La sfida “visionaria” (e identitaria) di Sanae Takaichi: l’azzardo finale contro la stagnazione
La corsa alle urne voluta dalla premier giapponese Sanae Takaichi ha avuto un esito inequivocabile: una vittoria larga, politicamente solida, che rafforza il mandato del Partito Liberal Democratico e consegna al Paese un messaggio chiaro. In una fase storica segnata da stagnazione, incertezza e paura del declino, la speranza in politica paga più di qualsiasi prudenza contabile. Eppure, mentre il consenso elettorale si consolida, i mercati sembrano muoversi con maggiore cautela. La riaccensione del cosiddetto “Takaichi trade” appare infatti meno un nuovo motore di rialzo e più la coda di aspettative già incorporate nei prezzi. Con l’azionario ai massimi storici, lo yen sotto pressione e nuovi stimoli fiscali sul tavolo, il nodo per gli investitori si sposta altrove: dalla sostenibilità del debito al ruolo della banca centrale, fino ai possibili effetti a catena sui mercati globali.
La speranza come mandato politico
Il voto anticipato di inizio febbraio si è trasformato in un vero e proprio referendum sul futuro. Gli elettori giapponesi non hanno premiato una politica economica priva di rischi – che rischi ne ha molti – ma la volontà di rompere un equilibrio che da trent’anni coincide con la stagnazione. Takaichi ha scelto di offrire una direzione, non una garanzia; una prospettiva, non una certezza. È una lezione che parla anche all’Occidente: quando un Paese resta troppo a lungo fermo, la domanda che sale dalla società non è “più rigore”, ma “più futuro”. La speranza, anche se costosa, diventa capitale politico.
Azionario ai massimi: il rialzo è già stato giocato
Dal punto di vista dei mercati, però, la musica è diversa. Le azioni giapponesi hanno già corso molto: l’indice TOPIX ha toccato nuovi record, sostenuto dalle attese di stabilità politica e dalla prospettiva di ulteriore spesa pubblica. I flussi si sono concentrati sui settori percepiti come strategici – intelligenza artificiale, difesa, energia nucleare – alimentando la nuova stagione del Takaichi trade. Il problema è che gran parte dello scenario positivo è già nei prezzi. Dopo un rialzo superiore al 30% in un anno, lo spazio per un’ulteriore crescita generalizzata appare limitato. Il Giappone smette così di essere una scommessa semplice e diventa un mercato in cui la selettività conta più dell’entusiasmo politico.
Yen debole e banca centrale al bivio
La debolezza dello yen, sceso sui minimi degli ultimi 18 mesi, è uno dei pilastri – ma anche una delle fragilità – della strategia in corso. Da un lato sostiene export e utili delle multinazionali; dall’altro importa inflazione e riduce il potere d’acquisto interno. Paradossalmente, proprio uno yen troppo debole potrebbe accelerare la normalizzazione della politica monetaria della Bank of Japan. Se l’inflazione dovesse consolidarsi, anche grazie agli aumenti salariali primaverili, la banca centrale sarebbe spinta a proseguire, seppur gradualmente, l’inasprimento dei tassi. Il rischio è evidente: ciò che ha sostenuto il rally dei mercati potrebbe iniziare a girare in senso opposto.
Il nodo fiscale: l’illusione del deficit
Il cuore della questione resta fiscale. Dopo il pacchetto di stimoli varato a novembre, il mercato guarda alla possibilità di nuovi interventi espansivi. Tradotto: più deficit, più debito, più spesa per interessi. Le prime tensioni potrebbero emergere sul mercato dei titoli di Stato giapponesi, con un aumento dei rendimenti a lungo termine e una maggiore pressione su assicurazioni e investitori istituzionali. È qui che il parallelo con l’Italia diventa inevitabile. Il nostro Paese è la prova vivente che il deficit non fa miracoli: al massimo compra tempo, più spesso produce fragilità strutturali e vincoli permanenti. Il Giappone spera di spezzare questo schema; l’esperienza italiana suggerisce quanto sia facile fallire.
Effetti a catena sui mercati globali
Un rialzo strutturale dei rendimenti giapponesi non resterebbe confinato al Sol Levante. Potrebbe generare spill-over sui mercati obbligazionari occidentali, spingendo gli investitori a rivedere l’esposizione sulle scadenze lunghe e aumentando la volatilità complessiva. Curve più ripide favorirebbero il settore bancario europeo, ma renderebbero il sistema più sensibile agli shock. Anche sul fronte valutario globale restano sullo sfondo soglie psicologiche decisive, con implicazioni dirette per la gestione dei portafogli in euro.
Vittoria politica, rischio economico
In sintesi, il Giappone sta giocando una partita estrema: più deficit, yen debole, normalizzazione monetaria controllata, il tutto sostenuto da un mandato politico forte e da una narrazione di speranza. È forse l’ultima spiaggia per uscire dalla palude della stagnazione, ma non è un modello esportabile. La vittoria di Takaichi dimostra che la speranza mobilita il consenso più del rigore. Resta da vedere se mobiliterà anche la crescita. L’Italia, che su questa strada ha già camminato a lungo, sa bene come può finire.
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