Le note di Anzovino incontrano il lago ed è magia per oltre settecento persone
Parei colorati, ombrelli e seggioline tra l’erba, in un’atmosfera da quadro di Monet, complice un lago minuto che pacifica e un sole gentile ma con brio.
Si è srotolata così, come una coperta sul prato, l’attesa prima di spiccare il volo. Quello che si è alzato dal pianoforte di Remo Anzovino, col suo “Don’t forget to fly” .
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Il lago invece è quello, dietro l’angolo per i pordenonesi, della Burida. Piccolo ma instagrammabile, artificiale eppure autentico, raggiungibile ma anche un po’ lontano, come sono le cose d’acqua per noi umani. E così l’acqua ha incontrato l’aria e la terra su cui tutti erano seduti, grazie alla musica quando è capace di unire i diversi elementi.
Come diversi erano i partecipanti: famiglie, coppie, amici, persone di ogni età. Circa 700 in tutto, anche se i biglietti venduti sono stati oltre mille, ma il rinvio a causa del meteo e lo spostamento d’orario hanno fatto sì che non tutti potessero esserci.
Il concerto si è aperto con un primo brano che è partito sommesso, si è alzato leggero ed è sfumato piano nella sospensione di un pubblico incerto tra il desiderio di applaudire e quello di non disturbare per non spezzare l’incantesimo. Chi a occhi bene aperti, chi disteso ad assaporare la musica con gli occhi chiusi o rivolti alle fronde.
Le prime parole Anzovino le ha spese per la giornata, definita «speciale» e per Ruben Palazzetti a cui ha dedicato anche il primo applauso: «È meraviglioso quando le persone hanno delle idee», come quella di portare un grande concerto in un piccolo lago «e le realizzano».
Non a caso alla realizzazione dei sogni, e al desiderio di tuffarsi nell’infinito, è dedicato “Don’t forget to fly” , in tour ormai da due mesi.
Anzovino ha poi ricordato la tragedia del Vajont, ma anche quella del crollo del ponte Morandi, puntando il dito contro l’avidità dell’uomo, e facendovi seguire una toccante “9 ottobre 1963 (Suite for Vajont)” , che la natura calma del lago, se possibile, è stata in grado di amplificare per contrasto.
Da lì un crescendo di note e brani applauditi al ritmo delle emozioni, e pubblico in piedi per il gran finale. O forse dovremmo dire “piccolo” , nel rispetto del luogo che l’ha ospitato. E della filosofia dell’evento: portare il grande nel piccolo, e viceversa.
E poi provate voi a sbrogliarli, se ci riuscite.