C’era una volta l’Nba
di Rock Reynolds
D’accordo, erano altri tempi. La RAI monopolizzava – ancora per poco, in realtà – la televisione in Italia e, quando si prospettò la possibilità di captare la TV svizzera del Canton Ticino e Koper-Capodistria con un semplice adeguamento dell’antenna, in molti ebbero la sensazione di essere alle soglie di una rivoluzione. Il vero sconvolgimento sarebbe giunto qualche tempo dopo, con la distribuzione delle frequenze ai privati e il terremoto rappresentato dai canali Mediaset.
Per la verità, dei programmi trasmessi a beneficio della popolazione di lingua italiana della Slovenia, al tempo membro della federazione jugoslava, non mi sarebbe potuto fregare di meno se non mi fossi imbattuto nella telecronaca di una partita del campionato di basket della Yugoslavia, probabilmente neppure di cartello: qualcosa tipo Zadar-Sebenico. Il cronista era un tizio decisamente fuori dall’ordinario, uno che diceva pane al pane e vino al vino e che, se un giocatore non gli sembrava all’altezza, non aveva problemi a bastonarlo pubblicamente.
Sto naturalmente parlando di quello che è stato e resta una vera e propria leggenda della televisione, Sergio Tavčar, italiano della minoranza linguistica slovena. La sua verve e il suo stile inconfondibile nel raccontare la pallacanestro nei suoi aspetti più veri era quanto di più distante dal modo un po’ ingessato e, spesso, saccente con cui i telecronisti italiani, a partire da Aldo Giordani – per anni, nume assoluto del basket del nostro paese e innamorato fino alla perdita della lucidità di qualsiasi cosa a stelle e strisce – raccontavano lo sport della palla a spicchi. Peraltro, già allora, Tavčar, manifestava una forte avversione per il potere costituito e una scarsissima propensione al politicamente corretto, due tratti che si manifestavano attraverso analisi impietose, di certo poco in linea con il nazionalismo della Yugoslavia di Tito e con l’assolutismo autoindulgente del colosso USA.
Dopo i due interessanti e spassosi L’uomo che raccontava il basket e I pionieri (entrambi pubblicati da Bottega Errante), oggi Sergio Tavčar torna con C’era una volta l’NBA – Storia di un amore tradito (Bottega Errante Edizioni, pagg 158, euro 18), una riflessione dolceamara sul mondo del basket professionistico americano e su alcune storture che hanno preso sempre più piede. Il successo della pallacanestro che, dopo la fine della Seconda guerra, divenne sport amato e praticato anche sulla nostra sponda dell’Atlantico, mascherò – sostanzialmente fino alle Olimpiadi di Barcellona in cui, per la prima volta, gli americani furono costretti a schierare il meglio dell’NBA onde evitare l’ennesima figuraccia su un palcoscenico globale, coniando il marchio “Dream Team” – quello che, nell’analisi spietata di Tavčar, fu una sorta di declino inarrestabile di uno sport pensato per menti fini e finito per essere appannaggio piuttosto di fisici imponenti. Ed è proprio la riluttante e silenziosa ammissione di non detenere più il monopolio della bellezza e della superiorità del gioco da parte degli americani – da sempre restii a riconoscere le proprie imperfezioni – a rappresentare la base di partenza del libro di Tavčar, che lascia intendere che la fine del dominio incontrastato della pallacanestro a stelle e strisce ebbe origine ben prima della nascita di quella squadra stellare.
Non sempre mi sono trovato in sintonia con le idee espresse da Tavčar in C’era una volta l’NBA – per esempio, riguardo a LeBron James, di cui poco ho gradito le ultime, superficiali esternazioni filosioniste, ma che ritengo uno di più grandi cestisti della storia, appena un gradino sotto sua maestà Michael Jordan – ma non riesco mai a fare a meno di apprezzare la lucidità e l’onestà intellettuale che tanto mi hanno reso caro il Sergio Tavčar di quelle lontane telecronache e che ritrovo tuttora nei suoi libri.
La chiacchierata che ho fatto con lui mi pare illuminante.
Cos’è, in poche parole, che ha portato alla deriva odierna del basket che lei denuncia in C’era una volta l’NBA?
Comprate e leggete il libro, perché in poche parole è difficilissimo spiegarlo, essendo un processo che si è avviato almeno una trentina di anni fa con l’avvento quali “testimonial” di due personaggi completamente diversi fra di loro ma ambedue decisivi, quali Shaq e Iverson, che hanno avviato la china che il basket ha preso ora, diventato da gioco logico per gente intelligente in gioco per vagoni ambulanti e schiaccianti e tiratori pazzi.
Se dovesse indicare il colpevole, sarebbe l’eccessivo isolamento o il tiro da tre punti?
Penso che la definizione debba essere più complessa e valutata a monte. Per me le componenti fondamentali sono due: l’eccessiva tolleranza per le “eccezioni” concesse alle regole del gioco stesso – passi, tre secondi, palming – tutte cose che costringono la difesa a menare per poter difendere e, più importante di tutto, la sparizione del concetto di gioco di squadra in favore di un gioco individualistico e spettacolare, perfetto per una stucchevole parata di highlight fine a loro stessi.
Vedere la non applicazione della regola dei 3 passi è una cosa ridicola. Pensa che si arriverà a un giorno in cui verrà di nuovo dato smalto al regolamento che fa del basket lo sport che è?
La risposta è che, per quanto spero tanto che un giorno si rinsavisca, ho paura che non accadrà semplicemente perché i giocatori odierni sono tecnicamente limitati per non dire incapaci e dunque, se si applicassero le regole per come sono scritte nel regolamento, semplicemente non si giocherebbe più, perché i giocatori odierni non hanno mai imparato la tecnica di base che ai nostri tempi occupava almeno l’80% di tutto il tempo dedicato all’allenamento, con lunghissime sessioni di infinite ripetizioni dello stesso gesto tecnico in lunghi e micidiali allenamenti individuali.
L’NBA ha sempre fatto della zona un tabù, un anatema che sa tanto di caccia alle streghe comuniste. Senza voler fare del lirismo poetico, si può tracciare un parallelo ideale tra l’individualismo a stelle e strisce e un maggior collettivismo slavo?
Non è così semplice, anzi è un discorso che non sta in piedi. Prima della deriva citata sopra, anche negli Stati Uniti il gioco di squadra era assolutamente preponderante e decisivo e soprattutto veniva inculcato nei giocatori nei fondamentali quattro anni di college che oggi non esistono più, per cui più che di individualismo parlerei, se mi permette, di ignoranza tattica – ancora più che tecnica – imperante.
Luka Dončić e Nikola Jokić non sono i prototipi degli atleti muscolari che sempre più calcano il parquet. L’apparente facilità con cui irridono le difese, unita alla lentezza sempre apparente dei loro movimenti, è enorme tecnica/talento oppure scarsa attitudine difensiva dei loro oppositori?
Ambedue le cose. Sono due giocatori nati nell’epoca sbagliata, anzi giustissima per loro, in quanto nei tempi d’oro, quando tutti sapevano giocare a basket, avrebbero fatto molta più fatica a emergere, anche se si sarebbero divertiti molto di più giocando assieme a gente che parlava la loro stessa lingua cestistica. Oggi tocca loro fare i predicatori incompresi nel desolante deserto tecnico che pervade tutta l’NBA. Comprese le difese che, o non esistono tout court, oppure si trovano sempre fuori posizione difendendo in modo consono alle inesistenti capacità di lettura degli attaccanti, per cui gente che sa giocare come i due nominati non ha difficoltà di alcun genere a batterle.
Cosa si è perso del piacere del gioco anche a giudicare da in cui viene commentato in TV?
Il problema della TV moderna, che deve competere con le varie piattaforme di rimbecillimento sociale, è che non è più un servizio pubblico di informazione ed educazione com’era ancora ai tempi nei quali ho cominciato io, tanti anni fa, ma un megafono che deve vendere un prodotto a tutti i costi, per cui indulge in esagerazioni patetiche e urlanti per farsi sentire. Normalmente oggidì, quando guardo una partita in TV, regolarmente tolgo l’audio che mi dà un fastidio insostenibile passando ai rumori d’ambiente che possono, unici, darti un senso perché tu possa seguire in pace il gioco per quello che è e non per quello che si vorrebbe far credere che sia.
Lei insiste sul fatto che il basket sia uno sport dove l’intelligenza dovrebbe stare al primo posto. Rispetto al calcio, per esempio, il livello di istruzione in Europa è molto più alto. Perché ritiene così fondamentale il passaggio dai college?
Il basket richiede intelligenza perché è uno sport di riflessi fulminei, ma soprattutto di lettura, visione periferica, di comprensione dei meccanismi del gioco per sapere come muoversi senza palla. Non solo, ma l’intelligenza si applica anche in difesa, sapendo leggere i punti forti e quelli deboli dell’attaccante, facendo in modo che sia costretto a fare le cose che gli vengono peggio e via dicendo. Ci sarebbe da scrivere un libro (chi lo sa…). Nel college, ai tempi d’oro, c’era un profondo conoscitore del gioco (Wooden, Knight, Smith…) che riusciva a inculcare nei giocatori l’importanza del gioco di squadra, nel quale la cosa che conta è sempre fare in modo che sia il giocatore più debole a rendere al meglio (rivolgersi a Velasco per approfondimenti). Oggi questo sistema è saltato e nell’NBA approdano giocatori che non hanno la minima idea di cosa sia un vero gioco di squadra.
Ricordo bene Krešimir Ćosić (quando giocava a Bologna) e la sua genialità. Se lo ricordano anche negli USA. È stato lui il primo non americano a rompere la barriera del suono?
No, per la semplice ragione che, quando andò in America, mise subito in chiaro che ci andava per studiare e che, una volta finiti gli studi, sarebbe ritornato in Europa. Ragion per cui, dopo esser diventato una leggenda alla Brigham Young Univesrity, non fu scelto al draft dove sarebbe stato una delle prime due scelte assolute, secondo tutti gli esperti. Sarebbe stato devastante, perché all’epoca aveva straordinari mezzi fisici di coordinazione, velocità e salto e infatti quello che si vide a Bologna fu la versione al rallentatore del vero giocatore che era da giovane prima di convertirsi al mormonismo e sostanzialmente smettere di mangiare come si deve.
Lei lascia intendere che Dražen Petrović, uno dei talenti più cristallini del basket internazionale, non ebbe il tempo e nemmeno il modo per esprimere la sua potenzialità nell’NBA anche perché i suoi compagni non glielo permisero. Cosa avrebbe potuto fare quella Jugoslavia unita?
Io dico nel libro che Dražen ebbe un inizio tribolato a Portland, schiacciato dal gruppo di fedeli di Clyde Drexler, ma che, una volta arrivato ai Nets, poi sciorinò tutto il suo repertorio che però purtroppo si manifestò solo per una stagione e mezza prima della tragedia che gli tolse la vita. Quella Jugoslavia unita, dopo aver perso a Barcellona contro il Dream Team vero che era francamente ancora del tutto imbattibile, avrebbe vinto a mani basse ad Atlanta contro la squadra schierata dagli USA.
Michael Jordan e Greg Popovic si accorsero del talento di giovani cestisti non statunitensi che videro in azione. Mi riferisco a Dalipagic, Kukoc, Parker e Ginobili in particolare. Erano due menti fini. Ce n’erano troppo poche?
In tanti capirono che i giocatori europei erano competitivi. Uno era di sicuro Red Auerbach che per anni rimpianse il fatto di non aver potuto far giocare Praja Dalipagic nei Boston Celtics per le regole strane vigenti allora nell’NBA in merito ai giocatori che non arrivavano dal draft. In generale, comunque, gli americani, chiusi nella straordinaria sopravvalutazione di se stessi che hanno in tutti i campi, ci misero moltissimo tempo per capire che il basket non solo europeo ma di tutto il pianeta produceva giocatori in grado di giocare alla pari, se non meglio, di quelli che producevano loro stessi. Forse, solo ora che i loro giocatori entrano da analfabeti nell’NBA sembrano essersi arresi all’evidenza.
Mi pare che LeBron non le stia particolarmente simpatico. Ma davvero un parallelo tra lui e Jordan come i più grandi di sempre non si più fare? In fondo, non si può certo dire che LeBron non sia un profondo conoscitore del gioco…
E invece io dico che LeBron non è un profondo conoscitore del gioco e che il suo grosso limite – oltre al fatto di non essere certamente dotato del genio che hanno in questo momento Luka e Nikola, e nei tempi passati tantissimi giocatori, da Cousy per arrivare a Steve Nash, passando ovviamente per i marziani Magic, Bird e MJ – è il fatto di non essere passato dal college dove avrebbe imparato quello che ho scritto sopra, la filosofia del gioco di squadra e cosa si deve fare per vincere come squadra e non essere il faro assoluto nel bene e nel male di quanto accade in campo.
Un giocatore come il greco Nikos Galis, che aveva militato in un college americano, non avrebbe potuto dire la sua nel campionato NBA? Oppure era troppo limitato fisicamente?
Risposta semplice: sì, assolutamente. Lui era il classico giocatore da punti a piacere quale terminale offensivo unico e indiscutibile della sua squadra. Lo vedo in questo ruolo in una qualsiasi squadra NBA.
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