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Hai un coltellino per lavoro? Rischi l’arresto e il carcere: il paradosso del nuovo decreto Sicurezza. E chi acquista una lama da cucina sarà “schedato”

Sei un muratore o un facchino, un artigiano, un soccorritore, un appassionato di bricolage o un boyscout? Se porti fuori da casa il tuo coltellino da lavoro rischierai l’arresto in flagranza, il processo per direttissima e una condanna fino a tre anni di carcere. Oppure, se ti trovi nelle vicinanze di una manifestazione, potresti essere trattenuto dalle forze dell’ordine fino a 12 ore. È l’effetto paradossale – ancora poco analizzato – di una delle norme del nuovo decreto Sicurezza, il provvedimento approvato giovedì scorso dal Consiglio dei ministri e ora bloccato per dubbi sulle coperture economiche prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Oltre al fermo preventivo dei manifestanti e allo “scudo” dalle indagini per le forze dell’ordine, nel decreto c’è una stretta pesantissima sulla vendita e la circolazione di armi da taglio, pensata come rimedio ai casi di violenza giovanile. Nella foga anti-maranza, però, al ministero dell’Interno dev’essere scappata la mano. E così il massimo del proibizionismo si è abbattuto sui coltellini pieghevoli da escursionismo e da lavoro, che, sopra i cinque centimetri di lunghezza, saranno considerati armi vietate alla pari di pugnali e machete, trasformando in potenziali criminali migliaia di cittadini abituati a portarli in giro per gli usi più innocui (come tagliare una fetta di salame o sbucciare una mela).

Cosa prevede il decreto

Attualmente infatti i normali coltelli – di qualsiasi tipo e lunghezza – rientrano tra le armi improprie, cioè tra gli “strumenti atti ad offendere“: in base all’articolo 4 della legge 110 del 1975, non possono essere portati fuori casa “senza giustificato motivo“. La pena per i trasgressori è l’arresto da un mese a un anno e una multa da mille a diecimila euro. Il provvedimento del governo, però, cambia tutto. Intanto modifica l’articolo 4, moltiplicando le pene per chi porta “senza giustificato motivo” lame sopra gli otto centimetri: si rischierà la reclusione da sei mesi a tre anni, oltre alla sospensione della patente. Soprattutto, però, è previsto un divieto assoluto di portare “strumenti con lama pieghevole di lunghezza pari o superiore a centimetri cinque, muniti di meccanismo di blocco della lama“: cioè quasi tutti i coltellini usati per le attività quotidiane, come i classici Opinel da 7,5 centimetri. Da quando il decreto entrerà in vigore, questi strumenti non rientreranno più nell’articolo 4, ma nel 4-bis, che disciplina le armi proprie per cui non è ammessa licenza: pugnali e machete appunto, ma anche baionette, tirapugni, spade e così via.

Il rischio per i lavoratori (e non solo)

Poiché queste armi non hanno altra funzione che offendere, non è ammesso alcun “giustificato motivo” per portarle in giro. Ma lo stesso divieto, da domani, varrà anche per i coltellini, che invece di altre funzioni ne hanno in abbondanza. Risultato: chi sarà sorpreso fuori da casa con una lama pieghevole da cinque centimetri, persino se portata per ragioni di lavoro, rischierà l’arresto in flagranza (facoltativo), il processo per direttissima (cioè entro 48 ore dall’arresto, previsto specificamente per i reati in materia di armi) e una condanna da uno a tre anni di carcere; per chi si trova nei pressi di una manifestazione di piazza, poi, il possesso dell’oggetto costituirà un motivo per far scattare il nuovo fermo preventivo, che prevede il trattenimento in caserma fino a 12 ore. Assurdità che i siti specializzati hanno già segnalato con preoccupazione: la norma, denuncia un’analisi pubblicata sul portale coltelleriacollini.it, rischia di diventare “significativa limitazione operativa per intere categorie professionali, con il rischio di contenzioso diffuso in relazione al porto in ambito lavorativo”. Tra i coltelli “bannati” in base alla nuova norma, infatti, c’è “una vasta categoria di strumenti di lavoro”, tra cui “multitool professionali (pinze multiuso con lama bloccabile), cutter da edilizia con blocco di sicurezza, coltelli da soccorso, strumenti tecnici utilizzati quotidianamente da artigiani, tecnici e operatori della sicurezza”.

L’obbligo di registrazione

Ma non si tratta dell’unica norma che rischia di mettere in difficoltà una categoria di lavoratori. Nel decreto, infatti, si prevede l’obbligo di registrazione delle vendite di “strumenti dotati di lama a un taglio eccedente in lunghezza i centimetri quindici”: della categoria fanno parte anche i classici coltelli da cucina, presenti in tutte le case degli italiani. Quelli acquistati per tagliare carni e verdure, per sfilettare il pesce o addirittura il coltello da pane: non si fa, infatti, distinzione tra tipo di lama o punta. I negozianti dovranno chiedere il documento dell’acquirente, segnarlo in un registro elettronico, prendendo anche nota della data dell’operazione e del prodotto venduto. Un registro che deve essere conservato per 25 anni, anche dopo l’eventuale cessazione dell’attività, e andrà sempre esibito alle forze dell’ordine in caso di richiesta. Altrimenti scattano sanzioni da duemila a diecimila euro. E la nuova norma coinvolge migliaia di esercenti: dai negozi di casalinghi, alle coltellerie e ai grandi magazzini, passando per i supermercati, le ferramenta e le grandi catene di arredamento che vendono anche strumenti per la cucina. Mettendo nel carrello un coltello con una lama di 16 cm, alla cassa bisognerà presentare pertanto carta d’identità e lasciare i propri dati per la registrazione dell’acquisto.

I timori dei commercianti

“I primi coinvolti negativamente siamo noi”, spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Lorenzi, consigliere di Confcommercio di Milano – associazione Casalinghi e Ferramenta. “Diventa tutto un po’ più complicato. Siamo esercenti di attività al minuto, quindi una vendita semplice: il cliente entra, guarda, sceglie, compra e va via. Poi ci dovranno anche spiegare come attivare questo registro elettronico”, sottolinea. Lorenzi nel capoluogo lombardo è proprietario di una coltelleria, quindi un negozio specializzato proprio in lame: “Per quanto riguarda la nostra attività siamo sempre stati molto attenti: ad esempio non vendiamo ai minorenni. Se dovesse essere necessario dotarsi di un registro ci adegueremo”, spiega. Ancora più complessa sarà, però, l’organizzazione per i grandi negozi che non vendono solo coltelli ma anche diversi tipi di merce: “Complica molto, specialmente a livello di costi. Potrebbero anche avere bisogno di prevedere un dipendente che si occupa solo di questo”, continua Lorenzi.

Una “schedatura” inutile

C’è poi un altro (e non indifferente) aspetto: a cosa serve un registro delle vendite dei coltelli da cucina? Nessuno di questi ha un codice identificativo o una matricola. Se dopo un’aggressione venisse trovato un classico coltello acquistato, ad esempio, in una nota catena scandinava sarebbero migliaia in Italia le persone in possesso di quello stesso modello. Sapere chi lo ha acquistato negli ultimi anni sarebbe praticamente ininfluente. Considerando, tra l’altro, tutti quelli acquistati prima del decreto. “Allora bisognerebbe dire ai cittadini di buttare via tutti i coltelli che hanno in casa e comprarne di nuovi con questo nuovo registro”, aggiunge Lorenzi. “Per centrare davvero l’obiettivo basterebbero più controlli. Adesso vedremo quando entrerà in vigore il decreto e se ci saranno o meno modifiche”.

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