Nicola Ardenghi, botanico “Sherlock Holmes” che indaga la vita delle piante
Pavia. A Nicola Ardenghi non sfugge nemmeno il più esile filo d’erba che sbuca timido tra i sassi. Come un segugio, dal 2016, il curatore dell’Orto Botanico dell’Università di Pavia setaccia in lungo e in largo la provincia, dalla pianura alle colline, per identificare tutte le specie di piante vascolari che crescono spontaneamente sul territorio. Era dal 1847 che mancava un quadro dettagliato delle conoscenze floristiche in provincia di Pavia: l’ultimo – riguardante solo il centro storico di Pavia – risaliva invece al 1990. Ora – grazie a ricerche meticolose, compiute sul campo e consultando in modo critico erbari del ’700-800 e oltre 300 fonti bibliografiche – Nicola Maria Giuseppe Ardenghi ha completato un’opera monumentale (quanto anche a impegno e a chilometri percorsi) censendo 2334 piante spontanee presenti in provincia di Pavia (il 54% della Lombardia), di cui 1047 solo nel capoluogo. Un’indagine unica, pubblicata sugli Annali del Museo Civico di Rovereto. E che , in futuro, potrebbe anche diventare un prezioso manuale. Una passione nata tra i banchi dell’Università. «Nel 2008, da studente, ho cominciato a censire la flora spontanea, partendo dall’ultimo studio di Lorenzo Rota pubblicato nel 1847».
In quasi due secoli quanti cambiamenti ha notato?
«Moltissimi, perché sono cambiati gli ambienti e il clima. Alcune specie sono scomparse del tutto, altre non autoctone si sono imposte».
Citiamo qualche illustre scomparsa.
«La Aldrovanda Vesiculosa, pianta carnivora che cresceva in pianura dove erano presenti torbiere e paludi, poi bonificate per fare le risaie. Sono sparite anche alcune piante che popolavano le sorgenti salate ai pidi delle colline, a Salice, Miradolo e Mezzanino. Complice anche la costruzione di stabilimenti termali, le comunità di piante alofile sono sparite. Questi luoghi erano il rifugio di specie oggi estinte a livello nazionale o locale, come le orchidee Dactylorhiza incarnata, Liparis loeselii e Spiranthes aestivalis e la salicornia europea (Salicornia perennans). Un’altra scomparsa è la Marsilea quadrifoglia, una felce acquatica che le mondine strappavano e che è sparita negli anni Cinquanta. Pulendo le sponde dei canali si è molto impoverita la biodiversità. Delle 2334 censite nell’800 comunque ben 300 sono sparite».
In compenso sono arrivate le piante aliene.
«Più di 400 in 2 secoli. Ho censito anche 23 nuove specie aliene arrivate nei modi più disparati, dopo un viaggio in aereo, attaccate alle valigie, o dai porta innesti delle viti “scappati” dai vigneti».
Scappati?
«Basta il vento, un insetto e il gioco è fatto. “Scappano” anche le piante ornamentali dai balconi e dai giardini. È il caso di piante autoctone in Italia ma alloctone a Pavia».
Ad esempio?
«L’ombelico di Venere, tipica pianta grassa mediterranea, del Sud, che adesso cresce anche sui tetti e i marciapiedi. L’ho trovata qui, in centro storico, la prima volta nel 2009. Così come non mi sarei mai aspettato di trovare sul monte Penice l’<CF1002>Ambrosia Artemisiifolia</CF>. Dal nostro Orto Botanico è quasi certamente scappata la <CF1002>Lonicera Maackii</CF>, una specie ornamentale proveniente dall’Asia. L’ho trovata in via Paolo Frisi, dietro alle Mura Spagnole, incastrata tra i mattoni. Produce piccoli frutti rossi e viene veicolata dagli uccelli».
Nei campi è sempre meno frequente trovare camomilla, asparagina, ortica.
«In piazza del collegio Ghislieri ho trovato dell’Urtica Urens, dalle foglie piccole, seghettate e con aculei pungenti».
Pure il famigerato Tribulus è un alieno, viene dalle aree desrtiche?
«Macchè, è autoctono, censito già nel 1816 quando, si legge in un trattato, cresceva “intra urbis saxa”, tra le pietre. con l’innalzamento delle temperatura ora prolifera». —