Alex Pretti ucciso dall’Ice, lo ricorda il cugino di Cuorgnè: «Buono, gentile e si dedicava agli altri»
CUORGNÈ. «Un doveroso tributo verso un giovane buono e sensibile barbaramente ucciso per aver cercato di proteggere una donna». Sergio Cavoretto, 71 anni, di Cuorgnè, commenta così le sue parole di ricordo del cugino Alex Pretti, l’infermiere di 37 anni ucciso a colpi di arma da fuoco da agenti della United States Border Patrol durante gli scontri a Minneapolis il 24 gennaio scorso mentre stava cercando di aiutare una donna presa di mira dall’Ice. Un album con le foto più importanti, un legame fatto di visite in Canavese e in Trentino, luoghi di origine della famiglia Pretti, il dolore condiviso per questa tragedia e una messa che verrà celebrata a Locana il 1° marzo: racchiude tutto ciò l’intervista a Sergio Cavoretto nella sua casa di Cuorgnè.
Come ha saputo quanto era accaduto al cugino Alex?
«Due mesi fa era morto lo zio di Alex e ne avevo parlato con un’amica di Locana che conosce la storia della nostra famiglia, legata ai Chiapusio e ai Giachino. Dopo aver visto alla tv quanto accaduto mi ha chiamato per sapere se si trattasse proprio di lui. Non c’erano dubbi, tutti gli elementi combaciavano: la città, il lavoro, la voglia di aiutare gli altri. Era Alex. Poi la conferma della sua famiglia. Alex si era sposato con Rachel nel 2021, ero anche stato invitato al matrimonio, ma c’era ancora la pandemia e non ero partito, poi due anni fa ha divorziato. Ho letto le parole dell’ex moglie, ricche di stima nonostante la separazione. Si è detto di lui che fosse armato e volesse colpire gli agenti, quindi l’hanno colpito con una decina di pallottole alla schiena, ma le immagini lo smentiscono e anche le parole di chi lo conosceva».
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Che cosa pensa di tutta questa situazione?
«È vergognosa. Il modo di fare di questi agenti mi riporta alla mente i racconti dei miei genitori, del 1929 e del 1932, che avevano vissuto la guerra e visto come agivano le SS in Italia. Inoltre, è stato ucciso un italoamericano, tra l’altro uno dei pochi della famiglia che non aveva chiesto la cittadinanza italiana. Tutta la famiglia tiene molto alle origini italiane: la sorella di mio nonno, per esempio, non ha mai voluto diventare cittadina americana, trasmettendo così il diritto di sangue ai figli. Alex non aveva richiesto la cittadinanza italiana, ma penso che se l’avesse fatto questa tragedia avrebbe avuto un peso ancora più grande, perché ad essere ucciso sarebbe stato un cittadino italiano. A quel punto anche Roma sarebbe dovuta intervenire per chiarire quanto sta capitando. Posso dire che oggi sono anche molto preoccupato per il resto della famiglia che vive negli Stati Uniti d’America».
Vi siete sentiti in questi giorni difficili?
«Sì, con i cugini, con cui ci sentiamo più volte ogni settimana, e il resto della famiglia. Al papà, Michael Pretti, ho scritto un messaggio: è un momento molto difficile, di grande dolore per lui, la moglie Susan e l’altra figlia, Micayla. Sono emozioni troppo complicate da gestire in questo momento. Intanto si attende di conoscere la data dei funerali: la salma di Alex ora si trova all’ospedale di Minneapolis in cui lavorava, dove prestava aiuto e assistenza ai veterani. Un lavoro adatto soltanto a chi è dotato di una particolare sensibilità».
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Come ricorda il cugino Alex?
«Un ragazzo gentile, sensibile, compassionevole, un giovane alto che aveva giocato a football americano durante la scuola. Amava anche lo sci e andare a camminare nei boschi. Era nato in Illinois e poi con la famiglia avevano vissuto nel Michigan e ancora prima nel Wisconsin. In Minnesota si era trasferito per studiare e lì aveva conosciuto sua moglie, poi aveva trovato lavoro all’ospedale cittadino, dove lavorava nel reparto di terapia intensiva dedicato ai veterani. Aveva scelto quel mestiere per dedicarsi agli altri e quel giorno, come sempre, stava facendo ciò per cui era portato, aiutare gli altri. Sapeva che poteva essere pericoloso aiutare quella donna in terra, ma l’ha fatto lo stesso. Voleva fare la differenza».
Quella della famiglia Pretti è una storia di immigrazione: quali sono i vostri legami?
«Dobbiamo tornare ai primi anni del Novecento, a Locana, di cui sono originari i rami della famiglia Giachino e Chiapusio. La sorella di mio nonno, Maria Anna Giachino (bisnonna di Alex), aveva sposato Antonio Chiapusio, con cui si era trasferita in America, poi, mentre aspettavano il primo figlio, lui morì. Lei si risposò con il fratello di lui, Domenico. Dalla loro unione nacquero quattro figli, tra cui Margaret, nonna di Alex. La famiglia Pretti, il cui cognome originario era Preti, proveniva invece dal Trentino. Margaret, che faceva la maestra d’asilo, conobbe il postino Henry Pretti e dal loro matrimonio sono nate Dianne, Jeanne e Michael, il papà di Alex. Negli anni siamo rimasti in contatto: quando ero piccolo ricordo che la bisnonna di Alex, Maria, scriveva a mio nonno, che era suo fratello. Dopo la morte di mio nonno i rapporti sono proseguiti con mia nonna e poi sono stato io a portare avanti il rapporto. Ho ancora tutte le lettere. Dopodiché abbiamo continuato a sentirci con i nipoti».
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Qual è il loro legame con il Canavese?
«Tengono alle loro origini e i cugini del Michigan sono venuti in visita più volte. Insieme siamo anche stati dai parenti del Trentino. Era il 2007 e qualche anno prima mi ero occupato io, grazie al mio lavoro in banca, di trovare quel ramo della famiglia. Poi eravamo andati a conoscerli. Anche con loro ci frequentiamo e mi capita di andare a trovarli a settembre, per la raccolta delle mele. I cugini di Alex sono venuti in Canavese l’ultima volta tre anni fa e, anche se il tempo non era dei migliori, sono voluti andare a Ceresole Reale e, da appassionati di vino, hanno voluto visitare anche Caluso. Sono molto attaccati a questo territorio, forse perché ne hanno tanto sentito parlare quando erano bambini e, non a caso, hanno scelto proprio Locana per chiedere la cittadinanza italiana. Sentono che il richiamo delle radici è forte e per loro è un orgoglio avere origini italiane. Ci sono due categorie di americani: quelli che vogliono sapere da dove vengono e quelli che non provano alcun interesse verso la loro storia. Loro fanno parte della prima».
L’intera famiglia, in attesa di salutare per l’ultima volta Alex Pretti, è in lutto. Lei come si sente?
«Sono rimasto frastornato per due giorni, poi ho iniziato a prendere coscienza di quanto accaduto. Mi addolora la brutalità di questa tragedia, gratuita, e soprattutto non avrei mai pensato che un membro della mia famiglia, anche se lontano, potesse essere ucciso in questo modo e da queste persone. Mi chiedo ancora come sia possibile. Ai parenti negli Usa e in Trentino ho fatto sapere che il 1° marzo farò dire una messa per Alex a Locana, è il minimo che possa fare da qui: vorrei che venisse detto che la messa è in suffragio di un giovane uomo barbaramente ucciso. Nei Paesi civili non accadono queste cose, dove avviene si tratta di giustizia sommaria. È inammissibile che il nome di una persona buona, onesta e altruista come Alex, un’anima gentile, sia stato infangato da terribili bugie. La sua famiglia vuole che si sappia la verità su di lui, un giovane la cui ultima azione prima di perdere la vita è stata quella di proteggere una donna».