“Le sanzioni disciplinari per i magistrati non esistono? Falso, sono cinque volte in più di quelle degli avvocati”
Un magistrato radiato dalla magistratura scelto come testimonial della separazione delle carriere? “Sicuramente è una scelta che genera qualche qualche perplessità. Una scelta che graverà – nel bene e nel male – sulla credibilità della diffusione delle ragioni del sì al referendum”. Con queste parole Giuseppe De Nozza, sostituto procuratore a Brindisi e presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Lecce, commenta l’intervento di Michele Nardi a favore della riforma di Carlo Nordio. Ex gip di Trani, Nardi è stato rimosso dall’ordine giudiziario per aver calunniato due colleghe e un avvocato, mentre è ancora sotto processo in Appello per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, dopo aver preso 16 anni e nove mesi in primo grado a Lecce. Come ha raccontato Il Fatto Quotidiano, questo curriculum non gli ha impedito di essere arruolato tra i relatori del convegno organizzato dal Comitato per il Sì a Roma.
Dottore De Nozza, che effetto le ha fatto vedere un ex magistrato radiato dall’ordine giudiziario tra i testimonial del Sì alla separazione delle carriere?
Sicuramente genera qualche perplessità. Ma si tratta di una scelta chiara che ha fatto il comitato del Sì, una scelta che graverà – nel bene e nel male – sul comitato del Sì e sulla sua credibilità come strumento di diffusione delle ragioni della separazione delle carriere.
A favore della riforma si è esposto pubblicamente il procuratore di Lecce, Giuseppe Cappoccia, che in un’intervista al Corriere ha accusato l’Anm di fare politica e di usare i soldi di tutti gli associati per la campagna del No. È così? Spendete i soldi anche dei magistrati che sono favorevoli alla separazione delle carriere?
Intanto mi lasci dire che l’Anm non fa politica, ci stiamo limitando semplicemente a svolgere un’opera di sensibilizzazione dei cittadini. Ci sarà un referendum al quale secondo noi bisogna votare No, dunque spieghiamo quelle che, sempre secondo noi, sono le controindicazioni di questa riforma. Lo stiamo facendo con assoluta autonomia e indipendenza.
Ma è vero che per questa campagna l’Anm spende i soldi anche dei magistrati che sono a favore della riforma?
Voglio sottolineare una cosa: l’Associazione nazionale magistrati non spende denaro pubblico. I fondi arivano delle trattenute sullo stipendio di quasi tutti i magistrati italiani, credo il 96%. Il 25 ottobre, in assemblea generale a Roma, la pressoché unanimità dei magistrati ha deliberato di usare quei soldi per una campagna di sensibilizzazione e di informazione dei cittadini sulle pesanti controindicazioni che, secondo noi, sono contenute in questa riforma. Non stiamo spendendo i soldi di altri, stiamo usando i nostri fondi dopo una decisione assunta pressoché all’unanimità.
Eppure, secondo il procuratore Cappoccia, i magistrati a favore della riforma sono in continuo aumento. Solo che molti preferiscono non esporsi: è così?
Io non so a chi faccia riferimento il procuratore, però nei dialoghi avuti con tantissimi colleghi la percezione che ho avuto è opposta: il fronte del no alla riforma è unito e compatto. Del resto i numeri ci raccontano questo: il 25 ottobre su 1296 persone presenti i voti contrari sono stati sei, quindi poco più dello o,1%.
Percentuali minime, simili a quelle delle condanne emesse dalla sezione disciplinare del Csm. È uno degli argomenti principali dei separatisti: le sanzioni disciplinari ai magistrati sono inesistenti.
Quest’affermazione è smentita dai dati: abbiamo più di 40 condanne l’anno per una percentuale dello 0,5% dei magistrati in servizio. Solo per fare un esempio, la disciplinare degli avvocati non arriva allo 0,1%. Quindi la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura funziona e anche bene.
Recentemente, durante la conferenza stampa d’inizio anno, Giorgia Meloni ha accusato l’Anm di scrivere menzogne nei manifesti affissi nelle stazioni. Si riferiva ai cartelli con scritto: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No”. In effetti nella riforma non si prevede di sottomettere i giudici alla politica.
Il senso di quei cartelli era chiaro: se dovesse vincere il Sì al referendum esiste il concreto rischio che, ancor prima e ancor più del pubblico ministero, possa essere il giudice a diventare meno autonomo e meno indipendente. Questo perché l’equilibrio del nuovo Csm sarebbe sbilanciato nei confronti della componente laica, eletta dalla politica con un sorteggio temperato, cioè estraendo i nomi da una lista preparata in precendenza. Mentre la componente togata sarebbe individuata puramente a sorte.
Il Consiglio dei ministri ha indicato la data del referendum nel 22-23 marzo, mentre la raccolta firme appoggiata dal Comitato per il No è ancora in corso. Perché il governo ha fretta, secondo lei?
Io non posso entrare nel merito del modo in cui il governo o il comitato promotore della petizione interpretano le nostre norme costituzionali e quelle di attuazione. Lo faranno loro e se ne assumeranno le responsabilità.
Nel frattempo i sondaggi raccontano di una vittoria abbastanza netta del fronte del Sì: siete preoccupati?
No, siamo convinti che la partita, tra virgolette, non sia ancora persa. Siamo fiduciosi che nel tempo a disposizione riusciremo a svolgere fino in fondo la nostra campagna di sensibilizzazione. Riusciremo a convincere la maggioranza degli italiani sul fatto che le nostre ragioni siano condivisibili: di questo siamo convinti.
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