Il clima impazzito colpisce l’economia: ecco come lo stress idrico brucia il Pil in Friuli Venezia Giulia
Il riscaldamento globale e il clima impazzito fanno male all'economia regionale. Dopo che lo scorso anno il Friuli Venezia Giulia ha dovuto dichiarare lo stato d’ emergenza per siccità, quest’anno il clima si è tropicalizzato dove si alternano periodi di emergenza idrica, lunghe estati a 40 gradi e improvvise e drammatiche tempeste di pioggia e grandine come quella che ha colpito in luglio il Friuli con conseguenze pesanti su fabbriche e industria. Nei decenni passati si verificavano una quindicina di alluvioni importanti nelle città italiane: nel 2022 sono salite a 95 con un aumento del 25%. Nella prima metà del 2023 gli eventi estremi nel Paese sono così più che raddoppiati: 587 fra gennaio e luglio con le drammatiche alluvioni che hanno colpito Emilia Romagna (a causa di precipitazioni mai viste negli ultimi cento anni, fra 200 e 480 millimetri di pioggia in tre giorni) e Lombardia.
Che cosa sta accadendo? La Banca d’Italia calcola che le temperature medie in Italia sono aumentate di circa 2 gradi dalla fine dell'Ottocento. Il processo di riscaldamento globale «ha avuto effetti negativi sull'economia italiana che si sono accentuati alla fine del ventesimo secolo», scrivono gli analisti di Via Nazionale. Dopo l’effetto spread, ora i mercati finanziari sono costretti a considerare l’indice del riscaldamento climatico: a causa delle emissioni di gas serra le temperature medie potrebbero salire di altri 1,5 gradi. Con un impatto pesante sulla crescita. Secondo le stime di Bankitalia se va avanti così il nostro Pil si ridurrebbe del 9,5% entro la fine del secolo, una cifra pari a tre volte il Pnrr.
A lanciare l'allarme c’è uno studio realizzato da A2A con The European House-Ambrosetti che si occupa soprattutto dell’emergenza acqua. Secondo lo studio gli eventi estremi nel periodo gennaio-luglio in Italia sono balzati dai 256 del 2022 ai 587 di quest’anno. Secondo il report, che contiene una mappa delle aree critiche del Paese, il 5% degli abitanti del Fvg vive in aree a rischio inondazione. Fra il 2010 e il 2022 in questa regione ci sono stati infatti 28 eventi classificati come “estremi” e legati al clima: in questa classifica al primo posto c’è la Sicilia con 175 seguita dalla Lombardia (166) e dal Lazio (136). Per Ambrosetti il Friuli Venezia Giulia ha uno stress idrico “medio alto” in una scala della criticità che vede in testa le regioni del Sud.
Lo scorso anno quattro italiani su dieci hanno vissuto gli effetti delle politiche di contenimento dei consumi e oltre un quarto ha subìto razionamenti di acqua nel proprio comune di residenza. Uno scenario che si è aggravato soprattutto dopo il 2022 che è stato l’anno nero per il cambiamento climatico: un anno in cui è piovuto meno ma dove, come quest’anno, ci sono stati almeno un migliaio di “eventi idrici estremi”. La siccità record del 2022, l’anno più caldo degli ultimi 60 anni, ha ridotto la disponibilità di risorsa idrica naturale di 36 miliardi di metri cubi (-31% sul 2021), un volume comparabile a 60 volte il Lago Trasimeno. Di questi, 7,1 miliardi di metri cubi sono di acqua consumabile (-34%), pari al consumo di 14 milioni di cittadini. Si tratta dell’acqua necessaria alla produzione delle 82 mila imprese manifatturiere di Friuli-Venezia Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna che hanno cominciato a preoccuparsi seriamente della variabile clima sul Pil: ««All'Italia servirebbe un pacchetto d'investimenti da 48 miliardi in dieci anni per superare l'emergenza idrica, recuperare acqua per le esigenze di famiglie, agricoltura, industria e idroelettrico».
Il Friuli Venezia Giulia è stato fra le cinque regioni che lo scorso anno hanno dovuto dichiarare lo stato d’emergenza per la siccità con Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Piemonte. Un fenomeno che -osserva il report di Ambrosetti A2a- ha ridotto nel Paese la produzione idroelettrica a un valore che non si vedeva dal 1954 (30,3 TWh rispetto alla media del decennio 2012-2021 di 48,4 TWh), ma con una potenza installata di 3 volte inferiore a quella attuale: «I dati mostrano che siamo vicini a un punto di non ritorno per una risorsa che contribuisce al 18% del Pil Italiano, pari a 320 miliardi di euro l'anno, e senza la quale non c'è futuro: «Siamo il secondo Paese europeo per consumi pro capite ma anche l’unico che ne disperde la metà».
Per questo secondo il report A2A Ambrosetti «bisogna destinare risorse alle infrastrutture, agli acquedotti, per ridurre le perdite di acqua nella distribuzione, visto che oggi l'Italia è il quarto paese europeo per perdite idriche: il 41,2% contro una media del 25%.
Contro siccità, sprechi e cambiamenti climatici, sostengono gli esperti, occorrono azioni concrete e immediate: un pacchetto di investimenti da 48 miliardi di euro in dieci anni per la salvaguardia del ciclo idrico e della produzione di energia idroelettrica. Investimento necessario considerato che il 18% del Pil Italiano, pari a 320 miliardi di euro, è generato grazie al contributo della disponibilità abbondante di acqua.
La scelta non è casuale, ma dettata dal fatto che si tratta dell’unica fonte rinnovabile programmabile. Per altro, l’idroelettrico è una risorsa chiave per raggiungere il target legato alla generazione da fonti rinnovabili al 2030 in Italia.