I lefebvriani tornano alla ribalta: la sfida dei cinque nuovi vescovi. Con o senza permesso del Papa
L’annuncio della Fraternità San Pio X riguardo l’imminente ordinazione di cinque vescovi, a prescindere dall’approvazione o meno del Papa, ha messo in subbuglio l’Orbe cattolico e creato una certa inquietudine nell’Urbe. Se ciò avvenisse, i rapporti fra il Vaticano e l’istituto fondato da Lefebvre in contestazione con gli esiti del Concilio precipiterebbero, con i secondi ancora una volta scomunicati per aver compiuto un atto scismatico. Un esito nefasto, se si considera che l’unità della Chiesa in quanto Corpo Mistico di Cristo è uno dei valori principali su cui si fonda il papato e una delle missioni che il Successore di Pietro deve perseguire senza tregua. Proprio per correre ai ripari, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Fernandez, ha organizzato un incontro con il superiore dei lefebvriani, don Davide Pagliarani, che si svolgerà il 12 febbraio.
Leone alla prova della Tradizione
Cosa farà dunque Leone XIV? Il “problema della Tradizione” nella Chiesa, inteso come la presenza di gruppi tradizionalisti, legati alla liturgia antica e critici verso le aperture dottrinali, non si risolve semplicemente nei rapporti con la Fraternità San Pio X. Sono infatti presenti altri istituti, in piena comunione e non dissidenti, centinaia di sacerdoti e gruppi diocesani che hanno il permesso di celebrare la Messa tridentina regolarmente, in base ai motu proprio e alle regole stabilite sin dal 1988. Realtà che hanno subito reprimende costanti durante il pontificato bergogliano e che, sotto il pontificato di Leone al momento sono guardate con sospetto.
Lo stesso pontefice, in alcune esternazioni, non è sembrato particolarmente recettivo verso le istanze di queste persone che, va sottolineato, hanno scelto la fedeltà totale alla gerarchia. Se dunque si dovesse risolvere positivamente la questione legata agli epigoni di Lefebvre, che pur con le loro ragioni hanno scelto la disobbedienza, gli obbedienti riguadagnerebbero la libertà di celebrazione oppure verrà ammazzato il vitello grasso solo per il figliol prodigo?
Lefebvriani e Vaticano: un rapporto difficile
A seguito del Concilio Vaticano II, all’interno della Chiesa si aprì un periodo di riforme e rivoluzioni repentine, che lasciarono disorientati sacerdoti e fedeli. Fra i vescovi, il più visibile nella sua protesta contro alcuni documenti conciliari fu Marcel Lefebvre, che nel 1969 fondò a Ecône, in Svizzera, un seminario per accogliere chi volesse una formazione tradizionale. Seppur inizialmente riconosciuta dal vescovo di Sion e dalla stessa Santa Sede, con documento del 1971, la San Pio X divenne subito pietra dello scandalo, soprattutto perché mantenne inalterata la celebrazione della Messa, non adottando il messale moderno edito nel 1970. Quando, alla fine della formazione dei seminaristi, Lefebvre manifestò la volontà di ordinare i sacerdoti formati a Ecône, le gerarchie reagirono negativamente, ritirando il riconoscimento canonico.
Il monsignore procedette ugualmente e nel 1976 venne sospeso a divinis, iniziando un confronto-scontro con il Vaticano e con l’allora prefetto per la Dottrina della Fede Ratzinger. Il culmine del conflitto si raggiunse nel 1988, con l’ordinazione da parte di Lefebvre di quattro vescovi, per garantire la continuità della Fraternità anche dopo la sua morte. Ciò gli valse la scomunica, assieme ai vescovi ordinati. Fra i due attori calò quindi il gelo. Una parte minoritaria della San Pio X tornò in comunione con Roma, fondando la Fraternità San Pietro, mentre la vita della comunità di Ecône procedette, espandendosi in tutto il mondo.
Lefebvre morì nel 1991 e nel 1995 divenne superiore uno dei vescovi ordinati nel 1988, Fellay, noto per aver cercato un dialogo fruttuoso con la Santa Sede e per essere giunto alla remissione delle scomuniche nel 2009 da parte di Benedetto XVI, mantenendo però le sospensioni a divinis. Francesco, a modo suo, cercò un riavvicinamento, facendo alcune concessioni riguardo il sacramento dell’Ordine e quello del Matrimonio, ma l’eterodossia del suo pontificato non ha permesso un vero dialogo. Dialogo che oggi dunque, con la fuga in avanti del successore di Fellay, don Pagliarani, riprende ufficialmente e di cui si vedrà l’esito.
Ma chi era Marcel Lefebvre?
Monsignor Marcel Lefebvre non era un fanatico. Al contrario, fu uno dei più grandi vescovi del ‘900 che, a capo della Diocesi di Dakar e membro della Congregazione dei Padri Spiritani, ha avuto il merito di espandere il cattolicesimo in tutta l’Africa Occidentale, promuovendone la crescita culturale e infrastrutturale e promuovendo l’idea che fosse necessaria la formazione di un clero locale. Se dovessimo paragonare l’azione di Lefebvre in Africa, potremmo dire che è seconda solo all’opera di san Daniele Comboni, tanto che Papa Pio XII gli chiese di scrivere una parte dell’importante enciclica Fidei Donum, dedicata alle missioni.
La rivoluzione conciliare era però dietro l’angolo e, pur avendo partecipato, su espressa richiesta di Giovanni XXIII, alla preparazione del Concilio, non ne condivise gli orientamenti. Nei verbali dell’assemblea, gli interventi del vescovo francese, molto critici, sono probabilmente fra i più numerosi. Assieme ai vescovi conservatori, Lefebvre uscì sostanzialmente sconfitto da quell’esperienza e, successivamente, abbandonò anche la congregazione degli spiritani, di cui era superiore, anch’essa ormai colonizzata dal progressismo e lontana dall’orientamento che l’aveva resa grande.
Le rivendicazioni liturgiche e teologiche
La volontà di mantenere la celebrazione tridentina non è l’unica motivazione della critica da parte dei lefebvriani e tradizionalisti in genere. Il Concilio Vaticano II ha infatti proposto altre due tesi che appaiono sostanzialmente distanti dalla tradizione ecclesiastica: una nuova interpretazione dell’ecumenismo e la libertà religiosa. Il primo concetto, contenuto nel decreto Unitatis Redintegratio non ha proposto semplicemente un tentativo di dialogo e di riavvicinamento alle chiese cristiane scismatiche, ma ha aperto ad una prospettiva in cui le confessioni sono fra loro sullo stesso piano e quella cattolica dovrebbe annacquarsi pur di giungere ad una vagheggiata unità.
Per quanto riguarda la libertà religiosa, sancita dalla dichiarazione Dignitatis Humanae, la critica tradizionalista vede nel suo riconoscimento un’apertura ai principi della Rivoluzione Francese e al relativismo, per cui le religioni sarebbero tutte sullo stesso piano. Se in una società non fosse chiaro che la Vera religione è il cattolicesimo e non si agisse di conseguenza, verrebbe meno il riconoscimento della Regalità Sociale di Gesù Cristo e dunque la Chiesa perderebbe la propria missione. Il dialogo fra Fraternità San Pio X e Santa Sede non sarà quindi semplice, se ci sarà volontà di “scendere nei dettagli”.
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