Ti ricordi… Patrice Loko, talento figlio del calcio anni Novanta tradito da una Parigi che non sapeva aspettare
I primi highlights in vhs, le pagine dei giornali sportivi a stuzzicare la fantasia, le gare delle coppe europee trasmesse in chiaro e “studiate” attentamente, i primi giochi manageriali su pc: gli anni ’90 per i calciofili sono stati meravigliosi. Un delizioso vedo/non vedo applicato a campioni e campionati esteri impossibile nei decenni precedenti, risibile in quelli successivi che regalava nomi e promesse, speranze e leggende. Una leggenda fu quel Nantes di metà degli anni ’90 che arrivò a vincere il campionato francese: una promessa, o meglio LA promessa di quel Nantes si chiamava invece Patrice Loko.
Look particolare, corte treccine nere, passo felpato e grande efficacia sotto porta, col coraggio o l’incoscienza di provare giocate a volte incredibili. Nasce il 6 febbraio di cinquantasei anni fa Patrice, nella meravigliosa Sully sur Loire: la mamma si chiama Daniéle, ed ha origine polacca , il papà Pascal Loko è congolose, ex calciatore dilettante e allenatore della squadra giovanile del paese. Ovviamente si porta dietro il piccolo Patrice. Quella che inizia come emulazione prima e un gioco poi diventa altro: Patrice già nei pulcini gioca attaccante e segna tantissimi gol, fino a guadagnarsi la convocazione nella squadra dei migliori Under 14 del dipartimento e a portare la squadra di Sully a diventare campione. Nel 1983 passa alla Amilly: il mister lo convoca per un torneo riservato a ragazzi più grandi, che però vedendo Patrice si rifiutano di giocare. “È troppo piccolo”, diranno.
Il ragazzino è costretto a guardare in lacrime i suoi compagni a bordocampo.
Crescendo il talento di Patrice si affina: viene convocato nelle nazionali giovanili francesi e viene notato assieme al suo compagno Gava da diverse società. Li vorrebbe il Nancy, l’Auxerre di Guy Roux e il Nantes gli offre un provino. Nel 1985 Patrice sceglie il Nantes, Gava invece preferirà il Nancy. A La Joneliere Patrice trova l’ambiente ideale per lui, assieme a Didier Deschamps e a Marcel Desailly, ma il giovane Loko mette a rischio la sua permanenza nel club chiedendo vacanze più lunghe alla fine della stagione: il club invierà una missiva di rimostranza ai genitori, e Pascal obbligherà il figlio a replicare con una lettera di scuse.
A diciannove anni esordisce in Division 1, in quella stagione segna anche i suoi primi gol. A causa di difficoltà finanziarie il club deve vendere i suoi migliori calciatori, da Desailly a Burruchaga e puntare sui giovani del vivaio. Contrariamente alle aspettative quella politica paga: nel 1992/93 il Nantes si classifica al quinto posto, arrivando in finale di Coppa di Francia contro il Psg, perdendo. Patrice segna 9 gol in stagione e forma una coppia molto ben assortita con Ouedec, in una squadra che annovera ragazzi del calibro di Makelele, Karembeu, Martins, Ziani, Pedros.
Ma è anche il periodo in cui Loko deve fare i conti con la ferita più dura: poco prima di Natale il figlioletto Romain muore a causa di una leucemia fulminante. Il calcio, per quanto possibile, e la nascita del secondo figlio Joahn sembrano restituire spiragli di luce a Patrice, che segna uno dei gol più belli della sua carriera, proprio alla squadra di cui è tifosissimo fin da bambino, il Psg: un gol folle, che nasce da una rimessa laterale, si sviluppa da un dialogo tutto fatto di sombreri e volè e si conclude in un tiro di esterno al volo sotto la traversa di Patrice.
n quella stagione Loko segna 22 gol e il Nantes, a sorpresa, vince il campionato francese. Patrice è all’apice: titolare in nazionale, sul taccuino di tanti direttori sportivi europei, ma quando chiama il Psg non ha dubbi. È la squadra che seguiva fin da bambino a Parco dei Principi, grazie all’abbonamento di un amico del papà, sono i colori che ha sempre sognato: si mette anche di traverso col Nantes pur di firmare.
Parigi però non è Nantes. È più grande, più rumorosa, più impaziente. Al PSG Patrice arriva nel 1995 con l’aura del predestinato e il peso delle attese. Vince subito – Coppa delle Coppe nel ’96, Coppa di Francia, Coppa di Lega – ma il rapporto con la città e con se stesso non è lineare. Segna, certo, ma non come tutti si aspettano. Alterna lampi a silenzi, giocate da copertina a domeniche anonime. Il talento c’è, l’istinto pure, ma Parigi non perdona le pause e soprattutto non capisce le fragilità.
È qui che la linea si incrina. Loko fatica a trovare continuità, cambia allenatori, cambia ruolo, cambia umore. Il corpo inizia a presentare il conto, la testa spesso arriva prima delle gambe. C’è anche l’episodio che finisce sui giornali, grottesco e doloroso insieme, che racconta più di mille analisi quanto Patrice fosse un uomo esposto, permeabile, incapace di costruirsi una corazza. Patrice infatti litiga in un locale, poi con la polizia: non ha assunto alcol, non ha assunto droghe. È crollato, semplicemente. Non è cattiveria, è vulnerabilità. Ma nel calcio di vertice, specie a Parigi, la differenza conta poco.
Dopo il PSG la carriera prende la forma del viaggio: Lorient, Montpellier, Lione, Troyes, Ajaccio. Piazze diverse, ambizioni minori, qualche gol ancora, sempre meno riflettori. È un lento scivolare verso il bordo del campo, senza clamore, senza scandali, quasi in punta di piedi. Patrice smette nel 2004, senza la passerella che forse avrebbe meritato, come capita spesso a quelli che hanno bruciato in fretta.
Il post-carriera è silenzioso, coerente. Loko si allontana dal rumore, si dedica ai ragazzi, al calcio di base, alla trasmissione più che alla celebrazione. Ogni tanto riappare in un’intervista, con parole misurate, mai rancorose. Racconta Nantes con gli occhi che brillano ancora, Parigi con rispetto, il dolore senza retorica.
Patrice Loko resta così: una promessa mantenuta a metà, o forse mantenuta tutta, ma in modo storto. Un talento figlio degli anni Novanta, di quel tempo in cui si poteva aspettare, immaginare, sognare davanti a una VHS o a una pagina sgualcita di giornale. Un calciatore che non è stato solo ciò che ha vinto, ma anche ciò che ha perso. E forse è per questo che, a distanza di anni, continua a farsi ricordare.
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