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Non basta invocare la pace. Il Vaticano sa che la crisi israelo-palestinese va risolta col diritto

Non basta invocare il cessate il fuoco chiudendo gli occhi davanti alle radici strutturali della nuova esplosione di violenza in Terrasanta. L’Osservatore Romano del 12 maggio colloca come articolo-editoriale la testimonianza di un parroco italiano a Gaza City. “In nome di Dio le parti in lotta si fermino”, afferma padre Gabriel Romanelli aggiungendo subito dopo una citazione di Giovanni Paolo II: “È l’ingiustizia la radice della mancanza di pace. Per questo chiediamo un passo indietro a entrambi i contendenti! Solo garantendo i diritti di tutti si può arrivare alla riconciliazione”.

Garantire i diritti di tutti è la linea della Santa Sede non da oggi. Tanto più convinta in un momento come questo, in cui il governo Netanyahu è impegnato a raccogliere intorno a sé gesti di solidarietà unilaterale. Non a caso l’agenzia di informazione religiosa e missionaria Asia News rilancia la dichiarazione congiunta di quattro membri del Consiglio di sicurezza Onu – Francia, Estonia, Irlanda e Norvegia – i quali dopo avere affermato il diritto di Israele alla legittima difesa e avere condannato il lancio di razzi contro la popolazione civile israeliana si rivolgono direttamente a Israele formulando un punto politico preciso. La richiesta di “cessare le attività di colonizzazione, le demolizioni e le evacuazioni (di palestinesi), incluso a Gerusalemme Est, conformemente ai suoi obblighi (di Israele) in virtù del diritto internazionale umanitario”.

La diplomazia vaticana sa quello che è noto agli ambienti diplomatici di tutto il mondo, sempre che vogliono attenersi ai fatti. Non si esce dalla crisi israelo-palestinese se non sulla base del diritto internazionale. All’indomani del conflitto del ‘67 le Nazioni Unite hanno sancito che la pace non può che basarsi sulle frontiere internazionali del 1967. Non esiste alcun diritto divino perché insediamenti ebraici occupino territori in Cisgiordania attuando una silenziosa acquisizione etnica (con relativa pulizia etnica degli abitanti palestinesi).

Non esiste un diritto di proprietà internazionale israeliano su Gerusalemme Est. Il nucleo antico di Gerusalemme è diviso in una parte Ovest, che appartiene agli israeliani, e una parte Est appartenente agli arabo-palestinesi: i quali storicamente vi hanno avuto una statualità per un periodo tre volte più lungo dell’antico regno di Giuda.

I grovigli storici, culturali, religiosi si possono sciogliere solo sulla base del diritto internazionale. Se uno Stato usa la sua forza militare per tenere sottomessa una popolazione altra, imponendo l’occupazione del suo territorio in varie forme, è ipocrisia meravigliarsi se nascono movimenti di guerriglia.

Da quando è tornato al potere nel 2009 il governo nazionalista di Netanyahu non ha mai voluto seri negoziati con il leader palestinese Mahmud Abbas per dare vita a due Stati pacificamente conviventi. Eppure Abbas da decenni è il leader palestinese più moderato e “occidentalista” possibile. Ma al contrario Netanyahu ha condotto la sua campagna elettorale del 2015 al grido della cancellazione dell’opzione “due popoli, due Stati”.

In realtà – e anche questo è noto a qualsiasi consigliere d’ambasciata di seconda categoria, pratico del Medio Oriente – negli ultimi decenni è venuta alla ribalta nel cuore della democrazia così viva e culturalmente brillante dello Stato d’Israele una multiforme corrente politico-ultranazionalista, ferocemente sovranista, fanaticamente fondamentalista-religiosa, sostanzialmente suprematista come verificatosi in altre parti del modi occidentale.

Quando nel Parlamento israeliano un deputato espressione del movimento ebraico dei coloni si rivolge ai parlamentari arabi israeliani – cittadini dello tesso stato come lui – proclamando “Noi (ebrei) eravamo qui prima di voi e saremo qui dopo di voi”, cos’altro esprime questa frase se non un disprezzo suprematista?

A Londra dal 2020 è arrivata come nuova ambasciatrice israeliana Tzipi Hotovely, una personalità di estrema impronta sovranista, che in patria aveva dichiarato: “Il mio sogno è di vedere la bandiera d‘Israele garrire sul Monte del Tempio”. La Grande Israele, di cui Hotovely è fautrice, non ha spazio per le rivendicazioni palestinesi. “Questa terra è la nostra – ha detto – Tutta. Non siamo venuti qui per scusarci”. L’alternativa offerta ai palestinesi dagli ambienti ultranazionalisti israeliani è di sottomettersi, rinunciando a un proprio stato, o di “andarsene al di là del Giordano”.

L’anno scorso è stato evitato in extremis, dopo dure proteste dei sopravvissuti all’Olocausto indignati per i sui atteggiamenti razzisti, che Netanyahu nominasse alla direzione del memoriale della Shoah Yad Vashem, un politico di ultra-destra come Effi Eitam, conosciuto per aver sostenuto in pubblico la necessità di espellere i palestinesi dalla Cisgiordania e di “rimuovere gli arabi israeliani dal sistema politico” in quanto traditori e quinta colonna dei nemici di Israele.

Questo è il panorama sul campo. La politica israeliana è attualmente condizionata da personaggi che al pari di Trump, Orban, Kaczynski, Bolsonaro, Salvini, Meloni, Le Pen non hanno rispetto per l’Altro.

In questo scenario grande è il ruolo responsabile che possono svolgere le comunità ebraiche della diaspora. Non basta condannare le organizzazioni terroristiche arabe. Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica romana, durante la veglia al Portico d’Ottavia di mercoledì scorso, ha dichiarato: “Vogliamo sostenere la pace, il dialogo, la fratellanza”. Parole impegnative. Fratellanza significa ammettere l’esistenza di uno Stato palestinese nei suoi legittimi confini. Dialogo è impegnarsi per la coesistenza fruttuosa tra due Stati.

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