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La cattura di Maduro non chiude il capitolo della dittatura venezuelana, ma ne apre uno più fragile e complesso

La rimozione di Nicolás Maduro dalla scena politica venezuelana non ha prodotto l’apertura immediata di una transizione democratica, né il trasferimento automatico del potere verso l’opposizione eletta nel 2024. Al contrario, ha inaugurato una fase di sospensione istituzionale nella quale la legittimità politica è stata momentaneamente subordinata alla gestione del rischio, alla continuità operativa dello Stato e alla stabilizzazione coercitiva del territorio. È in questo spazio intermedio, più che in una logica di successione costituzionale, che va letta la permanenza di Delcy Rodríguez al vertice del potere esecutivo e, allo stesso tempo, l’assenza di Maria Corina Machado dal perimetro decisionale immediato.

L’errore più diffuso nell’analisi pubblica del momento venezuelano consiste nel presupporre che la caduta di un regime produca necessariamente l’ascesa dei suoi avversari democratici. Nella pratica delle transizioni contemporanee, soprattutto in contesti caratterizzati da un’elevata militarizzazione del potere e da una profonda penetrazione di economie criminali come in questa transizione, prima della rappresentanza viene il controllo, prima della legittimazione viene la neutralizzazione del conflitto, prima delle urne è imperante la gestione del caos.

In questa fase, Delcy Rodríguez non rappresenta una soluzione politica ma una funzione sistemica e negoziatrice, visto che la sua permanenza risponde a criteri di utilità piuttosto che di consenso. Garantisce continuità amministrativa in settori strategici come i ministeri chiave, la compagnia petrolifera statale Pdvsa, il sistema portuale e bancario e consente un canale operativo con i centri del potere coercitivo, in particolare le forze armate guidate da Vladimir Padrino López e le strutture parastatali riconducibili a Diosdado Cabello. Rodríguez non esercita un’autorità sovrana piena: consente agli Usa di interagire con uno Stato ancora funzionante, evitando un collasso immediato.

Maria Corina Machado, al contrario, incarna una legittimità di natura politica e morale che, però, non ha peso su apparati armati, non dispone di leve logistiche, non può garantire la neutralizzazione immediata dei fattori di violenza residua. In una transizione governata dalla logica della sicurezza, questi elementi pesano più del consenso elettorale e del riconoscimento internazionale. La sua esclusione non va dunque letta come una marginalizzazione definitiva, ma come una sospensione tattica. Inserirla ora significherebbe irrigidire il confronto con i residui del chavismo duro, per i quali Machado rappresenta una minaccia esistenziale, compromettendo qualsiasi possibilità di riorganizzazione controllata del potere. Anche la posizione di Edmundo González Urrutia, il presidente eletto nel 2024 e ora in esilio in Spagna, va compreso in questa chiave. Non è un operatore di stabilizzazione, ma un referente di legittimazione futura.

Vi è poi la dimensione energetica, il vero punto di frizione della fase venezuelana attuale perché, a fronte di una retorica statunitense fortemente incentrata sul petrolio e quasi priva di riferimenti democratici, le grandi compagnie del settore mantengono un atteggiamento di estrema cautela. Le major petrolifere operano su orizzonti di lungo periodo incompatibili con contesti di sovranità contestata, instabilità normativa e titolarità degli asset potenzialmente impugnabile. Rifuggono concessioni firmate in una fase percepita come coercitiva, in un Paese che ha inoltre innumerevoli accordi e impegni finanziari preesistenti con Cina e Russia, che rendono il sottosuolo venezuelano oggetto di contese legali e geopolitiche di lungo corso. Infine, la natura del greggio pesante e il grave degrado delle infrastrutture impongono costi iniziali elevatissimi. In assenza di un quadro giuridico riconosciuto a livello internazionale, il petrolio venezuelano resta più un rischio che un’opportunità.

Il Venezuela ci dice inoltre che non siamo più in una fase internazionale regolata prevalentemente da norme condivise, ma in uno scenario caratterizzato da relazioni di forza, minacce, logiche predatorie e delimitazione di sfere di influenza politica, economica e militare. L’azione statunitense non si configura più con la maschera dell’esportazione di democrazia, ma come esercizio palese di potere, nel quale strumenti giudiziari, operazioni simboliche e immagini di umiliazione pubblica diventano dispositivi di dominio e propaganda.

La cattura/sequestro di Maduro, lungi dal chiudere il capitolo della dittatura venezuelana, ne apre uno più fragile e complesso. Il problema centrale non è più la caduta di un regime violento, sanguinario e repressivo, ma la legittimità del processo che dovrebbe sostituirlo. Il Venezuela dispone di una leadership eletta e di una figura politica che ha incarnato la resistenza democratica per anni, sacrificando tutto. Qualsiasi transizione che la sospenda indefinitamente in nome della stabilità (e degli interessi economici statunitensi) rischia di trasformarsi in un nuovo abuso, questa volta giustificato dal linguaggio dell’ordine.

In questa partita a scacchi rimangono intrappolati i venezuelani e le venezuelane, che incarnano come nessuno la parola resilienza. Un “Bravo Pueblo” protagonista suo malgrado di un esodo, con una diaspora che supera abbondantemente le 8 milioni di persone, o schiacciato da una lotta per la sopravvivenza quotidiana in una terra che è difficile dover abbandonare. Persone che non hanno bisogno di essere riempite dalla nostra retorica infantilizzante e che sono colpevoli solo di essere nate in uno dei luoghi più ricchi (e belli) del mondo. La storia delle transizioni insegna che il potere non ritorna automaticamente ai cittadini. È una scelta politica che in Venezuela non è stata ancora compiuta.

E quando si voterà a decidere saranno i venezuelani, quindi smettiamola di pretendere di vivere le rivoluzioni altrui dalla comodità e dal benessere di Milano, Roma o Madrid. Ascoltiamo, invece, chi quelle fratture le ha attraversate e sofferte sulla propria pelle: con umiltà, empatia e un minimo di onestà intellettuale. E ricordiamoci che, talvolta, saper tacere è una forma di intelligenza.

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