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Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi granitici: così si colpevolizzano le vittime

Hanno quasi tutte lo sguardo luminoso e il sorriso aperto sul mondo, le donne che vengono assassinate da mariti, compagni, amanti. Così ci appaiono, nelle foto dove sorridono lasciandoci immaginare con amarezza quante aspettative avevano sulla propria vita. Volti nei quali leggiamo indizi di una ricerca di felicità, cancellata dalle azioni brutali e violente di uomini troppo occupati a lustrare il proprio ego per fare esperienza dell’amore.

Le vite delle donne sono ostaggio di un mondo che fatica a cambiare e che continua a pretendere da loro una libertà vigilata, un’autodeterminazione formale ma che nella sostanza sia aderente alle aspettative altrui. Una libertà che viene percepita da una buona parte della società come una minaccia oppure come una concessione che può essere revocata con la violenza. Il femminicidio persiste non solo a causa di uomini che uccidono perché non sanno amare – né le compagne né tantomeno i figli – ma anche a causa di una cultura che alimenta la violenza contro le donne perché la giustifica, la banalizza o la nega. Talvolta la estetizza, trasformandola nel dramma di uomini “disperati” per la scelta (scellerata?) della moglie di separarsi.

Da circa dodici anni, i giornalisti e le giornaliste seguono corsi di formazione sulla violenza maschile contro le donne ma la narrazione non è migliorata quanto dovrebbe. Resistono stereotipi granitici e, con essi, le narrazioni che colpevolizzano le vittime. Molte volte il messaggio sottinteso è chiaro: se quella donna non avesse scelto di separarsi, se non si fosse innamorata di un altro uomo, se avesse “rigato dritto” compiacendo le aspettative del marito, sarebbe ancora viva. In altre parole: se le donne chiedessero il permesso per le proprie scelte, se dicessero sempre sì, allora potrebbero vivere senza ritorsioni.

L’articolo sul caso di Federica Torzullo, pubblicato su la Repubblica di martedì a firma di Marco Carta e Giuseppe Scarpa, a tratti restituisce proprio questo tipo di lettura distorta del femminicidio di cui è accusato Claudio Carlomagno. La prima cosa che emerge dalla lettura dell’articolo è che l’ennesimo femminicidio non viene raccontato come un crimine inscritto in un fenomeno strutturale – che conta una donna uccisa ogni tre giorni – ma come un caso isolato.

Fin dal titolo, il movente del crimine non è il controllo e il dominio sulla vita di Federica Torzullo, ma ‘la separazione’. Ritorsione, vendetta, controllo sono i non detti che pesano in quell’articolo. Carta e Scarpa ricorrono anche alla captatio benevolentiae nei confronti dell’uomo accusato del crimine: “L’udienza davanti al giudice era già stata fissata e il venerdì successivo si sarebbe dovuta prendere una decisione definitiva anche sull’affidamento del figlio di dieci anni. Un bambino a cui Carlomagno si dedicava con cura e attenzione: lo andava a prendere a scuola e trascorreva molto tempo con lui”.

Claudio Carlomagno viene presentato come un “buon padre”, nonostante sia accusato di aver ucciso brutalmente – alcuni tg ieri denunciavano una violenza feroce – la madre di quel bambino, rendendolo orfano e sradicandolo dal suo mondo. Ora sulle spalle fragili di un bambino di dieci anni peserà un fardello che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo impegnerà in una lunga e dolorosa elaborazione.

Della vittima non si racconta quanto amasse il figlio o quante volte fosse andata a prenderlo da scuola. I due giornalisti non approfondiscono le ragioni che l’avrebbero portata a chiedere la separazione. Scrivono di una “lite violenta”. Eppure sappiamo che il femminicidio non è mai un fulmine a ciel sereno: la violenza come atto finale è sempre preceduta da violenze quotidiane esplicite o da manipolazioni che si concretizzano in mobbing familiare. Federica Torzullo non potrà più raccontare come fosse la sua vita con l’uomo da cui si voleva separare. Le donne sono uccise all’interno di relazioni sbilanciate, da uomini che non contemplano altro che i propri bisogni.

In più di un passaggio, nell’articolo si sottolinea come Carlomagno quella separazione “l’avesse subita” e come fosse stato costretto ad una “accettazione forzata del fallimento del matrimonio”. Sono parole dei giornalisti, non dichiarazioni dell’indagato. È un passaggio che, in modo sottile ma efficace, rovescia i ruoli, lui vittima e lei colpevole. Lei ‘forzava’, lui ‘subiva’ ma è morta lei. Risuona l’eco di una narrazione tossica che da anni viene portata avanti da alcune associazioni maschiliste, che demonizzano la separazione e descrivono le sentenze e gli accordi separativi come crimini: “i padri non vedono più i figli”, “alle donne vanno casa, auto, figli e denaro”, “gli uomini finiscono sotto un ponte”, ecc.

Una rappresentazione incommensurabilmente distante dalla realtà di tante donne separate che combattono ogni giorno contro la miseria o le difficoltà economiche. Condizioni determinate dall’aver lasciato il lavoro per occuparsi dei figli o perché gli assegni di mantenimento non sono sufficienti a garantire la spesa quotidiana e, spesso, sono ridotti arbitrariamente dall’ex marito. Padri che più che ostacolati nella relazione con i figli scompaiono, assorbiti da nuove relazioni; ma per le loro scelte non sono assassinati ogni tre giorni.

La libertà di una donna, lo sappiamo, è una minaccia al dominio dei violenti ma non può essere raccontata, ancora, nella cronaca adottando lo stesso punto di vista degli assassini.

Durante una formazione, anni fa, mi venne chiesto da un giornalista come si dovevano raccontare i femminicidi, gli risposi con una domanda: come racconterebbe un crimine di mafia?

L'articolo Anche nel racconto dei femminicidi sui giornali resistono stereotipi granitici: così si colpevolizzano le vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.

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