Anatolij Karpov: ascesa e declino del campione che nessuno ha mai amato
Ci sono campioni del mondo che vengono ricordati per i sacrifici brillanti, per aver giocato partite leggendarie o condotto attacchi travolgenti. Altri, invece, sono ricordati per la grande maestria nel trattamento dei finali o per l’armonia delle manovre posizionali.
Tra i campioni del mondo, Anatolij Karpov rappresenta un caso a sé. Pur avendo dominato la scena scacchistica per molti anni, il ricordo degli appassionati è spesso oscurato dalle ombre dei suoi match mondiali: una lunga stagione di polemiche e scontri di nervi, culminata nella spasmodica difesa del titolo dagli assalti di Korčnoj e nel tentativo di riconquistare il primato, una volta spodestato da Garry Kasparov.
È il paradosso di una carriera straordinaria che ha segnato gli ultimi 30 anni del ventesimo secolo, la storia di un campione che non è mai riuscito a conquistare il cuore del pubblico.
Centodue mesi come numero uno del mondo. Oltre 70 tornei vinti, di cui almeno una trentina ad altissimo livello. Sedici anni complessivi da campione del mondo (tra titolo indiscusso e periodo FIDE, dopo la scissione della PCA). Numeri che lo collocano come uno dei più grandi campioni nella storia del nostro gioco.
Eppure, quando gli appassionati parlano dei grandi talenti come Fischer, Tal, Spassky, Kasparov, Capablanca, Lasker, Alekhine, Anatoli Karpov resta nell’ombra. Non per mancanza di classe, ma per qualcosa di più sottile e implacabile: la sensazione che egli sia sempre stato l’uomo del sistema.
La storia inizia a Zlatoust, città industriale degli Urali, nel 1951. Evgenij Stepanovič, ingegnere meccanico in una fabbrica d’armi e seconda categoria nazionale, insegna a giocare al figlio Anatolij quando questi ha appena quattro anni. Il bambino sapeva già disporre i pezzi sulla scacchiera e conosceva i loro movimenti, avendo osservato il padre mentre giocava. Il ragazzino, soprannominato “Tolja”, nonostante fosse di costituzione gracile e spesso malato, migliora molto in fretta. A undici anni è già Candidato Maestro.
Nel 1963 viene ammesso alla prestigiosa scuola di Michail Botvinnik, il “Patriarca” degli scacchi sovietici. L’impatto non è dei migliori. Dopo aver esaminato le sue partite, Botvinnik sentenzia: “Il ragazzo non ha alcun futuro in questa disciplina.”
Il verdetto si rivelerà uno degli errori di valutazione più clamorosi commessi dall’ex campione del mondo. Karpov ammette di avere molte lacune, soprattutto nel gioco in apertura, e cerca a tutti i costi di migliorare trasformando l’umiliazione in carburante. Studia i classici, in particolare Capablanca, e diventa il massimo interprete moderno di quel gioco lineare e profondo. Nel 1966, a soli quindici anni, è il più giovane Maestro dell’Unione Sovietica. Botvinnik, costretto a ricredersi, diventa uno dei suoi più convinti sostenitori.
Il suo più amato maestro, che egli definì come un secondo padre, fu il G.M. Semen Furman, scomparso prima delle famose e logoranti sfide contro Kasparov. Successivamente, ebbe come allenatore un altro forte G.M., Igor Zaitsev, che lo seguì nel periodo 1978-1991.
L’ascesa del boa constrictor
Il mondo scopre il talento di Karpov tra il 1969 e il 1974. È un’ascesa continua e impressionante: nessuna combinazione memorabile, nessun sacrificio spettacolare. Solo una pressione costante che cresce mossa dopo mossa fino a diventare insostenibile. Somiglia a un “boa constrictor”. Lui preferisce parlare di profilassi: come Tigran Petrosian coltiva l’arte di prevenire i piani dell’avversario prima ancora che vengano formulati, ma a differenza del suo grande predecessore, egli ama un gioco più offensivo e dinamico alla ricerca del colpo tattico vincente.
Nel 1969, sotto la guida di Semen Furman, Karpov vinse il Campionato del Mondo Junior a Stoccolma con il punteggio strabiliante di 10 su 11. L’anno successivo divenne Grande Maestro a soli 19 anni. Nel 1971, all’Alekhine Memorial, vinse a sorpresa davanti a leggende viventi come Smyslov, Tal e Petrosian. Il mondo scacchistico cominciava a capire: quel ragazzino gracile degli Urali era destinato a puntare alla corona mondiale. E sul trono degli scacchi nel 1972 si era insediato uno dei più grandi talenti che si ricordino: l’americano Bobby Fischer.
Da quel momento Karpov non si ferma più: Nel 1974 vince il torneo dei Candidati. Prima elimina Lev Polugaevskij (5,5-2,5), poi Boris Spassky, l’ex campione del mondo sconfitto da Fischer. La finale contro Viktor Korčnoj a Mosca è come un thriller: Karpov vola sul 3-0, subisce il ritorno furioso del rivale, ma chiude 12,5-11,5. Ha ventitré anni ed è lo sfidante ufficiale di Bobby Fischer.
Il match non si giocherà mai.
Il re senza corona
Fischer impone condizioni molto pesanti: occorrono dieci vittorie senza limite di patte, e in caso di 9-9 il campione in carica manterrebbe il titolo. La FIDE rifiuta. Fischer, completamente fermo da tre anni e fedele al suo carattere intransigente, rinuncia. Il 3 aprile 1975, Anatolij Karpov diventa il dodicesimo Campione del Mondo senza aver giocato una sola partita.
Ma il danno è fatto. Per il pubblico e per molti appassionati, Karpov è un campione nominato d’ufficio che ha spodestato l’idolo più amato in assoluto, l’americano Bobby Fischer.
Nel precedente match per il titolo mondiale, Boris Spassky aveva ceduto alle continue richieste del rivale dimostrando di voler a tutti i costi accettare la sfida, ma questa volta le cose andarono diversamente. l’Unione Sovietica aveva bisogno che il titolo, dopo decenni di assoluto dominio, tornasse in mani sovietiche e puntò tutto sul giovane talento in costante ascesa. Anche la FIDE, alla fine, fu costretta a rassegnarsi e a consegnare allo sfidante l’ambito trofeo con una vittoria a tavolino.
“Mi sentivo come un bambino a cui era stato promesso un giocattolo meraviglioso e che, all’ultimo momento, gli era stato tolto”, dirà anni dopo il nuovo campione del mondo. La risposta di Karpov è l’unica che conosce: vincere e dimostrare di meritare la corona mondiale. Ci riuscirà, ma ciò non basterà per accaparrarsi le simpatie del popolo degli scacchisti di tutto il mondo. Partecipa a ogni grande torneo e li vince quasi tutti, dimostrando di essere il giocatore più forte del pianeta.
Ricordiamo i più clamorosi successi del neo campione mondiale. Karpov vinse il Campionato Sovietico del 1976 a Mosca con 9 vittorie e 7 pareggi (il secondo classificato, Mikhail Tal fu staccato di 2 punti), segnando il suo primo titolo nazionale da campione del mondo. Nel 1977 trionfò a Tilburg (12.5 su 14) e Las Palmas (12 su 15). Tra il 1978 e il 1980 dominò Tilburg (1979 e 1980), Montreal (1979, 11 su 13) e Bad Kissingen (1980) dominando in un super torneo a 5 giocatori (secondo con distacco si classificò l’ex campione del mondo Boris Spassky).
Ma la macchia originaria non si cancella. Sarà il campione della FIDE, il campione dell’establishment. Mai l’eroe da ammirare e imitare. Acclamato e osannato in patria (non si contano i riconoscimenti pubblici ha ricevuto nel corso degli anni), rispettato ma non amato all’estero.
Timido e gracile nel fisico, nella vita privata viene descritto dalla sua seconda moglie Natalia (in un’intervista del 2001) come un uomo socievole, un buon compagno e ottimo padre di famiglia. Prudente e metodico anche in amore. Natalia racconta che si conobbero nel febbraio 1983. Un mese dopo la invitò a uscire, ma “l’amore venne in seguito, attraverso una lunga frequentazione. Nessun colpo di fulmine.” Si può affermare scherzosamente che anche nelle relazioni sentimentali Karpov non azzardava mai, ma procedeva migliorando lentamente mossa dopo mossa.
Natalia racconta che hanno in comune la passione del ballo (in particolare quelli latino-americani). Karpov ha confessato, in numerose interviste, di avere un’infinità hobby e di essere un gran collezionista: dai francobolli (ne possiede anche di rari e preziosi), ai quadri, dai libri di ogni genere alle… scatole di fiammiferi. Ama inoltre il biliardo e soprattutto i giochi con le carte.
Baguio: il teatro dell’assurdo
Se il forfait di Fischer ha compromesso la legittimità di Karpov, il match contro Viktor Korčnoj, lo sfidante ufficiale, a Baguio City, Filippine, nel 1978, ne ha deteriorato l’immagine.
Korčnoj aveva abbandonato l’URSS due anni prima come profugo e contestatore. Non era solo una sfida scacchistica: era un confronto ideologico tra il lealista sovietico e il dissidente. E si trasformò in un circo mediatico che oscurò completamente il gioco.
La delegazione di Karpov organizzata dalla federazione sovietica era impressionante: un team stellare a sua disposizione tra allenatori, analizzatori, medici, e altre figure decisamente meno rassicuranti come il colonnello KGB Viktor Davidovich Baturinsky e il dottor Vladimir Zukhar.
Korčnoj era convinto che i sovietici stessero tentando non solo di imbrogliare, ma addirittura di ucciderlo. Iniziò a indossare occhiali a specchio per proteggersi da quelli che definiva “attacchi ipnotici” di Zukhar, che identificò come un parapsicologo del KGB capace di lanciare “raggi mentali” sulla scacchiera.
Il team di Karpov, a sua volta, chiese che la sedia di Korčnoj fosse smantellata e radiografata, sospettando contenesse dispositivi proibiti.
Ma l’episodio più assurdo che ha visto protagonista Karpov fu definito la “guerra dello yogurt”. Il team di Korčnoj protestò formalmente perché un vasetto di yogurt ai mirtilli veniva consegnato a Karpov durante le partite. L’accusa sosteneva che il colore o l’orario della consegna potessero rappresentare un segnale in codice per suggerire strategie sulla scacchiera. Gli arbitri presero sul serio la denuncia e regolamentarono la consegna degli alimenti per il resto del match.
Karpov vinse 6-5 (con ventuno patte). Era oggettivamente il giocatore più forte. Ma il pubblico occidentale aveva già scelto: Korčnoj, l’eccentrico dissidente che combatteva da solo contro la macchina sovietica, era l’eroe. Karpov era il campione dell’establishment sostenuto dal KGB.
Nel 1981, a Merano, la rivincita fu ancora più drammatica sul piano umano. Korčnoj arrivò al match emotivamente devastato: da cinque anni combatteva per far uscire dall’Unione Sovietica la moglie Bella e il figlio Igor, trattenuti come ostaggi dal regime. La campagna internazionale per la loro liberazione lo aveva consumato. Karpov vinse 6-2 in diciotto partite, un risultato talmente netto che qualcuno parlò di “massacro di Merano”. Ma l’opinione generale lo considerò come l’ennesima vittoria dell’apparato sovietico sull’individuo.
Il crollo drammatico
Il primo match nel 1984 a Mosca contro Garry Kasparov, all’epoca ventunenne, era iniziato bene per lui e sembrava dover consacrare definitivamente il più esperto campione nel pieno della maturità scacchistica. Invece divenne il suo incubo.
Il formato prevedeva che vincesse il primo giocatore a conquistare sei vittorie. Karpov partì benissimo: 4-0 dopo nove partite, 5-0 dopo la ventisettesima. Sembrava una formalità. Ma Kasparov fece tesoro di quella prima parte del match e cambiò repentinamente strategia: non più attacchi con un gioco rischioso, ma una sorta di catenaccio scacchistico teso a logorare l’avversario e a dimostrargli che di fronte a un muro difensivo egli avrebbe ceduto. Incredibilmente, la strategia ebbe successo. Chiunque altro sul 5 a 0 si sarebbe arreso, ma il futuro campione del mondo mostrò una tenacia e una determinazione senza uguali e trasformò il match in una maratona di cinque mesi e cinque giorni.
Karpov non riusciva a chiudere, vennero fuori dei limiti psicofisici già evidenziati durante il match contro Korkcnoj a Baguio del 1978. Diciassette patte consecutive stabilirono un record. Ventuno tentativi falliti di conquistare la sesta vittoria. La pressione fisica e psicologica era devastante: Karpov in quel match perse circa dieci chili. Quando Kasparov vinse la quarantasettesima e la quarantottesima partita riducendo lo svantaggio a 5-3, si temette il collasso completo del campione in carica.
Il 15 febbraio 1985, il presidente della FIDE Florencio Campomanes interruppe unilateralmente l’incontro. Sostenne che il fine era quello di tutelare la salute dei giocatori. Il match fu dichiarato concluso senza vincitore e doveva essere rigiocato da zero.
Fu uno degli episodi più controversi nella storia degli scacchi. Sebbene Karpov stesso avesse espresso il desiderio di continuare, (anche se molti all’epoca non credettero alla sua buona fede) l’intervento arrivò proprio mentre Kasparov stava rimontando in modo apparentemente inarrestabile. La percezione fu unanime: l’establishment aveva salvato Karpov da una sconfitta clamorosa, negando a Kasparov la possibilità di completare la rimonta.
Karpov perse il titolo nel match di rivincita del 1985. Si giocò con il formato tradizionale delle 24 partite, Karpov lottò con tutte le sue forze, ma Kasparov vinse con pieno merito con il punteggio di 13 a 11. Seguirono altri tre match (1986, 1987, 1990), tutti molto combattuti, decisi nelle ultime partite. Karpov non riuscì mai a riconquistare il titolo. In cinque sfide consecutive per il campionato del mondo contro Kasparov, ne uscì sempre sconfitto benché abbia dato filo da torcere in ogni incontro all’eterno rivale.
Il campione dell’era della scissione
Nel 1993, quando Kasparov e Nigel Short ruppero con la FIDE per fondare la Professional Chess Association, l’organizzazione reagì squalificando Kasparov e dichiarando Karpov nuovamente Campione del Mondo FIDE. Ancora una volta, divenne beneficiario di una decisione burocratica.
Tra il 1993 e il 1999 Karpov difese il titolo FIDE più volte. Sconfisse Jan Timman nel 1993, Gata Kamsky nel 1996 e Viswanathan Anand nel 1998.
La sfida per il titolo del 1998, contro Anand a Losanna, segnò l’apice delle polemiche. La FIDE introdusse un torneo a eliminazione diretta di cento giocatori per designare lo sfidante. Anand dovette superare questo percorso estenuante per arrivare alla finale. Karpov, come campione in carica, godeva del privilegio di aspettare, fresco e ben preparato alla sfida. Molti giocatori boicottarono il formato, considerato uno dei più ingiusti nella storia degli scacchi.
Karpov vinse. Ma era davvero ancora il vero campione? Kasparov espresse un giudizio pesante come un macigno: “Karpov è diventato campione del mondo sul piano giuridico, ma agli occhi di quasi tutti i giocatori non lo è di fatto… Attualmente Anand, e non lo penso solo io, è più forte di Karpov e molto probabilmente avrebbe vinto se le condizioni fossero state uguali.”
L’uomo del regime
A differenza di Kasparov, divenuto un dissidente e un oppositore del regime russo, Karpov ha mantenuto una lealtà incrollabile al potere. Nel 2011 è diventato membro della Duma di Stato per il partito Russia Unita.
Nel 2010 aveva tentato di candidarsi alla presidenza della FIDE, ricevendo il sostegno inaspettato di Kasparov e Magnus Carlsen. Il Cremlino intervenne per annullare la sua nomina e sostenne invece il presidente uscente, Kirsan Ilyumzhinov. Karpov perse con un margine significativo (95-55). Il suo team parlò di complotto e corruzione ai suoi danni.
Invece di iniziare una battaglia di opposizione al sistema, Karpov scelse di obbedire. Meno di un anno dopo, accettò un seggio alla Duma per Russia Unita. Aveva perso contro il sistema, ma il sistema seppe ricompensare la sua fedeltà. Di recente ha votato per il riconoscimento dell’indipendenza di Donetsk e Luhansk, ed è stato personalmente incluso nelle successive sanzioni internazionali.
L’eredità controversa
Karpov, a differenza di altri campioni del mondo, non ha lasciato il segno come teorico e divulgatore. La sua concezione delle aperture, a differenza di Kasparov, è sempre stata molto pragmatica, basata (similmente a Petrosian e Capablanca) più sull’intuito che sullo studio analitico e maniacale tipico di Kasparov o di Fischer. Anche come autore scacchistico, Karpov, pur avendo pubblicato diversi volumi, non ha mai avuto grande successo, forse anche a causa di una certa aridità tecnica nell’esposizione. Il paragone con Kasparov, Botvinnik o Tal, sotto questo aspetto, è improponibile.
Kasparov, nel suo monumentale “I miei grandi predecessori” (in cui dedica al vecchio rivale quasi una “monografia” di 300 pagine con una raccolta delle sue più belle partite, ad esclusione dei loro scontri diretti) ha riconosciuto la tempra e il valore di Karpov, la sua capacità di resistenza psicologica, la perfezione tecnica che ha elevato ad arte il gioco posizionale. Ma ha anche scritto della sua incapacità di essere un leader, di ispirare, di rappresentare qualcosa che andasse oltre il successo e la vittoria.
Karpov non è mai stato un ribelle imprevedibile come Fischer, né l’artista romantico come Tal, né un crociato anti-establishment come Kasparov. Era ed è l’uomo del sistema. E il sistema lo ha protetto, sostenuto, poi tradito, e infine ricompensato.
La sua eredità è doppia: da un lato, è riconosciuto come uno dei massimi esponenti dell’arte scacchistica. Dall’altro, la sua storia è la testimonianza di come la geopolitica possa trasformare un genio sportivo in una figura la cui grandezza è sempre stata mediata e ostacolata dall’ininterrotta associazione con il potere.
Karpov ha vinto tutto nella sua lunga carriera. Ma non ha mai vinto la battaglia più difficile: quella per il cuore degli appassionati. È stato il campione perfetto che nessuno ha mai veramente amato.
Lo stesso Tal, giocatore agli antipodi come concezione scacchistica, in una delle ultime interviste, ne riconobbe l’ambizione e la ferrea volontà: “Il carattere di Karpov rispecchia il suo gioco: anche nella vita, come sulla scacchiera, è estremamente abile a perseguire i propri scopi. Anatolij mi ha sempre colpito per la sua capacità di difendersi fino all’ultima cartuccia. Si può ben affermare che i suoi punti forti sono quelli che mancano a me.”
Ma è Boris Spassky, l’ex campione del mondo sconfitto da Karpov nel 1974, a dare il giudizio più tagliente: “Karpov è un genio degli scacchi, ma sul piano ideologico è simile a Botvinnik. Ha sfruttato il sostegno del partito per raggiungere i propri scopi, e più tardi ha incominciato a giustificarsi, affermando che questi scopi erano nell’interesse dello Stato. Tuttavia, bisogna riconoscere che, come giocatore, è stato davvero grande.” Come dargli torto?
Ricordo che negli anni d’oro di Karpov (all’epoca ero un ragazzo che iniziava a partecipare a qualche torneo) ero affascinato dal suo stile posizionale e dal trattamento con il Bianco delle principali aperture, in particolare la Spagnola (che giocava anche col Nero con grande maestria) e la Siciliana. Karpov riusciva a spegnere sul nascere le velleità del Nero anche in varianti taglienti, come il Dragone e la Najdorf, adoperando linee solidissime che, in seguito ai suoi successi, tornarono di moda.
Karpov trovava sempre il modo di spegnere l’iniziativa dell’avversario limitando il suo controgioco e poi avanzava inesorabilmente, concretizzando la superiorità posizionale con profonde manovre o colpi tattici. Apriva indifferentemente con il pedone di Re o di Donna; con il Nero era uno specialista della Nimzoindiana e della Caro-Kann, difese che gli consentivano di raggiungere un equilibrio posizionale prima di assumere l’iniziativa. Ricordo che soltanto Kasparov riuscì in quegli anni a scardinare, spesso con brillanti sacrifici posizionali, i suoi sistemi solidissimi.
A differenza di Tigran Petrosian, altro grande giocatore posizionale, Karpov dopo aver raggiunto una certa superiorità, non attendeva l’errore dell’avversario, ma lo procurava con un gioco più attivo e dinamico a volte fin dalle prime fasi della partita.
Terminiamo con una delle più splendide vittorie di Karpov nel suo stile classico, profondo ed elegante
La partita fu giocata durante l’Olimpiade degli scacchi di Nizza nel 1974, contro Wolfgang Unzicker, forte G.M. tedesco. La mossa 24.Aa7!! (per bloccare l’iniziativa sul lato di Donna e preparare l’attacco sul Re Nero, poi ridotto praticamente in zugwang) mi è rimasta impressa nella memoria come una delle più brillanti e profonde manovre posizionali della storia degli scacchi.