Vecchio cartellino, addio. Oggi non sono solo i braccialetti, oggetto della querelle Amazon, a consentire un controllo puntuale del lavoratore sul luogo di lavoro. Grazie alle nuove tecnologie, Rfid e Gps, anche in Italia sono comparsi, o sono stati proposti in fase di trattativa sindacale, dispositivi di vario tipo, badge, microchip, smartwatch per controllare, identificare, registrare.Ad esempio un braccialetto al polso dei dipendenti è già in uso da mesi in un luogo insospettabile: la storica pasticceria «Bertelli» di Trento. Serve a calcolare le ore trascorse nel posto di lavoro. Non registra il tempo passato in bagno, ma la pausa pranzo sì, e monitora alcune azioni come l'uso della cassa. Coinvolti anche i dipendenti di «Bici Grill», stessa proprietà: tutti hanno accettato la novità.Sono invece insorti i lavoratori della «Dab» di Mestrino, succursale di un'azienda metalmeccanica danese, cui a dicembre era stato proposto di indossare uno smartwatch «modificato» per controllare movimenti e posizione. Con la solita doppia versione: l'azienda giustifica l'adozione con il controllo delle misure di sicurezza e il lavoro più efficiente, mentre ai dipendenti non piace il rischio di essere controllati a distanza (possibilità smentita dai vertici aziendali).Poi ci sono i microchip. Dispositivo ancora più subdolo perché talmente piccolo da poter essere nascosto tra le pieghe della divisa, anche all'insaputa del dipendente. Fincantieri già nel 2015 proponeva microchip in scarponi e caschetti per ragioni di sicurezza, e i sindacati avevano bloccato l'iniziativa. Che, lungi dall'essere messa nel dimenticatoio, è stata ripresa dal servizio pubblico. L'ultima segnalazione viene dall'Asl di Salerno, dove un microchip, potenzialmente in grado di tracciare ogni movimento, è stato inserito nelle nuove divise. E contro il chip erano già scesi in campo l'anno scorso i dipendenti della sanità ligure («taggati» senza preavviso) e quelli di una struttura sanitaria di Modena.Il «timbro del cartellino» ipertecnologico e assillante segue i lavoratori anche fuori dalle mura aziendali. Ne sanno qualcosa i guidatori di autobus della «MOM», l'azienda provinciale di trasporto di Treviso che si prepara ad installare sui mezzi 450 «controllori» elettronici rivolti non al viaggiatore ma al guidatore. Serviranno a identificare la posizione degli autobus, ma anche a controllare lo stile di guida, il consumo di carburante ed eventuali infrazioni. Il tutto gestito da un computer centrale che darà direttive in tempo reale all'intera flotta di moderni Caronte.Altro tema caldo è quello dei telefoni aziendali: ormai parte delle nostre vite, lavorative e non, sono spesso usati anche al di fuori dell'orario di lavoro canonico. Il Garante della Privacy ha dato il via libera al controllo del traffico telefonico dei dipendenti. Ad alcune condizioni come l'anomalia di consumi e il mascheramento parziale dei numeri. Il tutto previo accordo con i sindacati. Che una volta era barriera insormontabile. Ma è ancora così? Le polemiche hanno chiamato in causa il Jobs Act. Il ministero del Lavoro conferma che l'uso di dispositivi per il controllo a distanza dei lavoratori è soggetto ad accordo sindacale o autorizzazione dell'Ispettorato Territoriale del Lavoro o del Ministero. Ma la disposizione non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e per la registrazione degli accessi e delle presenze. Un varco dunque secondo alcuni esperti c'è.Intanto all'estero il chip sottopelle è già stato impiantato su base volontaria in aziende svedesi e statunitensi: si può usare anche per pagare snack e bibite ai distributori aziendali. Il futuro secondo molti è qui. E la privacy nelle nostre vite, pubbliche o private, un optional o un privilegio. Da pagare col tempo risparmiato davanti a una macchinetta del caffè.