A Roma per Gaza con 10mila firme «Non basta una tregua di facciata»
Ivrea
Da Ivrea a Roma, passando per il Cammino di Oropa, quello dei Briganti in Abruzzo, per le Colline del Boca (Novara), per il Sentiero Liguria, per quello degli Alpini in Emilia Romagna, per Massarosa (Lucca) e, infine, per la via di San Francesco fino al cuore della Capitale. Le local march for Gaza arriveranno domenica 2 novembre, dopo aver attraversato l’Italia come una faglia, legate alla terra, ai territori, ai più di trenta percorsi che sono stati attraversati.
Porteranno con sé una dote di 10mila firme raccolte nei piccoli Comuni, quelli in cui di solito quando passa la grande storia fa danni inenarrabili, dove si contano “le anime”, l’Italia cosiddetta “minore”. Firme raccolte strada per strada, casa per casa, portone per portone. Paesi dove il cammino che passava era una festa, dove i sindaci chiamavano la banda e le scuole ad accogliere i pellegrini. Dove la festa, poi, diventava un’occasione d’informazione sul conflitto che sembrava lontano eppure diventava sempre più vicino. Ebbene è questo il Paese che si è mobilitato con le marce per Gaza e che ora arriva a Roma a reclamare il suo spazio. Ivrea ha giocato un ruolo di primo piano è stato il primo Comune ad aderire e ha dato anche il patrocinio. Sono 37, in tutto, le amministrazioni che hanno offerto la loro partecipazione. Tra le grandi città si leggono solo Torino e Bologna. Certo, tra i piccoli ci sono quei nomi devastati dalla grande storia: Marzabotto e Stazzema su tutti.
Ivrea ha deciso di esserci. La vice sindaca Patrizia Dal Santo percorrerà la Via di Francesco a Roma, dove si raccoglieranno ancora firme. «Tanti hanno partecipato ma poi hanno scelto di non venire - spiega Nazarena Lanza, tra le promotrici dell’iniziativa -, perché la tregua ha un po’ raffreddato gli animi». C’erano state anche delle interlocuzioni per portare le firme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, bloccate al momento della tregua già violata. «Secondo noi è importante esserci - spiega la vice sindaca Dal Santo -, perché quello che chiediamo è una pace duratura e non una tregua. Crediamo ci debba essere un’idea di ricostruzione, un’idea del dopo, un processo più completo e complesso». Dal Santo racconta anche l’esperienza delle marce: «La cosa bella che questi cammini ha colto è un sentire delle persone, dei territori».
È scritto nelle ultimo comunicato di Local march for Gaza: «A quasi due settimane dalla firma dell’accordo di pace, a Gaza la situazione resta drammatica. I bombardamenti non sono cessati, le vittime crescono e la fame è ancora usata come arma di guerra. Quella in corso non è una pace: è una tregua di facciata. Quando Trump ha annunciato di aver “portato la pace dopo tremila anni di conflitto”, sapevamo che era un inganno. Il conflitto non dura da tremila anni, ma da poco più di cento: nasce con il movimento sionista e la colonizzazione della Palestina ottomana, dove ebrei, cristiani e musulmani palestinesi vivevano come un’unica popolazione da oltre 1500 anni. La storia si ripete sotto nomi diversi, ma la logica è la stessa: occupazione, annientamento e “pulizia”. Per questo oggi camminare è ancora più importante».