Fra la dottrina Donroe e la crisi del multilateralismo l’Europa esca dalla modalità “bella addormentata”
L’ultimo scossone di Donald Trump, l’arresto di Nicolas Maduro – presidente-dittatore del Venezuela e colonna occidentale dell’asse Cina-Iran-Russia – è giunto come un bombone di inizio anno ad “infastidire” il lungo letargo delle gerarchie politiche europee e di certi governi partner dell’Italia. Parliamo del sonno di tanti che non intendono prendere atto del grande movimento che sta attraversando il mondo: il ritorno degli imperi. Un moto della storia rispetto al quale continuare a sventolare esclusivamente il vessillo del multilateralismo, senza assumere alcuna postura operativa complementare, rappresenta al massimo un esorcismo. Un atto di scaramanzia nel tumulto della secolarizzazione.
Le vicende di questi ultimi anni, infatti, non si manifestano come epifanie del male o entità birichine che invadono la vita dei popoli: piuttosto sono frutto di processi estremamente concreti e radicati. Ciò che è avvenuto a Caracas ad esempio, con il blitz che ha smantellato la leadership del dittatore e successore di Chavez, non è nient’altro che l’applicazione di quella nuova Strategia di sicurezza nazionale che non è rimasta un’enunciazione dogmatica o un divertissment di qualche ultrà Maga ma si sta traducendo in una “dottrina Donroe” ricamata a misura con gli obiettivi esistenziali di Donald Trump. In estrema sintesi: un’America che ridefinisce ed esaurisce nuovamente entro il proprio emisfero di valore e valori la missione della politica estera. Dunque nessun agente “esterno” ed estraneo è tollerato alle porte degli Usa.
A turbare i dormienti del Vecchio continente, ancora più e ancora prima delle risposte sul campo della dottrina Trump, è stato però il “che ne sarà di noi?”. È stata questa, infatti, la reazione all’analisi corrosiva dello stato delle istituzioni europee da parte del documento della Casa Bianca: quella riguardante il «declino economico» europeo «eclissato dalla prospettiva, ancor più grave, di un oblio civile». Causato, come si legge nella nuova Strategia di sicurezza nazionale, dall’attività dell’Ue e di altri organismi sovranazionali «che minano la libertà politica e la sovranità» e da politiche migratorie «che stanno trasformando il continente generando tensioni, censura della libertà di parola e repressione dell’opposizione politica». A tutto ciò si aggiunge «il crollo dei tassi di natalità, la perdita delle identità nazionali e di fiducia in sé stessi». Con le conclusioni secondo cui, se le tendenze continueranno così, l’Europa «sarà irriconoscibile in 20 anni o meno».
Davanti a questa diagnosi impietosa la reazione dell’establishment europeo è stata lo smarrimento, l’ansia di chi teme la rimozione di uno degli agenti (e che agente) del vincolo esterno. Già: a una porzione significativa di classe dirigente europea la possibilità/necessità di potersi/doversi in qualche modo autodeterminare viene vissuta come una maledizione del destino portata da Trump. Altro che occasione per emanciparsi. Ma cosa sono stati ottant’anni di protettorato americano dell’Europa? In effetti, fino alla tenuta strategica della logica di Yalta, l’Europa occidentale era così integrata nell’orizzonte americano da rappresentare la “frontiera” da difendere contro il regime sovietico. Conclusa la guerra fredda – e con questa gli investimenti copiosi – il Sole americano sul Vecchio continente ha iniziato ad eclissarsi.
Il risultato? Totale sbandamento della politica comunitaria, incapace di decrittare un ordine mondiale diventato via via, per i critici come per i sostenitori, sempre più disordinato: aggravato dall’apertura alla Cina nel Wto, dall’eterogenesi dei fini delle rivoluzioni arancione, dall’avanzata nichilista della cultura woke. Un quadro nel quale l’Ue, coltivando l’illusione di godere dell’apporto americano come diritto acquisito, affidando la guida politica agli egoismi dell’asse francotedesco e l’appalto istituzionale alla tecno-struttura di Bruxelles, ha pensato esclusivamente a strutturarsi come un gigantesco apparato economico-burocratico credendo di poter crescere senza produzione, annichilendo le eccezionalità nazionali ma soprattutto senza alcuna proiezione sui grandi dossier del globo.
Il resto è cronaca degli ultimi anni: avanzata tecnologico-industriale degli ex Paesi emergenti, sfida cinese al primato economico americano, ritorno (violento) sulla scena dello spazio vitale per i russi, corsa mondiale alle fonti di energia. Una fase di post-globalizzazione, in cui l’Europa non è più al centro dell’agenda Usa, è terreno di conquista per i competitor di Pechino e fanalino di coda nella competizione tecnologica. Di fatto quasi tutte le partite, di certo le principali, si stanno giocando sopra la testa degli europei.
Davanti a un quadro del genere gli euro-fanatici si affannano, appunto, a perseverare nell’errore, a chiedere «più Europa»: senza uno straccio di idea che non sia insistere sulla tautologia del proprio formalismo. Gli euro-realisti invece, Giorgia Meloni in primis, prendono atto di questo sommovimento mondiale lavorando sui fondamentali momenti di sintesi con gli Usa e, allo stesso tempo, sulle articolazioni necessarie per creare una vera soggettività europea: difesa dei confini esterni e ruolo nella difesa europea, piano energetico, rilancio industriale, competitività, tutela del mercato interno. Senza dimenticare la riflessione, profonda e attiva, sulle proprie radici.
Sono le risposte, esplicite e non certo estemporanee, alle stesse sollecitazioni di Donald Trump e di J.D. Vance che dagli Stati europei si aspettano quella rigenerazione capace di invertire il declino. Ma ancora di più sono le chiavi per riconquistare un posto e un ruolo al tavolo delle potenze mondiali e mettere un po’ d’ordine e diritto nella tempesta: proprio come sta avvenendo per l’Ucraina. Con l’augurio che lo stesso possa avvenire per il Venezuela. Quel “che ne sarà di noi” dipenderà anche, se non soprattutto, da questo: da noi stessi.
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