Pure la campagna inglese sacrificata all’«inclusività»: per i labouristi è troppo a misura di bianchi
Nella campagna inglese qualcosa si sta incrinando, e non è una questione di pioggia o di sentieri fangosi. È la cartolina stessa che viene riscritta. Per la burocrazia londinese quel verde ordinato, quei villaggi di pietra e quei prati da romanzo sono diventati un problema politico: un ostacolo all’“inclusività”, una scenografia troppo “bianca” per il nuovo islamismo istituzionale.
La campagna inglese cambia volto
Le autorità locali, seguendo i rapporti commissionati dal Defra, il dipartimento del governo britannico per l’Ambiente, stanno lavorando per rendere meno «irrilevanti» per alcune comunità territori considerati appannaggio della «classe media bianca». A raccontarlo, il Daily mail e il The Telegraph. Sono i National Landscapes, le ex “aree di straordinaria bellezza”: Cotswolds, Surrey Hills, Dorset, costa del Norfolk. Luoghi che per secoli hanno rappresentato l’immaginario britannico, ora trattati come spazi da rieducare.
Nelle Chilterns, poco fuori Londra, la dirigenza della riserva ha preparato materiali promozionali con volti di minoranze etniche e testi in lingue diverse dall’inglese, per attirare la comunità di Luton. Persino i cani, simbolo domestico di quella ruralità, entrano nel mirino: si suggerisce un controllo più rigoroso perché alcuni visitatori potrebbero esserne spaventati. Il tempo dei cocker e degli springer spaniel liberi nei prati rischia di concludersi.
La natura inglese che discrimina
Il lessico ufficiale è: «Molte persone appartenenti a minoranze non hanno alcun legame con la natura nel Regno Unito perché i loro genitori e i loro nonni non si sentivano abbastanza al sicuro da portarveli». E ancora: «La mancanza di diversità tra i pubblici coinvolti nelle aree paesaggistiche protette limita la rappresentatività nazionale di questi beni, riduce la base potenziale di sostenitori e rischia di creare una cultura dell’esclusività».
Nello Yorkshire si promettono «informazioni più inclusive per riflettere interpretazioni culturali più diversificate della campagna». Il Centre for Hate Studies dell’Università di Leicester denuncia zone rurali a maggioranza schiacciante «bianche» e segnate da «usanze monoculturali»: niente cibo halal, nessuno spazio di preghiera non cristiano. La campagna, sostengono, diventa così un luogo respingente.
Pub e villaggi sotto pressione
Intanto i pub, cuore sociale dei villaggi, già in crisi, ricevono un altro colpo. Con il nuovo budget del governo laburista di Keir Starmer arrivano tagli alle agevolazioni post-pandemia e nuove tariffe fiscali. Alcuni proprietari reagiscono bandendo i deputati laburisti, altri spillano la “Rachel Thieves”. Thieves: ladri. Rachel Reeves: ministro dell’Economia. Messaggio diretto a chi vuol capire.
Londra, il riflesso urbano
Ma la mutazione inglese non resta confinata nei pascoli. Londra, specchio urbano di questa stagione, mostra un’altra frattura. Mentre in Iran giovani gridano “Libertà!” e vengono uccisi senza alcun riguardo, nella capitale britannica centomila persone sfilano per Gaza trasformando la protesta in un carnevale di ambiguità. Cartelli con il volto di Khamenei, bandiere della Repubblica islamica, cori: “Globalizziamo l’Intifada”, riportati sul The Jewish Chronicle.
A questo, si accodano gli attivisti lgbtq come Peter Tatchell, arrestato proprio per quei cori, ignaro forse di cosa riservano Hamas e i mullah agli omosessuali. Appelli per la legalizzazione di Hezbollah e Hamas, insulti contro esuli iraniani, la presenza perfino dell’ex leader laburista Jeremy Corbyn sotto striscioni che parlano di “dalla parte giusta della storia”. Siamo alla frutta: la dissonanza morale raggiunge picchi surreali.
I “figli del regime” prendono casa nella capitale
Bloomberg intanto racconta Bishops Avenue, la “Billionaires’ Row”, dove ville schermate da siepi riconducono, tra società fittizie, a Mojtaba Khamenei. Nome familiare, non è vero? Beh sarebbe il secondogenito della Guida suprema dell’Iran. Spunta anche il tesoretto: oltre cento milioni di sterline. Non un caso, dunque, se l’ex governatore della Banca centrale iraniana Mahmoud Bahmani parla di cinquemila figli del regime all’estero e 148 miliardi nei conti bancari.
La nuova Inghilterra non solo apre le porte di quel poco di inglese che le era rimasto, ma custodisce pure i tesori dei carnefici.
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