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Chi sono i Longo della Farmacia ai Due Mori di Trieste

TRIESTE. La visita di Trieste inizia spesso da Piazza Unità, che è la più bella piazza aperta sul mare, per noi triestini la più bella del mondo! Nelle guide troverete la storia della piazza, già Piazza San Carlo nel 1918, ribattezzata Piazza Unità d’Italia nel 1955, per tutti semplicemente Piazza Unità, e dei suoi palazzi. Il Palazzo Modello, il cui stile architettonico avrebbe dovuto ispirare tutti i palazzi della piazza; il Palazzo oggi del Governo, nato come sede della Luogotenenza austriaca nei primi anni del 1900, con i mosaici che luccicano al sole dell’unico tramonto sul mare Adriatico in Italia, visibile traccia della Secessione dettata dall’architetto viennese che lo ha progettato; il Palazzo del Lloyd Triestino, sepolta società di navigazione che ha lasciato posto alla Presidenza della Giunta Regionale; il Palazzo Pitteri, la sola abitazione civile della piazza fino a pochi anni fa; infine l’Hotel Duchi d’Aosta, noto agli storici per essere stato il luogo dell’assassinio di Winckelmann.

La piazza è uno splendido scenario teatrale, chiuso fra il mare e il Municipio, sulla cui torre dell’orologio gli automi Mikeze e Jakeze battono le ore da più di un secolo. Proprio al piano stradale del Municipio, troviamo la Farmacia “Ai Due Mori”, nata come Spezieria nel 1750, e presente nello stesso luogo già prima della costruzione del palazzo municipale, ultimato nel 1875. Occupava la casa di Piazza Grande della particella catastale 141 e fu solo in seguito inglobata in esso. Le vicende di quest’antica spezieria sono riportate in un documentatissimo libro della storica Diana De Rosa sulle farmacie triestine.

Una vicenda giudiziaria

Si inizia con una vicenda giudiziaria intrigante: tale Giovan Battista Giorgini, farmacista della Farmacia ai due Mori, di proprietà del padre, alla fine del Settecento, era stato denunciato perché preparava senza licenza un misterioso quanto ricercatissimo intruglio dai grandi poteri, denominato Teriaca. Il medicamento aveva un’origine antichissima (dal greco antidoto). Nato per volere di Mitridate, che era ossessionato dal timore di essere avvelenato e volle un antidoto per ogni veleno, si sviluppò con composizioni diverse e divenne una panacea ricercata e commercializzata dagli spezieri veneziani, in particolare dalla farmacia di Rialto “La Testa d’oro”.

Uno degli ingredienti principali era la carne di vipera, la cui richiesta era così tanta che ogni spezieria della Serenissima autorizzata alla sua preparazione richiedeva annualmente fino a 800 vipere. Per coprire il fabbisogno si acquistavano gli animali dalla Carnia e dall’Istria. La preparazione della Teriaca era redditizia, e la Serenissima Repubblica di Venezia la regolava con apposito decreto. Lo stesso accadeva anche a Pisa, in una vivace competizione tra Repubbliche marinare.

Per preparare il medicinale si seguiva un procedimento complesso e parte della ricetta era un segreto di ogni speziale. I tanti ingredienti (fino a 40 tra cui polvere di testicoli di cervo, la rosa, il giaggiolo, la cannella, la mirra, lo zenzero, lo zafferano, il dittamo, il pepe nero, la valeriana, la terra di Lemno, il vino vecchio, il miele, l’oppio) erano esposti per tre giorni e si miscelavano poi sulla pubblica piazza, in pentoloni di bronzo, le cui tracce sono ancora visibili a Venezia.

La vendita del prodotto era talmente redditizia che in questo business volle inserirsi con disinvoltura Giovan Battista Giorgini della Farmacia dei Due Mori di allora, accusato di fabbricare Teriaca di pessima qualità e di utilizzare in modo improprio le etichette autoprodotte delle celebrate Farmacie veneziane. La storia giudiziaria è complessa e fedelmente riportata nel volume di Diana De Rosa cui rimando per i particolari. In conclusione, il Giorgini fu assolto, ma con una sentenza che ne squalificava la professionalità.

La Farmacia Ai Due Mori ebbe diversi proprietari fino ai tre successivi Antonio Praxmarer che la gestirono dal 1884 al 1947 quando fu poi acquistata da Paolo Longo ed è di proprietà della famiglia ancora oggi. I Longo erano originari di Capodistria, che abbandonarono dopo le vicende dell’Esodo nel dopoguerra. Paolo non possedeva denaro sufficiente ma un suo amico farmacista, benestante, che gestiva una farmacia in via Mazzini e la Farmacia Ai Due Mori, gli cedette la gestione di quest’ultima.

Giulio Longo, figlio di Paolo e attuale titolare, ricorda con precisione il giorno in cui il papà ritornò a casa e annunciò l’acquisto. Aveva solo cinque anni, ma ricorda l’emozione, perché si trattava di uno sforzo notevole, il padre invitò i familiari ad una vita essenziale e sentenziò “se vuoi fare dei passi avanti, devi farli con i soldi degli altri!” in una splendida sintesi del significato di un mutuo.

La Farmacia Ai Due Mori ha avuto nel tempo migliaia di clienti, fra i quali molti personaggi noti, ai quali Giulio Longo ha avuto la costanza di richiedere l’autografo in un libretto dove ritroviamo il Premio Nobel Bob Dylan, attori famosi come Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman, Gianrico Tedeschi, Enzo Iacchetti, Massimo Ghini e Omero Antonutti, che passava spesso quando era a Trieste, un vero signore, dal tratto familiare ed elegante, sia in scena che nella vita quotidiana. Fra questi, alcuni hanno mantenuto nelle dediche lo spirito giocoso che li anima sul palcoscenico, come Paolo Rossi che ringrazia a nome del proprio orecchio o Giorgio Panariello che lo fa a nome dello stomaco. Affettuosa Ornella Vanoni che dichiara il proprio amore per la città.

Anche Lelio Luttazzi

Fra i clienti anche Lelio Luttazzi, che negli ultimi anni abitava proprio a fianco della farmacia in Palazzo Pitteri: di lui tutto lo staff della farmacia ricorda l’intelligenza, la simpatia e l’ironia.

Veniva spesso a far visita in farmacia, quando abitava in Palazzo Pitteri anche Ugo Irneri, fondatore del Lloyd Adriatico e inventore della polizza con franchigia. Veniva assieme alla moglie Luisa Faggioli, originaria di Sirolo, splendido paese alla base del monte Conero dove ha passato l’infanzia il vostro autore. Lì trovi ancora casa Faggioli esattamente di fronte a Vetta Marina, un tempo villa padronale, ora Residence di lusso. Nel Duecento era un convento, dove San Francesco in persona predisse la traslazione della Santa Casa a Loreto e sembra parlasse ai pesci, anche se rimane un mistero cosa dicesse loro. Se ci passate, visitate la spiaggia Urbani, con pasto alla Paranza, accanto alle cabine bianche e azzurre progettate e costruite da Ercole Grilli, primo bagnino del luogo, anni Cinquanta. La vista del mare e del Conero, con alle spalle la ripida salita per il paese, senza macchine attorno, vi resterà addosso, come sarà certamente capitato alla consorte dell’Irneri.

Altro “vicino di casa” dei Longo farmacisti è stato Gilberto Benvenuti, albergatore veneziano che si era innamorato di Trieste e, con la discreta e decisiva alleanza di sua moglie Hedi, ha lasciato un’impronta indelebile facendo risorgere due gioielli che erano in letargo: l’Hotel Duchi d’Aosta e il Riviera&Maximilian’s poi diretti dai figli Alex e Susi.

Giulio Longo è geloso della ricca raccolta di aneddoti sui discorsi sentiti in farmacia. Per sua natura è un vero palcoscenico, dove molti vengono a chiedere consiglio e di fatto ricette per i disturbi della vita quotidiana, forse perché impera l’autoprescrizione per similitudine, frutto delle chiacchiere tra vicini di casa o tra colleghi di lavoro. Oggi si mantiene la richiesta diretta al farmacista, forse perché l’accesso al proprio medico comporta diverse difficoltà, ma soprattutto perché tra moduli, prenotazioni e password, si sente più forte il bisogno del rapporto diretto: si entra e si parla con un farmacista laureato, abitualmente giovane e ancora entusiasta, che ascolta e rassicura. A costi spesso sostenibili. O addirittura zero costo, se basta la rassicurazione. Perché quasi tutto passa comunque. Poi ci sono le malattie, pazienza, meglio che aspettino, è raro che un ritardo di diagnosi sia critico, sono i cosiddetti codici giallo-rossi che non passano mai dalla farmacia. E oggi, dopo il Covid, tutto è più lento nell’iter burocratico: si entra in un ufficio vuoto e ci si sente dire che bisogna fissare un appuntamento, al che ci coglie un atroce sospetto e, se si conosce l’ambiente, una certezza.

Una lunga storia

E la Farmacia Ai Due Mori è speciale, per la sua lunga storia, per la magnifica posizione affacciata sul mare, e soprattutto perché è diretta da anni dalla famiglia Longo, oggi da Maddalena, figlia di Giulio e Maria Pia Segatti, da poco passati a curarsi dei nipoti e a correre a Barcola. Tutte persone speciali, disponibili ad ascoltare e dare consigli quando è il caso.

L’antico volume

La Farmacia possiede inoltre un reperto unico e preziosissimo, un antico grande volume, rilegato in tela verde scuro, consunto, in cui sono raccolte testimonianze che fanno luce sulla parte più intima della vita quotidiana delle persone che vi si rivolgevano. Il titolo è curioso: Pro Cultura, ma, dopo aver sfogliato il libro, vi convincerete che si tratta di un annuncio appropriato. Il librone contiene i biglietti con cui le persone si recavano dal farmacista Praxmarer, per la precisione tre successivi Praxmarer (tutti tre di nome Antonio per evitare equivoci), nel periodo fra i primi anni Venti del Novecento, come si può ricostruire dalle poche date riportate nelle brevi missive o presenti sui pezzi di carta di giornale da cui venivano strappati i bigliettini.

La stessa storia del ritrovamento del volume è singolare: proviene dall’eredità di Bruno Pincherle (pediatra, letterato e politico), passata a Gino Pincherle, poi a Renzo Pincherle e poi a Laura Safred. Il pediatra Pincherle conosceva la farmacia perché aveva l’ambulatorio vicino a piazza Unità, in Galleria Protti. Pincherle potrebbe aver trovato il libro sulle bancarelle del ghetto, o forse dalle stesse sorelle Praxmarer, che avevano curato i beni dell’ultimo dei Praxmarer.

Pro cultura

Il titolo Pro Cultura è traducibile letteralmente con “a favore della cultura” o “in difesa della cultura”. L’esperto latinista Fabio Stok, prof triestino trapiantato a Roma a Tor Vergata, segnala che forse vuole evidenziare, per opposizione, il carattere “incolto” della documentazione in questione, ma forse anche stabilire che è “cultura” anche quella “bassa” e popolare testimoniata da questi documenti. Giusi Garofalo, anch’essa triestina e celebre interprete di lingue moderne di preziosa cultura classica, suggerisce che potrebbe intendersi Pro Cultura “...mea”, ossia “per la mia cultura” stante lo sforzo, da sempre richiesto al farmacista di decifrare le diverse scritture dei messaggi o ricette che gli arrivavano. Mentre la storica Diana De Rosa, anch’essa sirolese triestina come la Faggioli Irneri, propende per un titolo esortativo, per promuovere la cultura, sia del farmacista raccoglitore che degli autori dei bigliettini. Forse, più semplicemente, è un’affermazione che nasconde un senso di autoironia e uno spirito che peraltro la serietà del cognome Praxmarer non evocherebbe (i ga tante qualità ‘sti gnochi, ma sul “Sinn für Humor” ghe vol pazienza).

La maggior parte dei messaggi è scritta su pezzettini di carta, di giornale o strappati a registri o agende, ricette, pizzini, bigliettini, raramente su cartoline. La calligrafia di alcuni è regolare e inclinata, altri recano grafia incerta, errori. Altri ancora sono monosillabi, a testimoniare quanto poco diffusa fosse l’alfabetizzazione solo cent’anni fa. Alcuni sono scritti per annotare un nome che sarebbe stato difficile ricordare, altri per affidarli “alla donna o a un putèl”. Altri per scrivere una richiesta riservata, per non pronunciare ad alta voce prodotti di cui si vergognavano, come profilattici o rimedi per i pidocchi o per le piattole. Lo stile di molti è quello della lingua parlata, sono i testi più interessanti, a tratti toccanti, che ci portano a immaginare le difficoltà a trascrivere in lingua italiana il proprio linguaggio quotidiano. E verosimile che tanti siano stati dettati a voce a chi sapeva scrivere.

Olio di ricino

Ad esempio, la frequente richiesta di olio di ricino è espressa come se il nome del liquido fosse “diricino”, parola unica, la richiesta di uno sciroppo trova le grafie più varie da “seropo” a “seloppo” con variazioni. L’ipecacuana, sostanza usata per provocare il vomito, trova le più varie dizioni scritte: “peca” “Quena”, “ipi caquana”, “quana". Il nome stesso del farmacista è riportato nei modi più vari, legati all’espressione verbale approssimativa, specie per le persone di lingua italiana.

Una serie infinita di prescrizioni sintetiche, di richieste di consigli e di descrizioni di sintomi con la massima fiducia nella risposta professionale del farmacista cui è lasciato il compito di scegliere il medicamento adatto. Ci si rivolgeva al farmacista, anche se l’accesso ai medici era forse meno difficile, perché erano pochi ma esistevano già i distretti che allora erano dodici, dieci in città e due in Carso. Ma il rispetto, la stima e la fiducia che i Praxmarer avevano conquistato in città sono evidenti in queste richieste. Come risulta chiaro dal testo che riporto integralmente:

“13 agosto 1907 1915 budapest (vergato in rosso, calligrafia regolare inclinata) – Gentilissimo signore, faccia il favore di indicarmi cosa deve prendere mia moglie per non aver più figli – prego indicarmi il prezzo – voglio sperare che mi farà esaudito e di ciò la ringrazio anticipatamente”.

Messaggi brevi

E poi numerosi messaggi brevi, singole parole, ma anche vere lettere, che meriterebbero uno studio filologico della versione originale, non sempre decifrabili con sicurezza per grafie incerte, con errori e scomposizioni di parole, non sempre intellegibili nel significato, accanto ad altri vergati con sicurezza nelle splendide grafie dell’epoca. Un patrimonio di costumi e interazioni del tempo, per chi avrà la pazienza e la curiosità di studiarli.

Per ora un patrimonio unico conservato nella Farmacia ai due Mori con attenzione e gelosia. E anche con la volontà dei Longo di essere sempre disponibili.—

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