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La Memoria oggi secondo Claudio Vercelli: «Ai giovani si trasmetta la complessità della storia»

IVREA. Deportazioni di massa e stermini nella storia: adesione o indifferenza della pubblica opinione al dominio del terrore è il titolo dell’incontro-dibattito con lo storico Claudio Vercelli previsto per giovedì 29 all’Auditorium del Liceo Carlo Botta di Ivrea alle 18, a ingresso libero e gratuito. Organizzato dal Forum democratico del Canavese insieme al Liceo, a presentare l’incontro sarà il responsabile del Dipartimento di Storia e Filosofia Armando Minutola, mentre il Trio Equabile curerà un intermezzo musicale con musiche di Schumann.

Al centro ci sarà la discussione con Claudio Vercelli, storico che si occupa di storia del Novecento e di culture politiche e sociali. Ha insegnato all’Università Cattolica di Milano e ha svolto attività di ricerca all’Istituto di Studi storici Gaetano Salvemini e al Centro studi Piero Gobetti di Torino. Attualmente insegna Storia contemporanea e studi ebraici all’Università Wsus di Poznan, Polonia, e alla Scuola europea di Alta formazione Pareto di Lecco. Ha pubblicato nel 2025 Storia del conflitto israelo-palestinese, Neofascismi (2018); Il negazionismo. Storia di una menzogna (2013), mentre presto usciranno per Carocci Storia del sionismo e Metamorfosi d’Israele per Bollati Boringhieri. Gli abbiamo posto qualche domanda sul significato del Giorno della Memoria.

Come spiegare il Giorno della Memoria nel 2026? Come crede che si possa oggi parlare di Shoah in modo ancora efficace?

«In franchezza, credo che una lunga stagione culturale, quella che si è aperta con gli anni ’90, stia declinando. Si tratta dell’“età del testimone” e della testimonianza. Ossia quando, a distanza di tempo dai fatti, un buon numero di involontari protagonisti di quelle vicende iniziò a raccontare quanto gli era accaduto. Quel capitolo non è per nulla detto che si sia definitivamente concluso, tuttavia sconta sia una sorta di inflazione da comunicazioni (troppi richiami), i difetti di una politica istituzionale che ha voluto trasformare il ricordo in uno strumento di consenso civile attraverso i ritualismi di circostanza e le incertezze rispetto al tempo futuro delle generazioni odierne».

Si è forse sviluppato talvolta un senso di saturazione e persino di assuefazione nel pubblico? Lei è docente universitario di Storia dell'Ebraismo: qual è la risposta dei giovani al racconto e all'analisi di quei fatti storici?

«Nel contesto universitario la disponibilità all’attenzione in genere rimane. Anche se l’estrema politicizzazione e la mediaticità del conflitto israelo-palestinese hanno peso, in parte interferendo rispetto alla possibilità di fare un buon lavoro di analisi critica. A favore, invece, di posizioni militanti, che dovrebbero derivare, semmai, proprio dalla comprensione del viluppo storico che sta alla base di molteplici strozzature del presente. Dopo di che, ciò che semmai va evitata è la retorica dei buoni sentimenti. Ossia quella disposizione d’animo per la quale si ritiene di apprezzare persone e gruppi di individui in quanto vittime, salvo poi doversi ricredere nel momento in cui la loro condotta sia diversa da ciò che, in mente nostra, riteniamo dovrebbe invece essere o rimanere come tale. Nessuno è mai vittima totale. Così come nessun popolo o gruppo sociale è fatto solo di carnefici. Non per questo da ciò deriva il relativismo etico. Ai giovani va semmai trasmesso il senso della complessità della storia. Così come del nostro tempo».

Quando si sente il termine deportazione si pensa istintivamente a quella degli ebrei, mettendo in secondo piano per l’Italia quella dei deportati militari e politici, per non parlare delle deportazioni che troviamo nel corso della storia: quali possono essere le motivazioni?

«Usare la parola deportazione in maniera indiscriminata, acritica, ossia decontestualizzata storicamente (in quanto sinonimo esclusivo di annientamento fisico immediato), non ci aiuta a capire il Novecento e, con esso, il suo complicato lascito. Beninteso, non si tratta di relativizzare il dolore dei singoli. Ancora meno di stabilire delle scale di priorità etica: chi soffre non viene prima o dopo quelli che si accompagnano a lui. Anche se in altre situazioni e con esiti distinti. Si tratta, semmai, di capire come funzionasse, sul piano politico, militare e istituzionale la peculiare macchina di oppressione (e di sterminio, laddove essa operava) del nazi-fascismo. Che riguardava non solo l’intera Europa occupata ma anche, in prospettiva, quella parte di mondo che nelle intenzioni dei peggiori regimi totalitari avrebbe dovuto essere parte delle proprie annessioni territoriali, con la distruzione di massa di intere popolazioni».

Oggi è difficile parlare di tutto quanto riguarda gli ebrei a causa della situazione a Gaza e in Cisgiordania. Vede un cambiamento di atteggiamento verso il mondo ebraico in conseguenza delle ultime vicende politiche?

«Direi di sì: c’è un mutamento di sensibilità collettiva verso il mondo ebraico, che trova certo, dal 7 ottobre 2023, il suo più importante tornante ma che, nella indistinzione generalizzata tra ebrei della Diaspora, Stato d’Israele, suoi governi e così via si basa su presupposti che datano a molto prima. In altre parole: l’antisemitismo è tornato in auge. Si rilegittima, in un generale clima di esasperazione, in quanto rigetto non delle persone come tali bensì di una certa idea di esse, ritenendole parte di un gruppo di potere che si perpetua nel corso del tempo. Da questo passaggio tanto falso quanto problematico bisogna quindi ripartire. Poiché l’antisemitismo colpisce gli ebrei, ma soprattutto lacera le società nelle quali si manifesta».

In queste ultime settimane la parola deportazione è tornata a risuonare a causa delle azioni degli squadroni dell’Ice negli Usa: cosa pensa di quest’imbarbarimento della politica da parte del governo di quello che era uno dei baluardi di democrazia del mondo occidentale? E cosa pensa del proliferare di partiti che devono i loro risultati elettorali all’accentuare negli elettori la paura del diverso?

«Le considerazioni sarebbero molte. Rimandiamo solo ad alcune parole chiave. Senz’altro la prima è proprio imbarbarimento delle relazioni tra società civili e organismi di potere. Il secondo termine che userei è post-democrazia. Una parte crescente delle forze politiche, soprattutto quelle populiste e sovraniste, ritiene che si possa (e debba) governare senza ricorrere al sistema di garanzie contenuto nelle Costituzioni. C’è un buon seguito nell’elettorato, europeo e internazionale rispetto ad una prospettiva di tale genere. Un terzo elemento è apatia e stanchezza: la forza di chi intende prevaricare si basa spesso non sulle proprie risorse bensì sul disarmo progressivo di chi non intenda essere prevaricato. Si tratta, a ben guardare, di una situazione già vista nel Novecento. Con esiti disastrosi. Il tratto comune tra passato e presente è il senso di incertezza e di timore per il futuro a venire. Quando ciò si manifesta, allora il senso di “spiaggiamento”, di incertezza dei molti, agevola l’azione degli imprenditori politici della paura, ossia di coloro che sfruttano a proprio vantaggio le angosce che attraversano le società».

Parliamo di deportazione di italiani durante la Seconda guerra mondiale: perché però se ne è sempre parlato così poco? Perché, come gli ebrei reduci dai campi, molti di loro decisero di non raccontare?

«Le infinite storie delle innumerevoli vittime della violenza istituzionale, quella esercitata dai poteri vigenti, faticano sempre ad essere sia resocontate che, soprattutto, ascoltate e comprese. Per elaborare il senso (se di ciò si vuole parlare) dell’offesa subita sul proprio corpo occorre molto tempo. Poiché la testimonianza è, prima di tutto, umana e poi solo dopo, molto tempo dopo, civile e politica».

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