Belfast in guerra, l’infanzia ferita: nel romanzo di Paul McVeigh crescere tra povertà, Ira e sogni americani
di Rock Reynolds
Cavalli di Frisia, camionette blindate, elicotteri che volteggiano bassi e rumorosi nel cielo, fetore di copertoni bruciati, cubetti di porfido smossi, cassonetti ribaltati e dati alle fiamme, coperchi di bidoni e pentole sbattuti per terra dalle donne di casa per avvertire i miliziani dell’IRA dell’imminente arrivo di una pattuglia dell’esercito britannico, soldati in assetto da combattimento. È questa l’atmosfera che per anni ha regnato nelle misere strade di Belfast in cui il fetore della povertà e la nobiltà dei pugnaci ideali politici si sono intrecciati senza soluzione di continuità.
I “Troubles”, la guerra civile che ha imperversato nell’Irlanda del Nord per trent’anni, grosso modo dal 1967 al 1998, quando furono firmati gli “Accordi del Venerdì Santo” che posero fine al conflitto, hanno segnato l’immaginario collettivo del paese e, più ancora, delle sei contee rimaste sotto il controllo della corona britannica dopo la cosiddetta “partizione” al punto da contagiarne gli aneliti artistici. Quel patto siglato nel 1921 – che di fatto sancì la divisione del paese in Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord – è considerato scellerato da ogni cittadino irlandese di fede cattolica e repubblicana, un’onta che ha macchiato indelebilmente la coscienza della nazione e l’anima dei suoi cittadini.
L’Irlanda è un paese piccolo, eppure i suoi slanci libertari ne fanno da sempre una nazione di artisti, come se solo attraverso la creatività certe cicatrici emotive possano sbiadire in modo più rapido e convincente.
Il bravo figlio (Barta, traduzione di Valentina Vigilucci, pagg 272, euro 18) di Paul McVeigh, nativo di Belfast, è un bel romanzo di formazione che gli strepiti dei Troubles li tiene prudentemente sullo sfondo. McVeigh, drammaturgo e autore soprattutto di racconti, sceglie di rappresentare attraverso lo sguardo di un ragazzino alle soglie della pubertà il clima pesante che si respirava nella sua città negli anni Ottanta, poco prima che gli accordi di pace prendessero forma e la lotta armata tra l’IRA, da una parte, e le organizzazioni paramilitari protestanti e l’esercito britannico, dall’altra, cessasse.
Mickey è un normalissimo adolescente cattolico come ce ne sono tantissimi nei quartieri cattolici di una città abituata da decenni a essere divisa, con un tanto di muro della vergogna per tenere separate le due comunità contrapposte. Lui stesso dice: «Hanno iniziato a chiamarle linee di pace, il che mi fa davvero ridere, perché questo in realtà è il luogo in cui la gente viene per ammazzarsi a vicenda». La sua famiglia non se la passa particolarmente bene, con una nidiata di fratelli, un padre alcolista che non riesce a contribuire al reddito di casa e una madre forte che si arrabatta. Le pulsioni e le incertezze della pubertà incalzano e il ragazzino si sente diverso, insicuro, poco amato. Adora la sua Mami e riversa la sua voglia di affetto sulla sorellina, la Piccola Maggie, finendo per essere il bersaglio dei facili strali degli altri ragazzini sulle strade selvagge di Belfast che lo prendono in giro per i suoi modi cortesi, quasi effeminati. Solo l’arrivo di un cagnolino, Killer, attenua le insicurezze maturate in un ambiente in cui non c’è molto spazio per le smancerie e, tutto sommato, poca voglia di farne.
Si diceva che McVeigh tiene il dramma della guerra civile sullo sfondo. Ma i Troubles ci sono e come, anche perché Paddy, il fratello maggiore di Mickey, è già in servizio attivo tra le file dell’IRA e sulle strade dei quartieri cattolici a comandare è proprio la legge dell’IRA, che si sostituisce alla polizia e che non fa sconti a chi sgarra. Negli anni Settanta e pure negli anni Ottanta, capitava con una certa frequenza che qualche delinquente di mezza tacca ricevesse un avvertimento e poi una severa lezione da esponenti dell’IRA: i più fortunati – e quelli i cui crimini erano ritenuti meno pericolosi per la comunità – venivano gambizzati, ma ci fu pure chi venne giustiziato senza cerimonie. Naturalmente, il crimine più grave, quello più infame, era vendere informazioni al nemico, fare la spia. Persino scambiare convenevoli con i militari inglesi di pattuglia sulle strade era malvisto e, all’interno del romanzo, McVeigh descrive con una dose di deliberata leggerezza, il trattamento riservato a donne accusate di frequentare giovani soldati britannici: denudate, cosparse di catrame e coperte di piume, dopo essere state legate a un palo e, talvolta, rasate a zero.
Senza raccontare troppo della storia de Il bravo figlio – in fondo, c’è una vicenda avvincente al di là della voglia di rappresentare i tormenti dell’adolescenza in un contesto difficilissimo – si può solo aggiungere che, come tutti i ragazzi, Mickey ha un sogno nel cassetto, quello di raggiungere un giorno gli Stati Uniti e diventare uno stimato attore a Hollywood.
Per essere una nazione così piccola, il contributo dell’Irlanda alla letteratura internazionale è straordinario. Ed è pressoché universale nella comunità degli scrittori la voglia di raccontare il dramma di un paese invaso e colonizzato in cui il tentativo di inglesizzazione forzata si è scontrato con lo spirito indomito della gente. Come anticipato, il costo patito nei secoli dal popolo irlandese è incalcolabile: non a caso, ci sono più irlandesi sparsi per il mondo che in patria. Il pugno di ferro usato da Oliver Cromwell e poi dai successivi dominatori britannici ha addirittura portato a una carestia che ha mietuto, a metà dell’Ottocento, centinaia di migliaia di morti per fame e malattie a essa associate. Non un vero e proprio genocidio, ma poco ci manca, anche perché quella di affamare il paese è stata, secondo alcuni storici, una scelta precisa, deliberata, un agghiacciante strumento di controllo.
Ecco spiegata la vicinanza incrollabile del popolo irlandese alla causa palestinese nella quale la gente di Irlanda rivede le proprie sofferenze: una terra invasa e colonizzata, sottoposta a una legge piegata ai dettami di una confessione diversa, nella quale per definizione una fetta della popolazione gode di diritti negati all’altra, che in quella terra viveva da millenni. Per non dire nulla dell’umiliazione e irrisione di cui la comunità calpestata dalla potenza coloniale viene fatta oggetto quotidianamente.
Da buon narratore irlandese, Paul McVeigh pare aver introiettato la lezione di un collega, Frank McCourt, americano-irlandese, che nel 1996 ebbe enorme successo con il romanzo Le ceneri di Angela, ambientato tra New York e la contea di Antrim, nell’Irlanda del Nord, durante la Grande Depressione. Anche nel romanzo di McCourt c’è una famiglia numerosa quanto povera, devastata dall’alcolismo senza soluzione del padre. E, forse, proprio nell’ossessivo ripetersi di certi siparietti domestici sta il limite principale di entrambi i romanzi che, per il resto, sono ottimamente scritti e carichi di riflessioni importanti.
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