La valigia di Varvara in dono a papa Leone: «Simbolo di libertà»
CASTELLAMONTE. Forse il 2025 non poteva chiudersi con un’immagine più potente: Varvara, la dodicenne fuggita da Berdyansk occupata per combattere un male invisibile, è stretta nell'abbraccio di papa Leone. Il 31 dicembre, la ragazzina ucraina, la mamma Iryna e il papà Dimitry sono stati ricevuti in udienza dal pontefice. Un incontro che ha trasformato una drammatica cronaca di guerra in un messaggio universale di pace.
Davanti al papa, Varvara non ha portato solo la sua malattia, ha regalato il suo trolley con il quale lei è scappata dal suo Paese. Il simbolo della sua fuga: si mette nella valigia, in fretta e furia, il necessario per sopravvivere e si lascia la propria casa. All'interno del trolley Varvara ha lasciato un simbolo di speranza: Vilna, una bambolina fatta di stoffa (anche di recupero) o di ritagli e di lana lavorata all’uncinetto. Vilna si traduce in libera e Varvara ha pregato che questo trolley contenesse la libertà dalla sua malattia e la libertà di 20mila bambini ucraini rapiti dai russi e che questi possano ritornare nelle loro case.
Papa Leone, visibilmente commosso da queste parole, ha abbracciato la giovane, che da mesi sta affrontando cicli di cure estenuanti in Italia.
Per i genitori di Varvara, quel momento ha rappresentato una speranza nel corso di un lungo pellegrinaggio nel dolore. Varvara viene da Berdyansk, città portuale sul Mar d’Azov, nel sud dell'Ucraina famosa per i centri di benessere con i bagni di fango e i trattamenti climatici. È stata una delle prime a cadere sotto l'occupazione. Per Varvara e la famiglia, la quotidianità è diventata improvvisamente una trappola. Ma a rendere la situazione insostenibile non è stata solo la presenza dei soldati o il suono costante delle sirene: è stata la diagnosi della malattia. In una città isolata e priva di forniture mediche adeguate, la malattia di Varvara era una condanna a morte certa. Iryna e Dimitry hanno dovuto compiere la scelta più difficile: abbandonare tutto ciò che restava della loro vita e portare la figlia verso la salvezza. Il viaggio è stato un incubo lucido: chilometri percorsi nel terrore, posti di blocco e la costante incertezza di riuscire a varcare il confine. «Ci siamo svegliati con dei rumori assordanti e nessuno credeva che fosse iniziata la guerra – raccontano i genitori di Varvara – e non capisci più cosa bisogna fare, perdi tutto in poco tempo e la tua vita non è più quella di prima».
Grazie al coraggio dell'associazione La Memoria Viva e soprattutto a Roberto Falletti, Varvara è approdata in Italia per permetterle di riprendere quelle cure interrotte dal conflitto. In Italia, non ha trovato solo medici e protocolli oncologici, ma una comunità che ha cercato di restituirle un briciolo di infanzia. Ora è in cura al Regina Margherita di Torino, dove l'attende un lungo percorso terapeutico. «Il popolo ucraino è un popolo ottimista, ma certo non possiamo avere una grande speranza. Adesso la nostra famiglia non guarda lontano e ogni giorno per noi è una nuova vita – concludono Iryna e Dimitry – pensiamo soprattutto a Varvara. Confidiamo molto nel lavoro dei medici che ci seguono. Questa è la speranza che ci fa andare avanti soprattutto grazie all'accoglienza che abbiamo ricevuto in Italia. Ci sentiamo tranquilli e sentiamo vicine molte persone. L'accoglienza ci ha fatto in qualche modo rinascere». Al papa è stata consegnata anche una lettera di ringraziamento del sindaco di Castellamonte Pasquale Mazza.
L'incontro del 31 dicembre segna uno spartiacque. Per Varvara inizia un 2026 di sfide cliniche, ma con la consapevolezza di non essere un numero in una statistica di profughi. Dietro di lei c'è il coraggio di una famiglia, la dedizione dei volontari, l'eccellenza medica di Ivrea e di Torino e, da mercoledì, la preghiera di un papa che ha chiesto al mondo di non dimenticare «il martirio di chi soffre in silenzio».