Acciaieria a Porto Nogaro, ecco i risultati degli studi affidati dalla Regione a università ed esperti
«Dal punto di vista ambientale non esistono condizioni evidenti per limitare a priori l’insediamento di ulteriori attività industriali nell’Aussa Corno».
Lo rivela lo studio propedeutico al progetto integrato di infrastrutturazione industriale, capacità logistica e implementazione dell’accessibilità al porto di San Giorgio di Nogaro, commissionato dalla Regione all’università degli studi di Udine per valutare l’idoneità del luogo a ospitare il polo siderurgico previsto dal progetto Adria, proposto dai gruppi Metinvest e Danieli.
Articolato nei filoni idrodinamico, ambientale e socio-economico, lo studio dell’ateneo friulano prefigura lo sviluppo del tessuto economico produttivo dell’area con nuovi insediamenti, primo fra tutti la realizzazione del polo siderurgico.
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Analoghe conclusioni emergono dagli altri studi affidati, sempre dalla Regione, all’università degli studi di Trieste e a un gruppo di professionisti coordinati da Hmr Ambiente di Padova.
Ecco cosa rivelano i singoli documenti che giovedì 21 settembre, a partire dalle 9.30, saranno illustrati alle commissioni consiliari seconda e quarta, a Trieste.
L’analisi idrodinamica
In prima battuta i ricercatori del dipartimento Politecnico di ingegneria e architettura dell’università di Udine, hanno valutato lo stress al fondo indotto dalle navi.
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L’hanno fatto simulando la reazione provocata da una nave lunga 180 metri e larga 30, con un pescaggio pari alla profondità del canale meno di 1 metro, e dalle onde di dislocamento, avendo osservato che «le onde di Kelvin non influiscono in maniera significativa sugli stress al fondo».
Chiariti gli aspetti tecnici, nelle conclusioni si legge: «Dal punto di vista idrodinamico, la configurazione meno impattante risulta quella che prevede un approfondimento del canale a 9,66 metri».
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Questo perché «le perturbazioni di livello rimangono confinate nel bacino di Porto Buso e comunque sono limitate a circa un centimetro per i livelli e 3 per le velocità. Il campo dei flussi medi all’interno della laguna rimane invariato, non si verificano interferenze con gli altri bacini, i livelli di risalita dei fiumi Aussa e Corno rimangono uguali agli attuali, gli stress al fondo indotti dalle navi in transito non peggiorano la situazione attuale».
E se «l’unica differenza, rispetto alla situazione attuale, che può apparire significativa è l’incremento dei prisma dei bacini di Porto Buso», lo studio invita a «tener presente che variazioni analoghe di prisma possono verificarsi anche a seguito di fenomeni naturali».
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Gli esempi non mancano a iniziare «dall’aggiunta dei moli nella bocca di Porto Buso e dalle valli da pesca» che «in passato hanno causato una riduzione del prisma di Porto Buso pari a circa 1,8 x 10 metri cubi.
Di conseguenza – si legge ancora nello studio – l’incremento del prisma che si avrebbe dragando il canale di Porto Buso a – 9,66 metri, oltre a essere comparabile con il deficit creato dalla presenza dei moli più le valli da pesca, compenserebbe in parte le perdite precedenti».
E ancora: «Portare alla profondità di -9,66 metri il canale non significa dragarlo per tutta la sua larghezza ma solo per la larghezza corrispondente alla cunetta, cioè 50 metri».
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I dati ambientali
Partendo dallo stato di fatto in cui si evidenzia «un ridotto indice di ventilazione nella zona in cui è collocala l’area industriale Aussa Corno», l’analisi dei dati sulla qualità dell’aria (polveri, ossidi di azoto e di zolfo e ozono) monitorati dalle centraline di Carlino, Castions, Malisana, Nogaro e Torviscosa, dal 2016 al 2022, non evidenzia l’esistenza di criticità ambientali e indica che «non esistono condizioni evidenti per limitare a priori la possibilità di insediamento di ulteriori attività industriali nella zona dell’Aussa Corno».
Alla luce di tutto ciò lo studio dell’ateneo friulano valuta la variazione di impatto conseguente alla potenziale realizzazione dello stabilimento siderurgico per la produzione di acciaio (bramme) da laminare a caldo per produrre lastre, nella Punta sud della zona industriale.
«Dal confronto tra i dati previsti dal progetto Adria e le emissioni censite per la zona industriale Aussa Corno – si legge – non emergono variazioni dei livelli di concentrazione degni di nota».
Ricadute socio-economiche
Gli studiosi dell’università di Udine si soffermano anche sulle ricadute socio-economiche conseguenti alla realizzazione del progetto Adria che prevede «l’attivazione di 700 nuovi posti di lavoro».
Il 40 per cento della forza lavoro sarà recuperata nei comuni fino a 15 chilometri di distanza, il restante 60 per cento in zone più lontane. Solo il 3,3 per cento dei nuovi addetti avrà più di 60 anni di età. Da qui la previsione di 1.230 nuovi potenziali residenti pari a 420 famiglie.
«La realizzazione del nuovo stabilimento siderurgico a San Giorgio di Nogaro potrà portare il consolidamento della vocazione e l’aumento di riconoscibilità della filiera siderurgica che ora, in Aussa Corno, genera un fatturato superiore al 49,5 per cento del totale.
L’impianto – si legge ancora nelle diverse pagine che accompagnano le singole relazioni – sarà strutturato mediante meccanismi che ne riducono la dispersione di energia e gli inquinanti, mediante modalità di riutilizzo delle acque reflue (80%), la depurazione delle acque di scarico e forme di controllo degli inquinanti che, nell’insieme, consentiranno di produrre per ogni tonnellata di prodotto lavorato tra i 96 e i 130 chilogrammi di Co2 anche grazie alla tecnologia dell’impianto che sarà di tipo elettrico e non a combustione fossile».
L’investimento stimato ammonta a 2,2 miliardi di euro, gli oneri di urbanizzazione uniti alla capacità attrattiva e all’imposizione fiscale rappresentano un generatore di introiti certi in termini di gettito per la Regione.
I trasporti
Le valutazioni tecniche e trasportistiche effettuate nello studio dell’università di Trieste tengono conto «dell’incremento del traffico ferroviario stimato a partire dai volumi da trasportare, incompatibile con il raccordo ferroviario presente nella configurazione attuale, in quanto verrebbe a determinarsi un movimento annuo di carri pari a cinque volte gli attuali».
Conseguentemente, recita il documento, «andrebbe avviata una nuova progettazione dell’intero raccordo ferroviario per aumentare la velocità di percorrenza delle tradotte riducendo il numero dei passaggi a livello o centralizzandone il controllo».
Secondo le proiezioni effettuate «dovranno essere previsti, in corrispondenza del nuovo impianto, fasci di binari sia per il ricevimento della materia prima che per la spedizione del prodotto finito, sia per la sosta delle mute vuote, tali da poter accogliere i treni in ingresso e in uscita senza interferire con la dorsale».
Gli analisti suggeriscono di valutare anche «la possibilità di collegare il raccordo ferroviario alla stazione di Torviscosa, realizzando un ponte sul fiume Corno ed eliminando, conseguentemente, sia il passaggio attraverso il centro abitato di San Giorgio di Nogaro sia il passaggio a livello sulla strada provinciale 80». Seppur risulti «abbastanza rilevante», l’incremento del traffico stradale «non sembra essere tale da generare pesanti situazioni di disagio sulla viabilità esistente, a eccezione dell’attraversamento del passaggio a livello sulla strada provinciale 80, il quale per effetto dell’incremento del traffico ferroviario potrebbe aumentare il tempo di chiusura nella giornata».
Andrebbero, comunque, previsti opportuni piazzali per la sosta dei veicoli pesanti in attesa di entrare nello stabilimento, mentre la realizzazione del secondo accesso all’area industriale consentirebbe di risolvere i problemi nelle condizioni di emergenza, ma anche di sgravare la strada provinciale da parte del traffico.
Lo studio di fattibilità
La Regione, nell’autunno 2022, ha affidato uno studio di fattibilità al raggruppamento temporaneo costituito dalle società Hmr Ambiente di Padova, Serin Srl di Udine, dall’ingegnere Andrea Cocetta di Udine e dai geologi Alberto Rosset e Gianni Menchini, rispettivamente, di Sgonico e Pagnacco, per valutare la messa in sicurezza idraulica della punta sud, il potenziamento della via navigabile, dal mare fino alla banchina, la verifica della sostenibilità dei fabbisogni energetici in relazione alle reti esistenti e alle ipotesi di potenziamento, la realizzazione di una viabilità ciclabile, l’analisi dei collegamenti stradali e ferroviaria esistenti, l’individuazione di interventi compensativi in ambito lagunare tra cui la manutenzione dei canali e degli accessi ai casoni, la ricomposizione morfologia e i monitoraggi ambientali.
«La punta sud della zona industriale Aussa Corno ha le potenzialità per soddisfare le esigenze dell’insediamento, essendo un sito a destinazione industriale con aree libere» conferma lo studio non senza aggiungere che «per sviluppare compiutamente le potenzialità dell’area, sono necessari alcuni interventi da parte dell’ente pubblico, il cui costo potrà essere recuperato.
Non va dimenticato – aggiungono gli esperti – che gli interventi non saranno a esclusivo beneficio del previsto insediamento, ma si ripercuoteranno positivamente sull’intera area».
Tra gli interventi pubblici necessari lo studio indica: l’approfondimento del canale industriale nei tratti a mare da valutarsi in funzione degli effetti idrodinamici e morofologici sull’ambiente lagunare analizzati dall’università di Udine (studio idrodinamico), la realizzazione di una banchina di sviluppo almeno pari a 400 metri in destra idrografica alla foce dei fiumi Corno, la realizzazione di un bacino di evoluzione, la messa in sicurezza idraulica delle zone depresse della punta sud, la ricollocazione all’interno della laguna di Marano e Grado dei sedimenti dragati nel tratto lagunare per la ricostruzione del sistema di barene e velme e il potenziamento delle infrastrutture a servizio dei terreni della zona industriale in Punta sud con riguardo al sistema delle reti dei servizi di energia elettrica, gas, acqua e fognatura.
La spesa complessiva stimata supera i 180 milioni di euro. A compensazione degli interventi di infrastrutturazione, lo studio prevede, inoltre, la disponibilità di terreni privati a destinazione industriale, la destinazione di aree esterne alla zona industriale Aussa Corno alla produzione di energia rinnovabile (fotovoltaico e idrogeno), la sistemazione della viabilità di accesso alle marine, con creazione di una strada turistica ciclabile e pedonale, opere di mitigazione nella fascia di rispetto del limite lagunare in accordo con il Piano paesaggistico, alcune compensazioni in linea con il piano di gestione del Sito di Natura 2000 laguna di Marano e Grado e il monitoraggio ambientale.
Gli aspetti idrogeologici
I ricercatori del dipartimento di Matematica e Geoscienze dell’Università di Trieste hanno analizzato, invece, gli aspetti idrogeologici per valutare le potenziali interferenze che potrebbero essere generate dai lavori di scavo sulle falde.
«In prossimità del sito sono presenti numerosi pozzi, dalla cui correlazione stratigrafica è possibile riassumere in modo più dettagliato la stratigrafia dei primi 20 metri del sottosuolo, cioè dello spessore potenzialmente interessato dall’attività.
La successiva stratigrafica è piuttosto discontinua, con una prevalenza di argille e limi con lenti limoso-sabbiose fino a circa 15,50-18 metri dal piano di campagna, a cui seguono sabbie limose fino a 20 metri.
Il contesto idrogeologico dell’area è caratterizzato dal sistema di falde sovrapposte riconosciute in letteratura per la Bassa Friulana», scrivono i ricercatori nel ritenere che «per le caratteristiche indicate, non si evidenzia alcuna criticità in relazione al potenziale approfondimento dei tratti marini, con profondità che non dovrebbero superare 12-14 metri.
Tutti gli acquiferi artesiani si ritrovano a profondità superiore a 25 metri dal piano di campagna, che non saranno mai raggiunti dalle azioni potenziali di scavo». Gli stessi ricercatori hanno eseguito il rilievo batimetrico dei bassi fondali a est e a ovest del canale Aussa mare per confrontare i dati attuali con le due levate batimetriche precedenti e valutare l’evoluzione del bacino di Porto Buso.
È in corso di valutazione anche l’impatto del traffico marittimo attuale in previsione del suo incremento. In questa attività si è reso necessario il coinvolgimento dell’Istituto delle scienze marine (Cnr) di Venezia e dell’Istituto di geoscienze e georisorse (Igg) di Padova.