oggi in Francia il tasso di disoccupazione sia in calo (7,5%), è in forte aumento il tasso di povertà, così come cresce il numero di francesi indebitati, anche e soprattutto nel ceto medio: una bomba sociale pronta a saldarsi con proteste e manifestazioni che, se anche hanno altri fini, finiscono per unire insofferenza e violenza di chi vuole il male della Francia.
Mentre l’Eliseo e il suo presidente «dimezzato» non sembrano avere né la forza, né gli strumenti, né la motivazione per arginare il malcontento diffuso.
Che, in questa politica sottratta al processo democratico e ostaggio di Macron, potrebbe trasformarsi in una bomba a orologeria.

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