Omicidio Saif Gheddafi, la procura libica apre un’inchiesta: “Ucciso a colpi d’arma da fuoco”
Saif al Islam Gheddafi, secondogenito 53enne del defunto leader libico Muammar Gheddafi, è stato assassinato ieri 3 febbraio da quattro uomini armati nella sua casa di Zintan. Il procuratore generale libico ha annunciato l’apertura di un’inchiesta e l’invio nella località di “di una squadra investigativa completa, per determinare le circostanze dell’assassinio”, ha riferito l’emittente televisiva Al Hadath. Gli inquirenti oggi hanno confermato la morte per ferite d’arma da fuoco. Ieri famigliari e collaboratori avevano denunciato il blitz armato di 4 sconosciuti. “Hanno fatto irruzione nella sua residenza dopo aver disattivato le telecamere di sorveglianza, per poi assassinarlo”, ha raccontato alla tv libica al-Ahrar il suo consigliere Abdullah Othman Abdurrahim. Zintan è teatro di scontri tra milizie armate. Marcel Ceccaldi – avvocato francese di Saif – ha rivelato all’agenzia Afp di aver appreso, circa 10 giorni fa da uno stretto collaboratore, “che c’erano problemi con la sua sicurezza”. Secondo al Arabiya gli autori dell’attentato sarebbero quattro persone: i colpi da fuoco sarebbero stati esplosi mentre Saif era nel giardino della sua abitazione, gli assassini sarebbero fuggiti subito dopo. Un possibile agguato nell’ambito di scontri armati tra milizie locali e milizie fedeli all’ex regime di Gheddafi che sarebbero poi proseguiti per diverse ore nel pomeriggio, nella zona desertica di al-Hamada e nei pressi di Zintan.
Le indagini sull’omicidio
Al momento non sono stati indicati né un movente né un numero di indagati e non sono stati forniti dettagli sulle circostanze dell’uccisione. Da notizie frammentarie trova conferma che Saif al Islam Gheddafi sarebbe stato ucciso nel giardino della sua casa di Zintan durante una sparatoria seguita all’irruzione di un commando di quattro uomini armati. Circostanze più simili ad una esecuzione che non a una morte accidentale durante scontri tra milizie, come sembrava in un primo momento.
La Procura e gli investigatori sono “a caccia di sospetti e prove”. Un’inchiesta preliminare è stata avviata “dopo la ricezione di una segnalazione formale sul decesso”. “Gli investigatori – aggiunge la Procura – sono stati autorizzati a raccogliere informazioni, effettuare sopralluoghi e ispezioni, sequestrare elementi utili, nominare periti e ascoltare testimoni o persone in grado di chiarire la dinamica”.
“Un team investigativo che include medici legali ed esperti in balistica, impronte digitali, tossicologia e altri ambiti tecnico scientifici, si è recata sul posto e ha proceduto all’esame del corpo. La verifica, aggiunge l’ufficio del procuratore generale, ha stabilito che la vittima è morta in seguito a ferite da arma da fuoco”. La procura precisa che la fase successiva delle indagini riguarderà “la ricerca e le analisi delle prove, l’identificazione dei sospetti e la formalizzazione degli atti necessari per l’eventuale avvio dell’azione penale”.
Chi era il secondogenito del Rais
Ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, a lungo è stato considerato una delle figure politiche più influenti in Libia dopo il 2011, ma anche tra le più divisive del Paese. Negli anni Duemila Saif al-Islam si era costruito un profilo distinto rispetto ai centri tradizionali del potere, con relazioni in ambienti occidentali e un’immagine pubblica da moderato e “riformista”. In quella fase, analisti e osservatori lo descrissero come un interlocutore spendibile con l’estero, possibile successore del padre. Allo scoppio della guerra civile libica del 2011 si schierò con il padre, diventando insieme a Musa Ibrahim, portavoce ufficiale del governo, l’interlocutore privilegiato tra l’ex-governo e la stampa internazionale. Con il radicalizzarsi della guerra civile Saif al-Islam Gheddafi ha acquisito sempre più importanza come riferimento della resistenza ad oltranza. Fu arrestato il 19 novembre 2011 mentre cercava di fuggire in Niger, un mese dopo la morte del padre. Detenuto nel carcere di Zintan fino al 5 luglio 2016, nel luglio 2015 venne condannato alla pena di morte da una corte libica con l’accusa di crimini di guerra, e di aver represso le proteste durante la rivoluzione del 2011. Poi inaspettatamente le cose cambiano quando il 14 novembre 2021 annunciò la sua candidatura alle successive elezioni presidenziali libiche, mai tenute finora.
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