Economia e Epstein files dietro la crisi di popolarità di Trump. Che ora teme la sconfitta al midterm e un nuovo impeachment
Confusione. Sospetto. Paura. È quello che Donald Trump e la sua amministrazione stanno alimentando in vista delle elezioni di midterm. Il presidente teme la sconfitta, con conseguente perdita del controllo del Congresso. Ciò toglierebbe slancio alla sua agenda e farebbe sicuramente partire un nuovo procedimento di impeachment nei suoi confronti. La parola “sconfitta” non esiste però nel vocabolario di Trump, che sta dunque facendo di tutto per evitarla. Chiede ai repubblicani di modificare i confini dei distretti elettorali, in modo da favorire i suoi candidati. Minaccia di emettere un ordine esecutivo per porre fine al voto per posta (secondo la Costituzione sono gli Stati e il Congresso, non il presidente, a fissare le regole elettorali). Attacca le macchine del voto, ne chiede la rimozione perché inattendibili. Riempie le agenzie del governo di fedelissimi che hanno messo in dubbio il risultato del 2020 e sono pronti a farlo nel 2026. Manda l’esercito nelle città, cosa non esattamente confortante per gli afroamericani che nel Sud, dopo la Guerra Civile e per decenni, furono tenuti lontani dal voto grazie a violenze e linciaggi dei gruppi paramilitari bianchi.
È una strategia che mira appunto a favorire i candidati repubblicani. Nel caso questi non riescano a prevalere, l’incertezza e il sospetto seminati per mesi potrebbero giustificare la messa in discussione del risultato delle elezioni da parte di Trump, con conseguenze al momento non facilmente prevedibili, ma comunque distruttive per gli equilibri politico-istituzionali USA. È una strategia che, nella sua radicalità, mostra la preoccupazione del presidente di fronte al giudizio degli americani. Dai sondaggi dei mesi scorsi gli sono arrivate bruttissime notizie. Quelli degli ultimi giorni non sono più confortanti. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il 42% degli intervistati approva il suo lavoro, il 56% è critico. Secondo l’American Research Group, il suo gradimento è precipitato addirittura al 35%. Anche nelle aree del Paese tradizionalmente più conservatrici, le cose vanno piuttosto male. In North Carolina, dati di dicembre, solo il 39% degli elettori lo appoggia.
Se dai numeri dei sondaggi passiamo a quelli ben più “pesanti” delle urne, la direzione non cambia. I repubblicani hanno perso negli ultimi mesi una serie di elezioni locali, statali, suppletive in Georgia, Virginia, New Jersey, Pennsylvania, Florida – a Miami, i democratici hanno eletto un sindaco per la prima volta in trent’anni. Di fronte a quello che appare un trend consolidato, il presidente ha convocato i deputati repubblicani lo scorso 7 gennaio al Kennedy Center appena rinominato a suo nome, e gli ha ordinato: “Dovete vincere il midterm, perché se non vincete troveranno una ragione per mettermi sotto inchiesta”. Non sembra comunque che il calo di gradimento abbia reso Trump più prudente. Il 3 gennaio le truppe Usa hanno catturato il leader venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie. Nonostante la legalità dell’operazione sia molto dubbia, il presidente e i suoi collaboratori, soprattutto Stephen Miller, si sono lanciati in una serie di altre minacce e proclami imperialistici su Groenlandia, Colombia, Messico, Cuba, Iran. In patria, l’assassinio di una donna a Minneapolis da parte di un agente dell’ICE ha reso ancora più dura la repressione. Centinaia di altri agenti sono stati inviati in Minnesota.
Possibile che nella crisi di popolarità di Trump ci sia una certa stanchezza verso un clima politico sempre più teso, divisivo, esplosivo. In un anno di governo, il presidente ha firmato 225 ordini esecutivi, 56 memorandum, 114 proclamazioni. Per mesi si sono succeduti rastrellamenti, deportazioni, migliaia di licenziamenti nel governo federale, dislocamento di truppe per le strade e una sfilza infinita di scandali – dagli “Epstein Files” all’abbattimento della East Wing della Casa Bianca per farci una gigantesca sala da ballo. È uno stato di stress e di emergenza che alla fine ha generato frustrazione e rifiuto anche in parte dell’elettorato più vicino al presidente. “Ho fatto male a fidarmi di lui”, ha detto l’ex pasionaria trumpiana Marjorie Taylor Greene nel presentare le sue dimissioni dalla Camera. Più nello specifico, ci sono comunque due temi che hanno sicuramente contato, e contano, nella perdita di consenso di Trump. Il primo è l’economia. Il secondo gli “Epstein Files”.
Il presidente può certo lanciarsi in proclami sulla potenza americana nel mondo. “Questo è il nostro emisfero”, ha minacciosamente avvertito dopo la cattura di Maduro. Mentre dice di voler mettere le mani sulla Groenlandia e si informa con i militari sulle possibili opzioni di bombardamento dell’Iran, la preoccupazione degli americani resta soprattutto una. L’economia. C’è, a questo proposito, un dato interessante. Prima delle elezioni locali e statali del 4 novembre scorso, Associated Press ha intervistato 17mila elettori in Virginia, New Jersey, California e New York City. La grande maggioranza tra questi indicava proprio nei prezzi troppo alti e nelle scarse opportunità di lavoro la principale ragione di preoccupazione. È vero che negli ultimi mesi i dati sull’occupazione sono migliorati, ma nell’intero 2025 il numero di nuovi posti creati è stato il più basso dal 2020 e nel manifatturiero se ne sono persi 68mila. Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo di domare l’inflazione e stimolare la crescita. Nonostante il rialzo del mercato azionario, l’inflazione rimane intorno al 3% e i prezzi elevati. L’effetto sul lungo periodo di dazi e shock legati alla situazione internazionale rappresentano un ulteriore elemento di instabilità economica.
In queste settimane, tra i tanti proclami in politica estera, Trump ha trovato anche il tempo di parlare di affordability, di accesso a beni e servizi essenziali. I suoi lo hanno spedito in TV e in giro per l’America – per esempio in Pennsylvania, uno degli Stati che gli ha consegnato la vittoria nel 2024 – a illustrare piani e risultati. Come però spesso succede, è l’opposizione a usare meglio, e a proprio vantaggio, i temi economici. Scottati dalla sconfitta presidenziale del 2024, segnata da una strategia focalizzata su aborto e diritti in generale, i democratici stanno puntando su casa, prezzi, sanità, scuola per il midterm 2026. In un discorso lunedì al National Press Club di Washington, la senatrice dem Elizabeth Warren ha detto che il presidente fa crescere i costi per le famiglie e semina caos e terrore in America. “Se volesse davvero fare qualcosa, come limitare i tassi di interesse delle carte di credito o abbassare il prezzo degli alloggi, potrebbe usare la sua influenza al Congresso e tirare su il telefono con noi democratici”, ha aggiunto Warren. Trump il telefono l’ha tirato su per davvero. Ha chiamato Warren e le ha detto di essere d’accordo sulla necessità di una legge che limiti i tassi delle carte di credito e sul passaggio del “ROAD to Housing Act”, la misura che incentiva la costruzione di nuovi alloggi a prezzi ridotti, approvata dal Senato e ferma alla Camera. Nonostante il gesto di apertura, Trump sembra però più al rimorchio dei piani degli altri che in grado di imporre una propria strategia. E questo non fa bene alla sua popolarità.
C’è poi, per concludere, la vicenda degli “Epstein Files”. Non è casuale che gli indici di gradimento di Trump siano caduti al livello più basso tra novembre e dicembre. Quelli sono i mesi in cui si fa più infuocata la polemica sui documenti del finanziere accusato di traffico di minorenni. Quelli sono i mesi in cui una serie di disastrosi errori macchiano la gestione della vicenda da parte dell’amministrazione. Dopo aver detto in campagna elettorale di voler rendere pubblici gli “Epstein Files”, lasciando anche intendere che la favoleggiata lista con i clienti del finanziere esista davvero, Trump cambia improvvisamente opinione. Entrato alla Casa Bianca, comincia a parlare di rispetto della privacy delle vittime presenti negli atti, che quindi non vuole più rendere pubblici. È la straordinaria onda di indignazione, anche e soprattutto nell’elettorato MAGA, unita alle pressioni di centinaia di deputati G.O.P., a fargli cambiare avviso ancora una volta. Il 16 novembre Trump chiede ai repubblicani del Congresso di votare per la pubblicazione dei files – che ci sarà nelle settimane successive, ma parziale e piena di omissis. La girandola di prese di posizione genera alla fine confusione e il sospetto che il presidente abbia qualcosa da nascondere. La caduta nei sondaggi è immediata. Una rilevazione YouGov del 19 dicembre mostra che il 56% degli americani ritiene totalmente sbagliata la sua gestione della vicenda. Da quel pesante passo falso, Trump non si è più ripreso.
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