La piazza per la libertà dell’Iran ci riguarda tutti, ma c’è chi preferisce indignarsi a giorni alterni
Quella di Milano non è stata una piazza di parte, ma una piazza di libertà. Una manifestazione aperta, dichiaratamente schierata contro il regime islamista degli ayatollah e a sostegno del popolo iraniano, che da settimane scende in strada pagando un prezzo altissimo. Dopo le rivolte partite il 28 dicembre, l’Iran è attraversato da una repressione brutale: arresti di massa, violenze, morti. Uomini e donne che chiedono libertà vengono messi a tacere con la forza. Eppure, proprio questa chiarezza di intenti ha reso più evidente un’assenza che pesa.
Un’assenza ancora più incomprensibile se si considera che, come ha ricordato anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, si trattava di un’iniziativa aperta ad ogni schieramento politico, un’occasione di unità in un momento in cui è fondamentale alzare la voce in difesa della libertà di un popolo oppresso. Un appello chiaro, pubblico, che evidentemente non tutti hanno voluto raccogliere.
In piazza c’erano le donne di Fratelli d’Italia, le ragazze di Gioventù Nazionale, c’erano esponenti della comunità iraniana, donne e uomini che portano sulla pelle e nella voce il prezzo della repressione. C’erano cittadini italiani che credono nei valori occidentali, nella libertà individuale, nella dignità della persona. Non c’erano, invece, coloro che si autoproclamano custodi esclusivi dei diritti: la sinistra e il femminismo radicale.
Non era una manifestazione “contro” qualcuno, ma “per” qualcuno. Eppure, davanti a questa realtà, chi di solito riempie le piazze ha scelto il silenzio. Questo silenzio non può essere liquidato come distrazione o mancanza di attenzione mediatica. È una scelta politica e culturale. Contestare oggi il regime iraniano significa schierarsi senza ambiguità dalla parte della libertà e dei valori occidentali. E una parte della sinistra, evidentemente, fatica a farlo. Preferisce indignarsi solo quando la causa è ideologicamente comoda, quando non costringe a prendere posizione contro sistemi che si presentano come “alternativi” all’Occidente.
Noi questo imbarazzo non lo abbiamo. Non crediamo nei diritti a intermittenza. Non scegliamo chi difendere in base alla convenienza politica. Continueremo a stare dalla parte di chi si batte per la libertà, dentro e fuori le istituzioni. Perché la libertà non ha confini geografici e non può essere selettiva. Evidentemente, per una certa sinistra, non tutte le battaglie meritano la stessa indignazione. Evidentemente esistono diritti utili a costruire una narrazione ideologica e altri che possono essere ignorati. È un doppio standard che ormai conosciamo bene. A Milano abbiamo dimostrato una cosa semplice ma fondamentale: la libertà non è di destra o di sinistra. Ma chi tace davanti alla repressione una parte l’ha già scelta. E non è la nostra.
*Deputata di FdI
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