Sci di fondo: Italia olimpica trascinata da Pellegrino. E il futuro fa ben sperare
Si può tranquillamente dire: l’Italia delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, nello sci di fondo, ha avuto in sostanza il nome di Federico Pellegrino scritto sotto quello del Paese. Già, perché il campione di Nus è stato anche il principale attore nella conquista delle due medaglie di bronzo azzurre, l’una ottenuta insieme a Elia Barp nella team sprint, l’altra con Barp, Martino Carollo e Davide Graz nella staffetta maschile.
Un Pellegrino che, a 35 anni, ha continuato a far capire perché in teoria ancora per un paio di stagioni potrebbe andare avanti, avendo aggiunto al suo tradizionale armamentario delle sprint anche le doti necessarie per competere su distanze più lunghe. Gli è mancata solo la soddisfazione di gareggiare nella 50 km a causa di uno stato influenzale. Vero, sarebbe stata in classico, ma a quel punto importava relativamente se l’obiettivo più grande era quello di salutare il pubblico olimpico. L’occasione ideale per ricordare che lo sci di fondo azzurro, per una buona decina d’anni, è stato lui. Da solo. E ora che lascia i ricambi, per fortuna, sono arrivati.
Uno l’abbiamo citato: Elia Barp. Che nell’individuale ha sostanzialmente confermato i risultati che sta ottenendo in Coppa del Mondo, ed ha anche confermato la valida intesa con Pellegrino, quella che gli è servita per la team sprint. Non ha avuto nessuna paura Martino Carollo: prima ha trovato un settimo posto da capogiro (ad oggi) nella 10 km, poi, in staffetta, pur cedendo poi, ha tentato di andar dietro a Desloges, e con la versione olimpica del francese era difficile avere a che fare. Non lo ha poi tenuto, ma è in una certa misura lo specchio delle ambizioni del ventiduenne di Borgo San Dalmazzo. E anche a Davide Graz va reso ampio merito per l’ottavo posto dello skiathlon. Nei fatti, quasi non c’è stata gara senza un italiano nei 10. E va speso un capitolo anche su Simone Mocellini, che pur non riuscendo a superare la semifinale della sprint ha comunque fatto capire di essere pronto a riprendersi un ruolo di primo piano. Menzione anche per Simone Daprà, che ha smentito parecchie previsioni e si è spinto fino in semifinale nella sprint.
Diverso il discorso sul capitolo femminile, che passa necessariamente da una condizione: ricordarsi del fatto che i risultati di Maria Gismondi non corrispondono in alcun modo al suo reale valore. Non va mai dimenticato, infatti, che la sua preparazione è stata compromessa da una brutta influenza, che l’ha tenuta tre settimane ferma e due mesi fuori dalle gare. Impossibile, per lei che pure aveva raccolto ottime sensazioni in Coppa del Mondo, avere a che fare con le Olimpiadi in queste condizioni: ha dovuto abbandonarle in anticipo.
Tra le donne, sono stati due i punti di maggiore interesse. Uno, chiaramente, il tentato miracolo della sprint, con Federica Cassol che ha replicato i miglioramenti di Coppa del Mondo e Caterina Ganz che è di fatto andata a 20 centesimi da una finale che, per nomi, sarebbe stata da brividi. L’altro si lega alla staffetta, in cui l’Italia per tre frazioni è rimasta in lotta per il podio. Solo che la quarta frazione, quella occupata da Cassol, sarebbe stata di Gismondi, ed è chiaro che le caratteristiche delle due sono troppo diverse. Si è quasi compiuto un miracolo con ciò che si aveva a disposizione in quel momento, ma è anche il sintomo di come casa Italia possa trovare qualcosa di buono dal femminile dopo sostanzialmente 15 anni di buio pressoché assoluto. E in tutto questo Martina Di Centa può dire di ritirarsi con il punto esclamativo, giacché la staffetta così va considerata. Inoltre, va tenuto d’occhio un nome: quello di Iris de Martin Pinter. La rivedremo, e più in alto.