Pavia, omicidio Rocchelli: generale ucraino indagato, ma la procura archivia
PAVIA. Sulla morte di Andrea Rocchelli, il fotoreporter pavese ucciso a 30 anni il 24 maggio del 2014 in Ucraina mentre realizzava un reportage sulla situazione della popolazione civile nel Donbass, la procura di Pavia non ha mai smesso di indagare. Nemmeno dopo la sentenza di assoluzione, arrivata nel 2021, per l’unico imputato, Vitaly Markiv, il soldato italo-ucraino che faceva parte del plotone che sparò sul convoglio dei giornalisti (oltre a Rocchelli perse la vita anche l’amico e interprete Andrej Mironov). Dopo quel verdetto al centro dell’inchiesta per omicidio è finito un altro indagato: il generale ucraino che era a capo della divisione di cui faceva parte Markiv e che, secondo alcuni testimoni, avrebbe dato l’ordine di sparare sull’auto del tassista che trasportava i giornalisti. Ma le indagini sono finite in un vicolo cieco, perché l’ipotesi non avrebbe trovato riscontri in grado di far partire quantomeno un processo. Il magistrato Stefano Civardi, procurato aggiunto a Pavia, ha così chiesto l’archiviazione del procedimento. Il fascicolo è già arrivato nelle mani del giudice Luigi Riganti, che potrebbe essere chiamato a una valutazione lunga e approfondita se la famiglia di Rocchelli, come consentito dalla legge, dovesse opporsi alla richiesta di archiviazione.
Perché un’altra indagine
I legali della famiglia, Alessandra Ballerini e Laura Guercio, non hanno rilasciato dichiarazioni. Non sono nemmeno note, nel dettaglio, le motivazioni con cui la procura di Pavia, dopo mesi di indagini, ha ritenuto di chiedere l’archiviazione. Si sa, però, qual è stata la base di quest’inchiesta bis: la stessa sentenza con cui venne assolto Markiv, che pur concludendo per l’assenza di responsabilità da parte del soldato italo-ucraino (per l’esattezza quel verdetto sancì la mancanza di certezze che fosse stato proprio lui a dare l’ordine di sparare) aveva stabilito una responsabilità invece certa della Guardia Nazionale, l’esercito regolare ucraino. A uccidere i due giornalisti, infatti, fu un’arma precisa, una sorta di mortaio che sparava raffiche di colpi. Un armamento in dotazione solo alle truppe regolari dell’esercito ucraino.
Il verdetto del 2021
Lo stesso verdetto della Corte di Assise di Milano lo ribadiva, confermando le conclusioni a cui era già arrivata la Corte di Assise di Pavia (che aveva condannato Markiv), e cioè che a sparare sulla comitiva di giornalisti non furono i ribelli filorussi ma l’esercito regolare, sulla base di un «ordine illegittimamente dato dai comandanti – si legge nella sentenza – perché in violazione delle norme che mirano alla protezione dei civili, ed eseguito dai militari della Guardia Nazionale e dell’Esercito appostati sulla collina». Da qui l’inchiesta bis, che però, con la richiesta di archiviazione, potrebbe frenare le aspirazioni di giustizia dei familiari del fotoreporter. —