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“Cronache dal fronte invisibile”: il dietro le quinte delle indagini contro la mafia pugliese raccontato da un carabiniere

Come si arriva a un arresto? Cosa spinge a seguire una pista piuttosto che un’altra? Come ci si muove durante un pedinamento? Nessuno può saperlo meglio di un uomo che ha fatto proprio questo tutta la vita. Nell’ombra. In un libro che è un manifesto fin dal titolo e dal sottotitolo, rispettivamente “Cronache dal fronte invisibile” e “Storia di vita vissuta”, Saverio Santoniccolo, luogotenente in carica speciale dei Carabinieri, ora in congedo, racconta decenni di indagini tra guizzi investigativi, sacrifici e forza di volontà. Un libro mozzafiato nel quale, con una scrittura asciutta che va all’essenziale, ripercorre la caccia a criminali comuni e mafiosi.

Senza scordare mai l’aspetto umano. Indagini misconosciute e grandi casi di cronaca – come il delitto della piccola Graziella Manzi e il fiuto che portò sulle tracce di Saverio Tucci detto “Faccia d’angelo”, tra gli ideatori della strage di San Marco in Lamis – si intrecciano in un crescendo di adrenalina tra le pagine di un volume che Santoniccolo si è autoprodotto, ma che avrebbe meritato l’attenzione di qualche casa editrice. Vi proponiamo qui un capitolo nel quale si racconta l’indagine su una banda formata da baresi e foggiani che, con l’aiuto di soggetti calabresi, attaccava con metodi militari i portavalori.

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Commando

Estate del 2004, quasi mezzogiorno. Il sole bruciava l’asfalto. Ma non era il caldo a far tremare la strada. Era stato il suono dei proiettili, centinaia di colpi calibro 7.62 NATO, sparati da un commando di 15 banditi armati fino ai denti. L’obiettivo, un furgone blindato impegnato nel deposito di denaro per il pagamento delle pensioni. Lo scenario era apocalittico. Auto e autotreni bruciati per bloccare le carreggiate, chiodi a tre punte disseminati ovunque, guardie giurate ammanettate, stese a terra, il blindato aperto come una scatoletta di tonno, il denaro sparito. Era un assalto militare, non una rapina. Una strategia criminale gestita da consessi mafiosi, senza scrupoli, senza pietà. Le strade non erano più sicure. Le autostrade, campi di battaglia. Un attimo prima eri un automobilista. Un attimo dopo un ostaggio.

Nei primi anni 2000, si registravano anche 6–7 assalti l’anno. Un’emergenza. Un’allerta nazionale. In quegli anni a capo della Legione Carabinieri Puglia, arrivò il Generale Umberto Pinotti. Un militare d’azione, non un burocrate. Un uomo che masticava polizia giudiziaria, che conosceva la strada, che non si nascondeva dietro le scrivanie. Appena insediato, non si preoccupò di ristrutturare gli uffici come fa la stragrande maggioranza dei comandanti. Si preoccupò di ristrutturare la risposta dello Stato alle criticità criminali che il territorio evidenziava. Convocò tutti i comandanti dei reparti operativi provinciali. La riunione fu immediata. Una sola domanda: “Dal momento che questo fenomeno interessa tutto il territorio pugliese, avete mai avvertito l’esigenza di incontrarvi per scambiarvi informazioni su questi assalti?”. Scena muta, silenzio, imbarazzo. “Bene, anzi male. Se non lo avete ritenuto indispensabile, vorrà dire che ve lo ordinerò io. Con decorrenza immediata, dispongo che ogni 15 giorni vi incontriate per scambiarvi informazioni sulle indagini in corso e sugli spunti investigativi” – tuonò Pinotti. E da quel momento, la musica cambiò.

Il Leone sottotraccia

Il fenomeno degli assalti ai furgoni portavalori era ormai una piaga nazionale, ma era la Puglia a pagare il prezzo più alto. Fu grazie a quella mossa strategica del Generale Pinotti — l’obbligo di incontri periodici tra il personale dei reparti operativi — che emerse un nome inaspettato: Donato Mariano Leone, titolare di un rinomato agriturismo a Canosa di Puglia. Un volto noto. Un uomo rispettato. Un locale frequentato da magistrati, avvocati, Forze dell’Ordine. Nel 2003, persino le selezioni di Miss Puglia si erano tenute lì. Personaggio insospettabile, apparentemente. Ma i primi approfondimenti non mentivano: a suo carico furono accertati soggiorni in Calabria, frequentazioni con pregiudicati cosentini, una pistola denunciata come rubata nel ’91 e ritrovata anni dopo in Calabria in una casa piena di armi da guerra, giubbetti antiproiettile, lampeggianti e palette. Il kit del perfetto assaltatore.

La connessione calabrese si faceva sempre più netta. Decidemmo di monitorare le utenze pulite come quella dell’agriturismo e della moglie. Non tanto per intercettare reati, quanto per tracciare spostamenti, abitudini, contatti. Poi, la svolta. Scendemmo in Calabria, a Cosenza, per parlare con i colleghi del Nucleo Investigativo. Avevamo bisogno di notizie sul ritrovamento della sua pistola nel covo pieno di armi, di avere notizie sui personaggi con cui era stato controllato. A Cosenza scoprimmo che i colleghi stavano già monitorando una rete di specialisti negli assalti ai portavalori. Da quelle parti c’era l’università. Tra le utenze sotto controllo, ce n’era una attivata a Cerignola, intestata fittiziamente a un cittadino nigeriano, che riceveva chiamate da un soggetto pugliese non identificato. La curiosità ci assalì. Ascoltammo la voce. Silenzio. Poi, lo sguardo. La conferma. ERA LUI. ERA DONATO MARIANO. Le facce dei colleghi calabresi, che ancora non avevano identificato il soggetto, le ricordo ancora. Avevamo agganciato il Leone. Il ristoratore rispettabile. Il volto noto. Era parte della rete. Da quel momento, monitoraggio diretto del suo telefono operativo, pedinamenti mirati, contatti tra la magistratura pugliese e calabrese, tracciatura dei movimenti e delle connessioni. Il Leone, ora, era sotto osservazione.

Tito, la vigilia del colpo

Febbraio 2005. Le comunicazioni intercettate tra Donato Mariano e il suo contatto calabrese non lasciavano dubbi: “Amico mio, noi partiamo nel pomeriggio… vedi se riesci a venirci incontro…”. Poco dopo, Leone chiamò il suo autista: “Dobbiamo partire subito. Gli operai arrivano in serata col treno…”. Operai. Un codice. Un eufemismo. Stava arrivando un esercito. Quel pomeriggio presidiavo da solo la sala intercettazioni della Compagnia di Barletta. Allertai i colleghi: quello più vicino, per farmi raggiungere subito; gli altri, da mobilitare immediatamente; un altro, da lasciare in sala ascolto per aggiornamenti. Io e il collega che abitava più vicino e che mi raggiunse a tempo di record partimmo con la civetta, a tutta velocità. Arrivammo all’agriturismo a Canosa. Ci nascondemmo tra gli ulivi secolari. Dopo 15 minuti, l’Audi di Leone uscì e imboccò la provinciale verso Melfi. In macchina lui e il suo braccio destro. Il suo uomo di fiducia. Pedinamento attivo. Leone guidava con attenzione chirurgica. Spesso si fermava alle piazzole di sosta senza motivo e ripartiva dopo una manciata di minuti. La tecnica per verificare eventuali pedinamenti. Conosceva ogni autovelox, ogni posto di controllo. Non lasciava nulla al caso. Arrivò a Tito (PZ). Si fermò con l’autista in un supermercato, caricò due carrelli pieni di viveri. Non per una cena. Per una squadra.

La mappa della rete criminale si aggiornava: calabresi di altissima caratura, uno dei quali ricercato per tentato omicidio di un collega del comando cosentino. Eppure, se catturato, sarebbe tornato agli arresti domiciliari. Provvedimenti incomprensibili, che lasciano senza parole. Oltre ai calabresi, Leone contava su una frangia criminale cerignolana, un gruppo di pregiudicati locali, un uomo di fiducia, canosino, l’anello debole. Decidemmo di intercettare il suo telefono operativo installando un GPS sulla sua auto. Una vecchia Volkswagen Passat che rappresentò la svolta, il punto di rottura, il varco nella corazza. Da Tito, i due canosini ripresero la strada per Potenza. Li riagganciammo. Leone si fermava spesso nelle piazzole. Controllava. Scrutava. Temeva di essere seguito. Nel frattempo, arrivarono i rinforzi. Tra loro, il Maggiore Luigi Di Santo, comandante della prima sezione del Nucleo Investigativo di Bari. Trentaquattrenne, uomo d’azione, sempre in mezzo alla strada, con noi, non dietro una scrivania. Aveva il compito di coordinare, di interfacciarsi con il comandante della Legione, di aggiornare e tenere il filo diretto con il vertice operativo. E noi, in quella notte che stava per diventare decisiva, eravamo pronti a chiudere il cerchio.

Sicignano degli Alburni

Il pedinamento di Leone Donato Mariano proseguiva con precisione chirurgica. Dopo l’incetta di viveri, il sospetto era chiaro: stava preparando il campo per un’operazione su larga scala. Quella sera, stava attendendo la squadra di specialisti in assalti armati per scortarli fino in Puglia. I due arrivarono e si fermarono ad una stazione di servizio ubicata a Sicignano degli Alburni, sulla statale 19. La più importante arteria stradale, dopo l’autostrada, che collega la Calabria alla Puglia. Qui continuarono a fare incetta di viveri, pane, acqua, carne, di tutto e di più e in quantità industriali. Li osservavamo al buio dalla nostra auto civetta a pochi metri di distanza. Eravamo talmente vicini che a un certo punto ho chiesto al collega che mi accompagnava di sdraiarsi sul sedile posteriore per dissimulare la sua presenza in macchina. In due la possibilità di essere sgamati è sempre più alta. Qualche minuto più tardi, Leone e il suo uomo ci passarono proprio davanti con pesanti buste di plastica piene di viveri. Io fingevo di intrattenere una conversazione sentimentale al telefono mentre il collega, coricato dietro per terra, neanche fiatava. Mi guardano per qualche istante ma avanzarono senza insospettirsi. Un problema tuttavia si stagliava all’orizzonte. Tra i calabresi c’era la concretissima possibilità che fosse presente anche il latitante, e andava arrestato. Il Maggiore Di Santo, bravissima persona, uomo d’azione, era deciso a intervenire immediatamente se fosse comparso quel ricercato. Capivo che si stava assumendo inenarrabili responsabilità ma la posta in palio era importante. Se fossimo intervenuti, sarebbe saltato tutto e ci saremmo ritrovati con un calabrese da riportare a casa. Ai domiciliari.

“Maggiore, sono mesi che lavoriamo come matti, non possiamo mandare tutto a puttane per questa situazione”. “No, Saverio, si fa come dico io. Interveniamo”. Ma intervenire significava far sfumare l’intera indagine, bruciare mesi di lavoro, arrestare un latitante che sarebbe tornato ai domiciliari e perdere la rete criminale più ampia. Così, con sangue freddo e lucidità, decisi di inventare una copertura. A tenere a vista Leone e il suo scagnozzo eravamo solo io e il collega che mi accompagnava. Gli altri, compreso il Maggiore, si erano tenuti a distanza perché erano partiti più tardi. Poco prima dell’arrivo dei calabresi, chiamai l’ufficiale. “Maggiore, temo che Leone ci abbia visto. Penso ci abbia riconosciuti, dobbiamo rimuovere il dispositivo, andiamo via subito.” Era una bugia. Una scelta pesante, ma necessaria. Capivo la situazione di Di Santo, le sue responsabilità, ma la posta in gioco era troppo alta e qualcosa dovevo pur farla per salvare il salvabile. Rientrammo alla base. Lasciammo che Leone e i calabresi arrivassero in Puglia. L’indagine era salva.

Contrada Colonnella

Qualche giorno dopo, una domenica pomeriggio, il telefono operativo di Leone agganciò celle in una zona boschiva tra Canosa di Puglia e Cerignola. Ore di silenzio. Poi, una chiamata: “Vedi che a breve partono.” Il suo uomo di fiducia si mise in movimento. Da Canosa, verso Bari. Poi deviò verso Bisceglie. Informai il collega di Corato, Michele De Palo, Maresciallo con trascorsi di servizio in Calabria. Bravo ragazzo, coraggioso, fortemente motivato per quella operazione a causa dei suoi trascorsi di servizio calabresi. Non si risparmiava mai. Dopo pochi minuti mi richiamò. Era già sulla strada, fortunatamente in giro con la sua autovettura. “Sono in zona, sono operativo.” Gli comunicai le coordinate della macchina dell’autista di Leone. “Occhio, a momenti dovresti vederlo, è lì…”. Non finii la frase che con voce concitata Michele mi disse: “Ho agganciato tre Audi di grossa cilindrata. Tre Audi A8 sfrecciano alla velocità della luce in direzione Corato.” Cerca di seguirle con discrezione nonostante la velocità siderale. Fortunatamente un chilometro più avanti le tre potenti autovetture imboccarono una strada sterrata, un tratturo di campagna. La zona: Contrada Colonnella. Il cuore dell’operazione. La base logistica. Il bivacco prima del colpo.

Si rendeva necessario un accurato sopralluogo della zona. Il giorno dopo contrada, Colonnella sembrava deserta. Individuammo una grandissima masseria, era enorme e isolata. Facemmo un giro perlustrativo con la balena. Il furgone del Nucleo Investigativo che avevamo sporcato con la terra e caricato di reti e scale per la raccolta delle olive. Michele De Palo alla guida, io dietro a effettuare riprese videofotografiche. Perlustrammo il perimetro della masseria. Muri alti due metri. Un bunker. All’ingresso, un cancello in ferro battuto consentiva di sbirciare al suo interno. Solo animali nel cortile e nessuna traccia umana, lasciava più domande che risposte. Ma la macchina dell’autista di Leone, che scortava le tre potenti Audi, si era fermata proprio là dentro. Il covo era quello. Dopo qualche giorno, facemmo un primo sorvolo con l’elicottero dei Vigili del Fuoco, scelto per non insospettire gli occupanti. Confermò la prima impressione: solo animali. Nessun movimento umano.

Il ponte 387 dell’autostrada A14

Ma il fronte operativo era tutt’altro che fermo. Le squadre di Cerignolani, Canosini e Foggiani pedinavano i furgoni blindati, monitoravano orari, percorsi, punti di scarico. La macchina criminale era in moto. Il nostro team, composto da otto uomini, due del Reparto Operativo di Bari e sei del Nucleo Operativo di Barletta, era piccolo ma affiatato. Lo chiamavamo, con goliardia e orgoglio, Team Commando. Un giorno, il luogotenente del Leone, iniziò a muoversi freneticamente lungo le strade interpoderali che fiancheggiavano le autostrade A16 Bari Napoli e A14 Bologna Taranto. Si fermava spesso, proprio a ridosso del guardrail. Grazie al sistema di localizzazione installato sulla sua auto, copiammo i suoi percorsi ed effettuammo una ricognizione dei luoghi. Raggiungemmo il primo punto: ponte 387 dell’A14 Bologna-Taranto. La carreggiata era perfettamente pianeggiante. Lateralmente, una strada di campagna si dipanava tra le coltivazioni. Scesi. Osservai. Qualcosa non tornava. Mi avvicinai al guardrail. Scavalcai. Mi avvicinai alla recinzione. Era stata tagliata e poi riposizionata sommariamente. Un lavoro fatto per non destare sospetti. Tornai verso la macchina. Mentre scavalcavo di nuovo, vidi dei bulloni per terra. Alzai lo sguardo. Il guardrail era stato smontato. I bulloni rimossi dai paletti. Un punto di accesso. Un tratto scelto per un assalto. Quel ponte, quel tratto, era stato preparato. Era pronto.

Analoga situazione sull’autostrada A16 Bari Napoli: dopo alcuni chilometri dall’intersezione con la A14 erano stati rimossi i bulloni del guardrail e tagliata la recinzione. I banditi si erano creati una via di accesso e una di fuga dalle arterie autostradali. Noi, con quei dettagli, avevamo trovato il punto di rottura. Il luogo dove la teoria diventava pratica. Dove la rete criminale si sarebbe mossa. Dove il Team Commando avrebbe colpito.

Il sole sulla mimetica

Contrada Colonnella, marzo 2005. Dopo giorni di pedinamenti, intercettazioni, sopralluoghi e voli di ricognizione, la svolta era arrivata dal cielo. Chiesi l’autorizzazione al Pubblico Ministero per noleggiare un velivolo civile in modo da sorvolare la zona senza destare sospetti. Permesso accordato. Noleggiai prima un elicottero, una libellula, e qualche giorno dopo un aereo, un Piper, un bimotore. Il primo sorvolo con la libellula aveva rivelato movimenti nella masseria. Due utilitarie davanti al cancello. Sagome indistinte. Presenze umane confermate. Ma fu il secondo volo, col Piper, a cambiare tutto. Una giornata limpida, tersa, da incorniciare. La cattedrale di Trani, Castel del Monte, la costa nord barese… Uno scenario da cartolina. Ma noi cercavamo un’altra immagine. Sorvolammo la masseria. Primo passaggio, sagome a ridosso del muro. Secondo passaggio: quota più bassa, videocamera accesa, metto lo zoom al massimo. Quasi non riuscivo a crederci. Li vedevo, li vedevo tutti.

Sei individui, seduti su un muretto, in tute mimetiche verdi, con teste rasate, volti rivolti al sole, rilassati, sicuri, pronti. Anche Michele De Palo, seduto accanto a me, li osservò col binocolo, esultando. “Rientriamo subito” – ordinai al pilota. Atterrammo a Bari Palese in dieci minuti. Allertammo tutti: i colleghi del Team Commando, comandante Provinciale, comandante di Compagnia: “Riunione tra mezz’ora. Ci vediamo a Barletta.” L’avvistamento ci galvanizzò. Eravamo euforici, carichi. La voglia di entrare in quel bunker e arrestare tutti era fortissima. Ma io frenai l’impeto. “Riflettiamo. Quel luogo è un fortino. Quei soggetti sono armati fino ai denti. Un intervento a caldo potrebbe finire male.” Dovevamo essere lucidi. Un colpo poteva scappare. Una vita poteva finire. Non potevamo rischiare.

Nel frattempo, gli altri componenti del commando erano freneticamente impegnati: pedinavano furgoni blindati, smontavano guard-rail, tagliavano recinzioni, preparavano il colpo. Il tempo stringeva. La tensione saliva. La decisione era cruciale. E noi, in quel momento, portavamo il peso della scelta.

Il giorno del borsone

13 marzo 2005, ore 04:00. La notte era silenziosa. Ma sotto quel cielo, in Contrada Colonnella, si muovevano uomini in mimetica, con volti anneriti, fucili AR70 in mano, cuore saldo e missione chiara. Erano i ricognitori del GIS. Il Gruppo Intervento Speciale era arrivato. Due squadre da 12 uomini, partite da Firenze, a bordo di furgoni bianchi anonimi. Il sopralluogo notturno, le videocamere termiche, la conferma: sei calabresi armati, tre stanze, una villetta-bunker. Alle 03:00, la cinturazione.Venti autovetture istituzionali, disposte a distanza di sicurezza. Il Team Commando, autorizzato ad avvicinarsi ma a distanza di sicurezza. Dalle radio degli operatori del GIS. Ore 04:00: Inizio penetrazione obiettivo. Ore 04:10: Superato capannone. Tre Audi A8 all’interno Ore 04:20: Circondata la villetta. Pronti all’ingresso. Ore 04:25: Due forti esplosioni. Le serrature saltarono. Ore 04:21: Unità Alfa – stanza 1: due individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:22: Unità Bravo – stanza 2: due individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:23: Unità Charlie – stanza 3: due individui disarmati e neutralizzati.

Poi, il grido alla radio: “Ragazzi, raggiungeteci. Qui è pieno di armi” – tuonò il capo squadra dei GIS. Kalashnikov, Glock, pistole, giubbetti antiproiettile, munizioni. tre Audi A8 blindate, con lattine di benzina pronte per cancellare ogni traccia. Tra i sei arrestati, il ricercato per il tentato omicidio del collega cosentino. La santabarbara era servita. Un grido di liberazione e di sconfinata gioia mista a soddisfazione si levò quella notte del 13 marzo del 2005, da parte di un gruppo di uomini che per diversi mesi avevano abbandonato le loro famiglie mettendo da parte tutte le loro esigenze per dedicarsi a quella attività e raggiungere quel risultato.

Il Leone in gabbia

Il giorno dopo, Leone Donato Mariano, non riusciva a contattare i suoi operai. Preoccupato, si recò personalmente alla masseria che nel frattempo era rimasta presidiata e sorvegliata da altri colleghi. Venne fermato, perquisito, rilasciato. Ma da quel giorno, non dormì più tranquillo. Novembre 2005, ore 03:00. Il campanello dell’agriturismo Tenuta Leone suonò ripetutamente. Donato aprì la porta con la moglie. “Buongiorno signora.” Poco dopo spuntò lui dalla camera da letto. “Buongiorno, Donato. Prepara il borsone.” Donato annuì. Si avviò verso la camera, la moglie gli preparò con cura il borsone e lo accompagnammo in carcere unitamente ad altri 9 correi… Otto anni di reclusione. Agriturismo confiscato.

Tra centinaia di intercettazioni, una rimase impressa: “Donato è una forza della natura, quando indossa il passamontagna non ce n’è per nessuno… E pensare che non lo fa per soldi, ma solo per l’adrenalina che gli scorre nelle vene.” Due complici dell’organizzazione criminale furono intercettati mentre andavano a Torino per comprare dischi per moto-troncatrici. Questi dischi servivano per tagliare i furgoni portavalori. Ma quella adrenalina, quella notte, fu spenta dalla legge. Dalla pazienza. Dalla strategia. Dalla volontà di otto uomini che non si sono mai arresi. A chi ha scelto di servire. A chi ha scelto di proteggere. A chi ha scelto di vincere.

L'articolo “Cronache dal fronte invisibile”: il dietro le quinte delle indagini contro la mafia pugliese raccontato da un carabiniere proviene da Il Fatto Quotidiano.

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