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Rincaro carburanti | Tetto ai prezzi di Orbán, taglio delle accise in Slovenia, ispezioni in Francia e “monitoraggio” in Italia: i Paesi Ue in ordine sparso e i rischi del piano sulle riserve petrolifere

La crisi energetica innescata dalla crisi in Medio Oriente e dalla drastica riduzione del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz ha riportato i prezzi di benzina e diesel sopra la soglia critica dei due euro in diversi Paesi europei. Mentre il petrolio è tornato nuovamente a superare la soglia dei 100 dollari, la comunità internazionale tenta una risposta coordinata. Con il sostegno politico dei Paesi del G7, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) – che definisce la crisi la più grande interruzione di offerta della storia del mercato petrolifero –, è pronta a coordinare il rilascio di riserve strategiche nazionali fino a 400 milioni di barili. Azione a cui partecipa anche l’Italia con 10 milioni di barili, equivalenti al 13,5% delle nostre scorte di sicurezza. Tutto per garantire stabilità alle forniture. Funzionerà? Secondo la stessa Agenzia, l’efficacia è strettamente legata alla durata del blocco di Hormuz. Questione di matematica: se la chiusura dello Stretto o il rallentamento dei flussi dovessero persistere per settimane o mesi, l’iniziativa dell’Aie rischia di rivelarsi un buco nell’acqua, ha detto all’Adnkronos Francesco Sassi, docente di geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Finché i mercati non coglieranno segni di de-escalation nel conflitto, dunque, la minaccia iraniana dei 200 dollari al barile resta all’ordine del giorno. Né rassicurano le ultime dichiarazioni di Donald Trump: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi”.

A Bruxelles sono sul tavolo opzioni come un taglio coordinato delle tasse sui carburanti e la reintroduzione del tetto al prezzo del gas per limitare il contagio sui costi dell’elettricità. Ma per ora i singoli Stati Ue si sono mossi in ordine sparso, adottando strategie nazionali che vanno dalla riduzione delle tasse, al controllo dei prezzi, fino alla vigilanza del mercato. In Italia il governo sta studiando l’aggiornamento del meccanismo delle accise mobili, strumento che permetterebbe di ridurre la tassazione sui carburanti compensandola col maggiore gettito Iva incassato dai rincari. Si tratta di rinunciare alla entrate aggiuntive non previste a bilancio per abbassare temporaneamente il prezzo alla pompa. Ma l’attivazione richiede un decreto del ministero dell’Economia d’intesa col ministero dell’Ambiente: sebbene lo strumento sia previsto dalla normativa (misura del 2007 aggiornata nel 2023), la sua attivazione non è automatica. Senza il consolidamento delle attuali condizioni di prezzo su base bimestrale rispetto alle stime del Documento di Economia e Finanza, “il taglio delle accise non può scattare legalmente”, ha spiegato il Mef in Commissione Finanze alla Camera. Così, per ora, la strategia resta quella del monitoraggio. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha disposto un potenziamento dei controlli della Guardia di Finanza lungo la filiera distributiva per stanare speculazioni.

Decisamente più radicale le scelte fatte nell’Europa orientale e sud-orientale. In Ungheria Viktor Orbán ha imposto per decreto un tetto massimo ai prezzi, equivalenti a circa 1,51 al litro per la benzina e 1,56 euro per il gasolio. La misura si applica esclusivamente ai veicoli con targa nazionale ed è sostenuta dal rilascio delle riserve petrolifere statali. Non mancano le critiche, con le opposizioni che parlano di misura propagandistica di un governo in difficoltà a un mese dalle elezioni. Quanto ai conti pubblici, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha avvertito che il peggioramento dei conti esterni e le politiche di sussidio potrebbero portare a un declassamento del rating del Paese. Anche la Croazia, sotto la guida di Andrej Plenković, ha optato per un calmiere amministrativo bloccando i prezzi a circa 1,50 euro per la benzina e 1,55 per il diesel, senza distinzioni di nazionalità, annunciando di voler proteggere famiglie e imprese. Il governo di centrosinistra della Slovenia ha invece scelto la via della riduzione delle accise per attenuare l’impatto dei prezzi internazionali, mantenendo i costi finali tra i più bassi dell’area a circa 1,47 euro per la benzina e 1,53 euro per il diesel.

All’estremo opposto sembrano invece posizionarsi, almeno per il momento, le grandi economie dell’Europa occidentale. In Germania il cancelliere Friedrich Merz mantiene una linea attendista, privilegiando la trasparenza del mercato rispetto a interventi diretti sui prezzi che rischiano di distorcere la concorrenza. A Parigi il primo ministro Sébastien Lecornu ha invece escluso l’introduzione di uno scudo per i prezzi a causa dei limitati margini di bilancio, optando invece per un piano straordinario di centinaia di ispezioni presso le stazioni di servizio per prevenire la speculazione. Il governo francese ha definito inconcepibile una riduzione dell’Iva, che avrebbe un costo stimato di circa 17 miliardi di euro. Una soluzione intermedia è stata adottata dal Portogallo del socialdemocratico Luís Montenegro, che ha attivato una valvola di sicurezza fiscale, cioè uno sconto di alcuni centesimi sul diesel finanziato dal gettito Iva extra, con un meccanismo automatico che scatta quando i prezzi aumentano di circa 10 centesimi rispetto ai livelli di riferimento.

Scelte differenti che frammentano ancor di più la situazione nei vari i Paesi, dove si registra ormai un divario tra i prezzi medi che si avvicina a 80-90 centesimi per litro di diesel: dalla Slovenia dei 1,5 euro al litro, ai Paesi Bassi dove si superano spesso gli 1,85 euro. Ma non è solo una questione di prezzi ed è per questo che le principali economie sarebbero più caute nelle soluzioni da adottare. Perché se da un lato calmierare i prezzi e tagliare le tasse offra un sollievo immediato a famiglie e aziende, gli esperti mettono in guardia sui rischi strutturali. Perché le misure non solo pesano sulle finanze pubbliche ma rischiano di incentivare i consumi di combustibili fossili, ritardando la transizione energetica e mantenendo le economie europee vulnerabili alle continue instabilità geopolitiche, compresa l’incognita sulle intenzioni di Donald Trump per le sanzioni alla Russia, che si offre di colmare il vuoto lasciato dal blocco delle forniture provenienti dal Golfo Persico, ovviamente a prezzi correnti. La Commissione Ue ha esortato a far rispettare rigorosamente il tetto al prezzo del petrolio russo, avvertendo che tornare a dipendere dall’energia russa sarebbe un “errore strategico”. Errore che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky tenterà di scongiurare anche nei prossimi giorni, durante la visita ad alcuni Paesi Ue, da Parigi a Madrid. Ma il conflitto in Medio Oriente ha messo anche il dossier ucraino in diretta concorrenza con la pompa di benzina.

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