Anche a Londra è sempre più Meloni-mania: il Telegraph racconta la premier italiana “a puntate”
Il quotidiano londinese The Telegraph insiste: terzo episodio, terzo ritratto, e ormai la storia prende forma come una saga politica osservata dall’estero con curiosità quasi antropologica. Al centro, Giorgia Meloni, figura che sfugge alle categorie abituali e che proprio per questo diventa materia narrativa per gran parte della stampa internazionale.
Il «paradosso» Meloni che il Telegraph fatica a spiegarsi
Il giornale britannico la definisce un «paradosso», evidentemente non avendo ancora compreso fino in fondo che dove la narrazione della sinistra vede contraddizioni la visione della destra vede sintesi: prima donna alla guida del governo italiano ma lontana dal vocabolario femminista, conservatrice sociale e insieme madre single, combattente culturale interna e pragmatica nelle relazioni internazionali. Una costruzione politica che da Roma appare ormai ordinaria amministrazione, perché la “Meloni mania” oltre confine non sembra proprio disposta a sparire.
Identità personale e rifiuto delle etichette
La premier non corregge la definizione maschile del ruolo e rifiuta le quote. Nel memoir Io sono Giorgia scriveva: «Essere una donna bionda e minuta poteva essere percepito come un ostacolo o una debolezza ma non ho mai lasciato che mi fermasse. Dovevo semplicemente dimostrare di avere più coraggio». Questo rimane impresso nell’editorialista del The Telegraph.
La coerenza
Il punto, osservano a Londra, è la coerenza: Meloni usa simboli tradizionali che sono parte integrante della sua leadership. Il suo discorso del 2019 resta la sintesi: «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana. Sono cristiana. Nessuno me lo toglierà».
L’impegno contro il woke
Il giornale inglese sottolinea poi l’impegno della premier contro l’egemonia di sinistra, che Oltremanica preferiscono chiamare “woke”: dal caso Pucci — dove si è apertamente schierata a difesa del comico mentre crescevano le minacce montate per la sua presenza al Festival di Sanremo — fino al terreno simbolico e religioso. «Se ti offende un crocifisso», riportano, «questo non è il posto dove dovresti vivere».
Dialoghi trasversali
Eppure la stessa leader dialoga con l’opposizione quando serve. Con Elly Schlein ha lavorato su norme contro la violenza sulle donne, fino alla legge che introduce il femminicidio come reato autonomo punibile con l’ergastolo.
Memoria e simboli
Nel ritratto emerge anche la memoria politica: l’eredità della destra italiana e lo slogan «Dio, Patria e Famiglia». Non nostalgia, quanto identità rivendicata come antidoto all’élite liberal.
Il racconto britannico devia poi nella cronaca romana. Un restauratore dilettante dipinge il volto della premier su un angelo nella Basilica di San Lorenzo. Lei scherza: non è «un angelo». Il dipinto viene cancellato dopo proteste.
Occhi al Paese
Qui il reportage diventa quasi sociologia: l’Italia divisa discute simboli mentre vive una stabilità politica rara. Le elezioni sono lontane e un medico, interpellato davanti all’affresco cancellato, conclude: «Penso che vincerà di nuovo. Sai perché? Perché non ci sono alternative credibili».
Dalla prospettiva estera, Meloni appare meno come anomalia nazionale e più come laboratorio europeo, specie dopo le frizioni con Emmanuel Macron raccontate nei precedenti capitoli della serie. La guerra culturale diventa così politica estera indiretta: identità interna come strumento negoziale.
In patria il fenomeno è routine; fuori è ancora romanzo politico in corso. Il terzo capitolo non chiude la storia. La rende soltanto più leggibile.
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