Pfas, gli ex dirigenti Miteni ricorrono in Appello dopo le condanne a 141 anni: un reato di proporzioni enormi
di Enza Plotino
Una “notiziola” di poco conto con un breve trafiletto su un giornale locale che recita: “Gli ex manager dello stabilimento chimico Miteni di Trissino (Vicenza) hanno presentato ricorso in appello, si attende dunque la valutazione della Corte preposta”.
Una “notiziola”, salvo per il fatto che si tratta del più complesso e significativo procedimento giudiziario in materia ambientale svolto sino ad oggi in Italia e per il quale, nel 2025, undici ex dirigenti dello stabilimento chimico Miteni di Trissino sono stati condannati in primo grado ad una pena totale di 141 anni di reclusione – venti anni in più rispetto alle richieste dell’accusa – nonché al versamento di decine di milioni di euro a favore delle parti civili per disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque causato dallo scarico di Pfas, gli “inquinanti eterni” che hanno contaminato, per loro mano, una vasta area della regione Veneto.
Una sentenza storica per un reato di proporzioni angoscianti. Un disastro ambientale che ha coinvolto circa 350mila persone tra le province di Vicenza, Verona e Padova. La fabbrica di Trissino, fallita nel 2018, ha compromesso irrimediabilmente le falde acquifere attraverso la produzione di composti fluorurati.
E oggi gli stessi responsabili del disastro ambientale pensano di riaprire il processo, forti di un allentamento – se non eliminazione – da parte del governo Meloni e del suo Ministro dell’Ambiente, il nuclearista Pichetto Fratin, di tutte le norme in materia di tutela ambientale.
Una battaglia legale che è durata anni, da quando, nel 2013, l’allora ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, lanciò l’allarme sulle concentrazioni “preoccupanti” di Pfas nelle acque potabili. Il Ministero informava la Regione Veneto della presenza di Pfas in “concentrazioni preoccupanti” nelle acque potabili di diversi Comuni. Da quel momento, una intensa battaglia si è sviluppata, condotta con determinazione dai movimenti ambientalisti, con il movimento delle “Mamme No Pfas” in prima linea.
Uno dei più gravi casi di avvelenamento delle acque nella storia italiana, causato dallo stabilimento Miteni di Trissino a Vicenza. Un inquinamento che ha segnato un territorio di 300.000 abitanti, estendendosi per oltre 100 chilometri quadrati e contaminando la seconda falda acquifera d’Europa. Dopo anni di denunce, vertenze e battaglie, portate avanti anche da Legambiente e dai suoi circoli, chi ha inquinato finalmente, nel 2025, ha pagato per aver avvelenato senza scrupoli il territorio veneto danneggiando non solo l’ambiente, ma anche la salute dei cittadini.
Questa storica sentenza ha riconosciuto il reato di disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque, rappresentando una vittoria non solo per le comunità venete colpite, ma anche per tutti coloro che hanno lavorato con impegno nella ricerca della verità.
Un monito chiaro sull’importanza della prevenzione e del rigoroso controllo scientifico nell’industria per proteggere il nostro ambiente e la salute dei cittadini, che oggi si pensa, grazie alla tolleranza colpevole e al negazionismo ambientale della destra al governo, di poter ribaltare!
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