Le cancellerie occidentali, ma anche quelle che orbitavano attorno a Mosca, non furono sorprese del golpe. Lo consideravano un episodio di normale amministrazione latinoamericana. Addirittura, nel caso dell’URSS, il PCUS emise un comunicato che plaudiva al golpe, in nome della fine dei disordini
Il 24 marzo del 1976, l’esercito argentino, mise in atto un colpo di Stato, rovesciando il fragile governo democratico di Maria Estela Martinez de Peron, più famosa come Isabelita. La sovrapposizione tra crisi economica e crisi di legittimità politica, che negli anni Settanta caratterizzava quasi tutti i paesi occidentali, si era sentita in modo più acuto sulle rive del Rio de La Plata. Inflazione, recessione, violenza politica, sembravano avere innescato una parabola discendente verso un definitivo precipizio di un Paese che pure era stato, negli anni Cinquanta, l’ottava potenza economica mondiale. Le cancellerie occidentali, ma anche quelle che orbitavano attorno a Mosca, non furono sorprese del golpe. Lo consideravano un episodio di normale amministrazione latinoamericana. Addirittura, nel caso dell’URSS, il PCUS emise un comunicato che plaudiva al golpe, in nome della fine dei disordini. La guerriglia guevarista dell’ERP, quella peronista dei Montoneros, era difficilmente metabolizzabile dalle parti di Mosca, in quanto letta come espressione di disordini e provocazioni. Il golpe argentino, invece, costituì uno spartiacque politico significativo, le cui conseguenze si avvertono tuttora, e la cui influenza si estende al di fuori dei confini della Republica Argentina. Le politiche economiche, le modalità di gestione del dissenso, le forme di protesta attuali, risentono in modo significativo di quanto avvenne mezzo secolo fa dalle parti di Buenos Aires.
Il ministro delle finanze della Junta golpista, Martinez de la Hoz, avviò la politica economica monetarista. In nome della lotta all’inflazione, vennero attuati massicci tagli alla spesa pubblica, privatizzati interi comparti dei servizi. Venne tracciata, in altre parole, la stessa rotta seguita dalla giunta golpista di Pinochet in Cile. Che poi, Menem avrebbe portato a compimento. L’America Latina fu la vera e propria cavia delle politiche economiche teorizzate dai cosiddetti Chicago Boys, che i governi assunsero spesso come consulenti. Preparando il terreno a Ronald Reagan negli USA e a Margaret Thatcher in Inghilterra. Il deterioramento delle condizioni di vita della popolazione, il restringimento della gamma di garanzie di protezione sociale, andava portato avanti, e non tollerava intralci.
Per questo motivo, le proteste, le mobilitazioni, le negoziazioni, diventarono tabù, e fu necessario un Proceso de Reorganizacion Nacional, nome ufficiale del golpe, per portare a termine il passaggio a un regime economico neoliberista. Le libertà civili e politiche costituivano un intralcio a questo progetto, per cui andavano soffocate o indebolite. Questo aspetto, costituisce il nocciolo duro del golpe argentino, e la sua influenza si propaga ai contesti odierni. La dittatura argentina operò su di un doppio livello: il primo, quello dello stato di emergenza, le diede una parvenza legale, in nome della necessità di pacificare il paese e porre fine ai disordini. Fu soprattutto il secondo livello a costituire un elemento di novità. Le esecuzioni extragiudiziali, i sequestri messi in atto da bande paramilitari, la prigionia in luoghi sconosciuti, le torture sistematiche, i cadaveri gettati in mezzo all’oceano o nelle fosse comuni, oltre a rendere tristemente famosa la Junta militare argentina, funsero da esempio per chi voleva assumerle a modello di repressione. I 30.000 desaparecidos, i 2 milioni e mezzo di esiliati, riguardarono soprattutto la giovane generazione, soppressa, espiantata e messa a tacere attraverso l’intimidazione e la brutalità. L’Argentina venne privata di una classe dirigente.
Soprattutto, l’elemento più agghiacciante del Proceso, va riscontrato nella sua pianificazione e organizzazione meticolosa. La Escuela de las Americas di Panama, messa in piedi dal governo di Washington, si avvalse dell’esperienza di ex-nazisti tedeschi e austriaci, membri fuggiaschi dell’OAS francese e neofascisti italiani, reclutati con lo scopo precipuo di addestrare gli aguzzini latinoamericani alla necropolitica, ovvero, a una pratica di gestione del potere fondata sulla morte. Una soppressione fisica che, per essere efficace, si avvaleva anche di tecniche di lavaggio del cervello e di cancellazione della memoria, come stanno a dimostrare i figli partoriti dalle prigioniere politiche nei garage Olimpio (luoghi di tortura) e poi adottati dai militari. Una memoria riadattata su un piano micro per poi essere diffusa a livello collettivo.
Quanto avvenne in Argentina, aprì la strada alla repressione del dissenso in Europa. Si pensi agli H Blocks e alle Diplock Courts inglesi, dove i militanti repubblicani irlandesi venivano internati, processati senza le garanzie del sistema penale e sottoposti poi a regimi di detenzione duri. Anche in Italia, con le leggi speciali antiterrorismo, la pratica della tortura sotto la supervisione del dottor De Tormentis, affiorate solo pochi anni addietro, seguirono il percorso iniziato nel cono Sud dell’America, in particolare in Argentina. L’Italia, col caso 7 aprile, il circuito dei camosci, 5000 detenuti politici all’inizio degli anni Ottanta, si avvicinò pericolosamente al modello latinoamericano. I GAL spagnoli, con la tortura dei prigionieri politici baschi, si collocano in scia.
Come disse Reynaldo Bignone, membro della Junta e ultimo presidente prima del ritorno dei civili, a Estella Carlotto, leader delle abuelas di Plaza de Mayo, certe cose non sarebbero dovute più accadere. I militari argentini puntavano a chiudere ogni spazio di mediazione, a negare legittimità al dissenso. Peggio ancora, miravano ad avviare un processo di obliterazione della memoria, cancellando gli oppositori e criminalizzandoli come sovversivi e delinquenti. Fino ad intimidire potenziali nuovi oppositori. Le parole di Bignone riecheggiano al pensiero dei fatti del G8 di Genova. L’istituzione delle zone rosse, l’irruzione nella scuola Diaz, la macelleria messicana di Bolzaneto, fino ai nuovi disegni di legge sempre più restrittivi nei confronti di chi dissente, supportati dalla manipolazione mediatica, ci dicono che la lezione argentina è stata recepita molto bene anche dalle nostre parti. E trasposta nella gestione della sicurezza urbana, con la repressione degli spazi autogestiti e la criminalizzazione dei gruppi sociali marginali.
Anche il governo USA ha fatto tesoro di quanto aveva fatto insegnare in America Latina. Le detenzioni disumane di Guantanamo e Abu Ghraib, con la tortura ridotta a enhanced interrogation (interrogatorio rafforzato), la deprivazione sensoriale, il waterboarding, la negazione della presunzione di innocenza, costituiscono un triste aggiornamento del repertorio necropolitico applicato in Argentina. Che oggi può vantare anche le tristi imprese dell’ICE contro i migranti e chi li supporta, senza contare casi come quelli di George Floyd. In nome della sicurezza, della disperata difesa del neoliberismo, si sacrificano i diritti civili e politici, dopo avere reso una chimera quelli sociali.
Un potere cinico, spietato, che sembra non dare più vie d’uscita. Eppure, proprio l’Argentina della dittatura, ci fornisce nuove soluzioni. Bastò che le madri e le nonne dei desaparecidos si riunissero a Plaza de Mayo coi cartelli delle foto dei loro cari scomparsi. Bastò una semplice domanda: donde estan? (dove sono) per fare vacillare il potere dei generali e metterne a nudo la crudeltà. E innescare pratiche di resistenza che ancora oggi, nell’Argentina di Milei che continua il vassallaggio verso Washington e non conosce altro Dio al di fuori del mercato, sono forti, diffuse, e proclamano il diritto sacrosanto a vivere un’esistenza decente. E a non essere sudditi di un potere incapace di andare al di là dei profitti e della prevaricazione. Una lezione da imparare anche qui da noi.
* Fonte/autore: Vincenzo Scalia, volerelaluna