C’è già una crepa nella nuova pista da bob di Cortina: ma i Signori delle Olimpiadi chiuderanno ancora gli occhi?
Che cos’è una piccola crepa nel cemento della muratura di un’opera lunga circa un chilometro e 700 metri, con 16 curve in discesa, incuneate in ciò che resta del bosco di Ronco, ai piedi delle Tofane? Un’inezia, un nulla, una semplice screpolatura, un cedimento della malta, un difetto senza conseguenze. Eppure da Cortina arrivano le immagini che documentano come a tre settimane dall’inizio delle Olimpiadi Invernali qualche pezzo si sia già staccato dal budello che verrà impiegato per bob, skeleton e slittino. Le mettiamo a corredo di questa riflessione, non come segni di un fallimento, ma perché sono la dimostrazione di come la pista sia una osservata speciale e come durante i Giochi l’attenzione sulla sua funzionalità sarà del tutto particolare.
Lo sarà per svariate ragioni. La pista è diventata il simbolo di una spesa molto rilevante, circa 125 milioni di euro, che diventano 131 milioni se si aggiunge una foresteria per atleti che verrà costruita ad Olimpiadi finite. È una struttura che viene messa al servizio di discipline decisamente minori, visto che la nuovissima “Eugenio Monti” – come ha annunciato a febbraio l’allora presidente del Cio, Thomas Bach – è l’ultima pista da bob che verrà costruita al mondo, visto che non c’è bisogno di altri impianti analoghi. Quelli esistenti sono sufficienti per soddisfare le esigenze dei pochi praticanti in attività.
È anche il frutto di uno sconcertante balletto degli organizzatori e della politica italiana che si sono rifiutati di praticare soluzioni alternative all’estero (ad esempio Innsbruck, in Austria), molto meno costose, che avrebbero lasciato intatto il territorio in un angolo incantato delle Dolomiti patrimonio dell’Unesco. Ha vinto lo sciovinismo nazionale, quasi si volesse dimostrare che gli italiani riescono a raggiungere gli obiettivi che si prefiggono, anche se per farlo hanno dovuto strappare al Cio una deroga di un anno sui tempi di consegna e ora si vantano di aver compiuto la missione in metà tempo rispetto ai cinesi di Pechino 2022.
Non sono le crepe sui muri esterni della “Eugenio Monti” a scandalizzare. Casomai lo è la pervicace, sistematica negazione di facciata che i Signori delle Olimpiadi continuano a contrapporre alle osservazioni critiche di chi si accorge e segnala ritardi, problemi ed errori. Non sono in molti a farlo, anche se si tratta di un’operazione informativa che dovrebbe essere scontata per una stampa che non voglia accettare supinamente la verità ufficiale. Ma è anche un contributo doveroso, visto che sia Fondazione Milano Cortina (il Comitato organizzatore che beneficia di finanziamenti pubblici per quasi 400 milioni di euro), che società Infrastrutture Milano Cortina (Simico, braccio operativo del ministero di Matteo Salvini), attingono (parzialmente nel primo caso, totalmente nel secondo) le loro risorse dalle tasche dei contribuenti italiani.
Lo scandalo non sono le crepe, sperando che rimangano soltanto tali, ma è chiudere gli occhi. Dire che non ci sono, che lo stato dell’arte è eccellente, che tutto sta andando a gonfie vele. Soltanto gli sciocchi o le persone in malafede, ormai, non si accorgono che i disastri veri non sono costituiti da un po’ di cemento che si stacca, ma da contraddizioni profonde, dai ritardi realizzativi (opere per 3 miliardi che saranno pronte solo dopo i Giochi), dai costi che si sono moltiplicati fino a dieci volte rispetto alle previsioni), dalle promesse non mantenute, dalla mancanza di una valutazione ambientale complessiva dell’impatto di Milano Cortina 2026 sui borghi di montagna. Continuare a negare che questa legacy olimpica negativa esista, che sia solo l’invenzione di qualche ambientalista in cerca di notorietà o di maliziose dietrologie, non rende giustizia alla verità.
La dimostrazione più clamorosa, se non bastasse, è sotto gli occhi di tutti. È il cantiere della cabinovia di Socrepes a Cortina, l’impianto di risalita che danzerà su una frana, ma che si sta costruendo in fretta e furia, solo per portare un pugno di spettatori in alta quota. Un eccesso progettuale e un’ossessione. Come se esistesse anche una medaglia d’oro dello scempio e del rischio da appuntarsi al petto.
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