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Usa-Iran, la storia dell’amichevole dimenticata di Pasadena: altro che Infantino, quando il calcio sapeva davvero unire

C’è un’istantanea che la storiografia calcistica occidentale ha lasciato pigramente sbiadire in un cassetto. Non è Francia 98, con i suoi fiori bianchi e la tensione elettrica del debutto mondiale. Era il 16 gennaio 2000, il giorno in cui il Team Melli – la nazionale iraniana – entro nel Rose Bowl di Pasadena non da nemico giurato, ma da ospite d’onore. La scelta di giocare a Los Angeles non fu casuale: la “Città degli Angeli” era la casa di oltre 500mila iraniani, una comunità così radicata da aver ribattezzato la metropoli californiana “Tehrangeles“.

Il progetto fu partorito due anni prima in un salotto di Parigi. Solo tre settimane prima, a Lione, l’Iran aveva battuto gli USA 2-1 in quello che resta uno dei match politicamente più carico della storia del calcio. Bill Clinton aveva parlato di un passo verso la fine dell'”estraniamento” tra le nazioni, iniziato con la Rivoluzione del 1979. L’incontro tra il Segretario Generale della US Soccer, Hank Steinbrecher, e l’iraniano Mehrdad Masoudi, all’epoca responsabile comunicazione della federazione canadese, nacque con l’idea, o meglio la speranza, di avvicinare in qualche modo l‘Iran e gli Stati Uniti attraverso lo sport, come la cosiddetta diplomazia del ping-pong aveva avvicinato gli Usa e la Cina negli anni ’70. Ma nel 1999 tutto sembrò naufragare. Lo scoglio era burocratico, ma anche profondamente politico: l’obbligo di schedatura. Gli Stati Uniti pretendevano che ogni calciatore iraniano venisse fotografato e sottoposto al rilievo delle impronte digitali all’arrivo all’aeroporto di Chicago.

“Dissi chiaramente che era un divieto assoluto“, ha ricordato Masoudi in un’intervista alla BBC. “Se lo avessero comunicato all’Iran, avrebbero cancellato tutto all’istante. Quel contratto era stato firmato a patto che non accadesse“. Per settimane, i funzionari del Dipartimento di Stato rimasero irremovibili. Poi, a pochi giorni dalla partenza, un’improvvisa e misteriosa deroga sbloccò la situazione. Secondo Steinbrecher, l’ordine arrivò dai vertici dell’amministrazione Clinton: “Non so quale fosse la catena di comando, ma credo che la decisione sia stata presa direttamente molto in alto”.

Un altro possibile problema era che la sponsorizzazione di alcolici durante la partita avesse offeso la sensibilità religiosa di qualcuno. Lo sponsor principale dell’incontro sarebbe stato AnheuserBusch, l’azienda produttrice della birra Budweiser. In una riunione tenutasi alla vigilia della partita, la Federazione calcistica statunitense si offrì di cambiare sponsor, ma gli iraniani respinsero l’offerta, mostrandosi molto comprensivi: “In qualità di dirigente calcistico – ha detto Safei Farahani, l’allora presidente federale iraniano – so quanto sia difficile trovare sponsor. La cancellazione di un evento si traduce in una perdita di reputazione agli occhi degli sponsor'”, ha raccontato Masoudi, presente a quello storico incontro.

Tuttavia, superato lo scoglio americano, gli organizzatori dovettero scontrarsi con la complessa macchina del potere iraniano, dove la volontà del presidente riformista Khatami non era l’unica voce in capitolo. Proprio mentre la squadra preparava i bagagli, a Teheran scoppiò l’ennesima crisi politica interna, mettendo in dubbio la spedizione fino all’ultimo istante. Solo un fragile equilibrio tra le fazioni permise al Team Melli di decollare verso quella che sarebbe stata una tournée storica, in cui sarebbero state giocate amichevoli con Ecuador, Messico e, infine, gli Stati Uniti.

Quella con gli Usa, naturalmente, non fu soltanto una partita. Fu il punto più alto di una diplomazia del pallone che oggi, nell’era dei tweet incendiari e dei visti negati, appare come un repertorio archeologico di un’umanità perduta. Se guardiamo a quella domenica di gennaio, il contrasto con l’attualità è brutale. Allora, il calcio era ancora il grimaldello privilegiato per forzare le serrature della diplomazia. C’era ancora l’ambizione che lo sport potesse essere una zona franca dove i conflitti potevano essere sospesi, se non risolti.

Oggi, invece, il panorama è dominato dalla realpolitik del silenzio. Sotto la gestione di Gianni Infantino, la FIFA ha smesso di essere un ponte per diventare una piattaforma di sportwashing o, peggio, un ufficio di relazioni pubbliche per i leader più divisivi del pianeta. L’era di Infantino, amico fidato di Donald Trump a cui ha consegnato persino un controverso Premio per la Pace, ha segnato il passaggio dalla diplomazia al puro pragmatismo commerciale. Oggi la FIFA, spesso accusata di glissare sulle questioni spinose, sembra aver abdicato al suo ruolo di mediatore culturale per diventare un’agenzia di eventi al servizio dei potenti.

Al Rose Bowl, quel giorno, c’erano 50mila persone. Non erano spettatori qualunque: era la diaspora iraniana che per la prima volta riabbracciava la propria bandiera sul suolo americano. In campo c’erano le leggende: Ali Daei, Khodadad Azizi, Mehdi Mahdavikia. La partita finì 1-1. Al gol di Mahdavikia rispose il rigore di Chris Armas, ma il risultato rimane la cosa meno importante. A rimanere impresso fu l’abbraccio tra i giocatori a fine gara, le maglie scambiate senza timore di ritorsioni politiche e il clima di festa che avvolse Pasadena.

Oggi quella partita ci sembra l’ultimo spasmo di un’utopia. È il testamento di un calcio capace di assolvere la sua funzione più nobile, quello di unire i popoli. Ventisei anni dopo, mentre ci prepariamo a un Mondiale 2026 che somiglia più a un centro commerciale che ad un torneo, quella partita continua a guardarci con malinconia, mentre ci ricorda la potenza eversiva di questo sport, con la capacità quasi magica di sospendere la storia e affratellare i popoli.

L'articolo Usa-Iran, la storia dell’amichevole dimenticata di Pasadena: altro che Infantino, quando il calcio sapeva davvero unire proviene da Il Fatto Quotidiano.

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