Fine vita, la Diocesi di Trieste: «Verso la mentalità dell’eutanasia»
TRIESTE La Diocesi di Trieste interviene nel dibattito sul fine vita pubblicando una nota del presidente dell’associazione “Scienza e vita”, che contesta il parere della commissione Asugi che ha dato il via al suicidio assistito di Anna.
La critica verte soprattutto sul riconoscimento della «assistenza continua da parte di terzi» come requisito valido per accedere. Con questa interpretazione della Corte costituzionale, vi si argomenta, si agevolerebbe una «mentalità eutanasica».
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Nel pubblicare la nota la Diocesi premette: «Per le persone che soffrono sempre manteniamo il massimo rispetto. Sempre dobbiamo cercare di accompagnarle e condividere con loro il difficile cammino. “Sempre le affidiamo al Signore”». La premessa si conclude così: «Questa nota del dottor Pesce (Paolo, presidente di Scienza e vita ndr) aiuta però a comprendere quanto la questione del suicidio assistito sia politicizzata e ideologizzata rischiando di ridurre la vita umana a una questione individualistica da trattare con burocrazie e commissioni contraddittorie».
Passiamo alla nota. Nel 2019, spiega Pesce, la Corte costituzionale ha aperto al suicidio assistito stabilendo le condizioni in base a cui le persone «tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale» possono accedervi. Il parere di Asugi considera trattamento vitale l’aiuto continuativo da parte di terze persone (senza il quale è impossibile sopravvivere, come nel caso di Anna). Per Pesce ciò «stravolge lo spirito» della sentenza: «Infatti i trattamenti di sostegno vitale sono quelli che si attuano su prescrizione medica, e, qualora sospesi, causano in breve tempo la morte del paziente». Si tratterebbe quindi «primariamente della respirazione ed alimentazione artificiale». La commissione triestina avrebbe invece «considerato trattamenti di sostegno vitale la normale assistenza alle persone non autosufficienti». Per Pesce si apre così la via del suicidio «ai tanti disabili e ai tantissimi anziani non autosufficienti». Scienza e vita contesta la richiesta che l’associazione Coscioni fa ad Asugi, di fornire il personale necessario nel caso in cui la persona scelga di morire: «Il Ssn è stato istituito per curare le persone, per garantire un’equità di accesso all’assistenza sanitaria, ma non certamente per determinare la morte delle persone ammalate. Oltretutto viviamo in un periodo in cui i cittadini aspettano più di un anno per una visita specialistica o per un intervento chirurgico non urgente e spesso chi non ha i soldi non riesce a curarsi».
L’enfasi attorno al caso, conclude Pesce, favorisce una «mentalità eutanasica» che «porta inevitabilmente a legittimare la possibilità di sopprimere gli esseri umani che la società ritiene abbiano una qualità di vita inaccettabile».
Sull’onda della nota interviene l’ex consigliere regionale Bruno Marini: «Concordo con Pesce. La prima considerazione è che la sentenza del 2019 invita chiaramente il parlamento a legiferare. È necessario che venga fatto. Mi preoccupa che ogni Regione vada per conto suo». L’istrocattolico chiude in crescendo: «Fermo stando il profondo rispetto per tutti i malati, campagne forsennate come quella della Coscioni ci portano verso una cultura di morte. Si è cominciato con l’aborto, si va avanti col suicidio assistito. Non concordo politicamente con Trump ma in America per certi versi sull’aborto si sta tornando indietro. Mi pare invece che l’Italia sta imboccando una deriva pericolosa».g.tom.