Groenlandia, oggi i colloqui con Washington: “Scegliamo la Danimarca”. Ma gli indipendentisti non sono d’accordo
I colloqui di oggi alla Casa Bianca, con i ministri degli Esteri di Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia riuniti insieme al vicepresidente JD Vance, si aprono in un clima carico di tensione ma anche di aspettative concrete. È il vertice più delicato delle ultime settimane sul dossier groenlandese, un appuntamento richiesto esplicitamente da Copenaghen per «poterci sedere nella stessa stanza, guardarci negli occhi e parlarne faccia a faccia», come ha spiegato il ministro danese Lars Løkke Rasmussen. Sul tavolo non c’è un passaggio di sovranità, bensì il nodo politico e strategico di una regione tornata centrale negli equilibri dell’Artico.
Groenlandia: oggi i colloqui
Alla vigilia dell’incontro, il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha voluto fissare un punto fermo: «Che sia chiara una cosa: la Groenlandia non vuole essere posseduta dagli Stati Uniti, la Groenlandia non vuole essere governata dagli Stati Uniti, la Groenlandia non vuole far parte degli Stati Uniti». Parole pronunciate accanto alla premier danese Mette Frederiksen per ribadire che, «se costretti a scegliere tra Stati Uniti e Danimarca», i groenlandesi «sceglierebbero senz’altro Copenaghen».
Divisioni interne in Groenlandia
Eppure, non tutti nella terra dei ghiacci sono d’accordo. Il partito indipendentista di destra Naleraq continua a crescere nei consensi – alle ultime elezioni s era classificato secondo con il 24,5% -, e il suo leader Pele Broberg ha invocato nei giorni scorsi trattative dirette tra Nuuk e Washington.
La risposta di Copenaghen e il ruolo della Nato
Dal lato danese, Frederiksen, pur dopo i toni duri seguiti all’annuncio di Trump, ha scelto di evitare una linea di rottura, rilanciando un appello alla cooperazione tra alleati: «Vogliamo rafforzare la cooperazione nella sicurezza nell’Artico con gli Usa, la Nato, l’Europa. È una responsabilità condivisa». Un messaggio ripreso dal segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, secondo cui «quando si tratta della protezione dell’Artico, dobbiamo lavorare insieme».
La prospettiva americana: sicurezza e interessi strategici
In questo contesto si colloca la posizione americana, spesso semplificata nel dibattito pubblico. Donald Trump ha più volte definito la Groenlandia una «questione di sicurezza nazionale», evocando il rischio che, in assenza di un maggiore impegno occidentale, «lo faranno la Cina o la Russia». Una linea dura che riflette una logica di competizione strategica e di investimenti infrastrutturali e militari in un’area cruciale per le rotte e la difesa del Nord Atlantico.
La presenza statunitense sull’isola poggia infatti su basi giuridiche consolidate: l’Accordo di difesa del 1951, aggiornato nel 2004, che attribuisce a Washington ampi poteri operativi «senza pregiudizio della sovranità del Regno di Danimarca».
Il fronte politico negli Stati Uniti
È in questa cornice che va letta anche l’iniziativa del deputato repubblicano Randy Fine, promotore del «Greenland annexation and statehood act». Una proposta dal forte valore politico interno, giustificata con la necessità di contrastare «minacce russe o cinesi nell’Artico», più che come un piano operativo immediato. La Groenlandia, pur ribadendo di «non essere in vendita», resta aperta a cooperazione, investimenti e sicurezza condivisa, come dimostra l’insistenza di Nielsen sulla compattezza del fronte con Copenaghen e sulla volontà di presentarsi «insieme» al tavolo con Washington.
Intanto, a Nuuk, la preoccupazione convive con il timore di una visibilità eccessiva. Tutti sono consapevoli che l’attenzione internazionale non si esaurirà a breve.
L'articolo Groenlandia, oggi i colloqui con Washington: “Scegliamo la Danimarca”. Ma gli indipendentisti non sono d’accordo sembra essere il primo su Secolo d'Italia.