Palazzo Chigi dimezza lo smart working dei dipendenti. Scontro con il Mef (dove i privilegi restano). E i funzionari si rivolgono allo sportello del lavoro
C’è una trincea nel centro di Roma, tra Largo Chigi e via XX Settembre. Da una parte la Presidenza del Consiglio, dall’altra il Ministero dell’Economia e delle Finanze. In mezzo, una guerra di posizione che sembra ruotare attorno ai privilegi dei privilegiati — smart working, indennità, previdenza, welfare — e che invece rivela chi ha davvero il potere di imporli dentro la macchina dello Stato. Spoiler: il potere non appartiene a chi è chiamato a prendere decisioni politiche, ma a di chi stabilisce quanto quelle decisioni possono costare.
Giovedì il Consiglio dei ministri è chiamato a discutere il decreto sicurezza dopo i fatti di Torino. Ma in fondo all’ordine del giorno c’è un punto destinato ad accendere un altro tipo di scontro, meno visibile ma rivelatore, che mette a nudo una frattura profonda tra gli apparati centrali dello Stato. Sul tavolo del Cdm arriva infatti anche il rinnovo del contratto collettivo 2019-2021 dei circa 3.100 dipendenti della Presidenza del Consiglio, tra 2.100 di ruolo e circa mille in comando da altre amministrazioni.
Una platea ampia, che comprende il personale distribuito in oltre venti dipartimenti, compreso quello della Protezione civile, il primo a proclamare lo stato di agitazione. Il contratto porta aumenti medi intorno ai 50,0 euro netti al mese, senza recuperare l’inflazione accumulata. A far deflagrare lo scontro interno, però, è stata un’altra scelta: il dimezzamento del lavoro agile, da due a un giorno a settimana, deciso unilateralmente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
La misura ha fatto scattare lo stato di agitazione e aperto la strada al tentativo di conciliazione davanti alla Direzione provinciale del lavoro. Una scena inedita per Palazzo Chigi, con dirigenti e funzionari pronti a percorrere gli stessi canali di tutela di categorie ben più fragili e sottorappresentate. Il lavoro agile diventa così il detonatore di un malessere che covava da tempo per varie ragioni (economiche, di welfare, di benessere organizzativo, ecc.).
La linea ufficiale è quella dell’austerità esemplare: più presenza, meno flessibilità, “per dare il segnale”. Una linea che, nella lettura interna, viene ricondotta all’indirizzo generale del Dipartimento della Funzione Pubblica guidato dal ministro Paolo Zangrillo, che, improvvisamente, con una brusca retromarcia rispetto alle sue stesse posizioni espresse in passato, è tornato a spingere sulla prevalenza del lavoro in presenza dopo la stagione emergenziale. Una cornice ampia, che lascia margini di interpretazione.
È proprio su quei margini che si consuma lo strappo. Perché altrove quella cornice viene applicata con flessibilità, mentre a Palazzo Chigi assume la forma di una regola rigida, quasi notarile. La gestione della partita scivola interamente sul piano amministrativo, sotto la regia del segretariato generale guidato da Carlo Deodato. La riduzione del lavoro agile viene comunicata come atto tecnico già definito, senza una mediazione preventiva, senza una plausibile motivazione e senza un’assunzione di responsabilità politica esplicita.
In questo passaggio pesa anche la scelta di defilarsi del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che non si è intestato politicamente la decisione, lasciando che la misura fosse percepita come “inevitabile”. Una gestione che ha contribuito a trasformare una modifica organizzativa in una crisi aperta.
Il punto è che quella rigidità vale solo per alcuni dipendenti pubblici basti pensare a quanto accade in altri ministeri o nelle regioni ed in altri enti pubblici in cui lo smart working è ampiamente riconosciuto e applicato. In particolare a poche centinaia di metri, al Ministero dell’Economia e delle Finanze, lo scenario è opposto. Qui il lavoro agile continua a spingersi fino a dieci giorni al mese, affiancato dal co-working nelle sedi territoriali. A questo si aggiungono indennità aggiuntive per il personale impegnato nell’attività pre-legislativa, maggiorazioni legate alla reperibilità e un sistema di welfare strutturato che comprende previdenza integrativa, anticipazioni sul Tfr e sovvenzioni assistenziali (polizza sanitaria per i dipendenti). Tutto normato, tutto finanziato. Tutte misure che, spesso, gli altri ministeri, compreso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, non riconoscono al proprio personale.
Due palazzi dello stesso Stato, due regimi amministrativi diversi. È qui che la vertenza di Palazzo Chigi smette di essere una questione organizzativa e diventa uno scontro di potere. La Funzione Pubblica può orientare e coordinare, ma la decisione finale resta altrove. È al MEF che si bollinano i contratti, si certificano le coperture e si stabilisce cosa è sostenibile e cosa no. Quando l’indirizzo politico-amministrativo entra in collisione con il controllo dei cordoni della borsa, l’esito è già scritto e, spesso, quello che vale per un’amministrazione non vale per un’altra.
La contesa sul lavoro agile diventa il simbolo di una frattura più ampia che attraversa l’amministrazione centrale dello Stato. Una guerra tra apparati che parla di privilegi solo in superficie. Sotto, racconta una verità più semplice e più brutale: nella macchina pubblica il potere reale non sta dove si prendono le decisioni politiche, ma dove si decide quanto costano, magari interpretando le norme in maniera non sempre omogenea.
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